Ritanna Armeni.
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Parola di donna.
Parte 2.
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2011 Adriano Salani Editore, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Liberazione
di Franca Fossati
Non c' rivoluzione senza liberazione della donna; non c' liberazione della donna senza rivoluzione: non ricordo quando lo sentii dire per la prima volta, ma ricordo che udire questa frase mi procur un grande sollievo. Era il 1973 o gi di l. Finalmente la quadratura del cerchio, ci che poteva tenere insieme la militanza rivoluzionaria e quella femminista. Quest'ultima appena scoperta.
Fa effetto a pensarci ora: che si credesse possibile in Italia una rivoluzione sociale che rovesciasse lo stato di cose presente. Che ci si potesse definire militanti rivoluzionari e questo diventasse il centro della propria identit. Ma non si pu capire il senso che molte di noi attribuirono a quella parola: liberazione, se non accostandola, o contrapponendola, a quell'altra: rivoluzione.
Un pezzo consistente del femminismo italiano viene da l, dalla militanza nei gruppi della sinistra rivoluzionaria nata dal movimento del Sessantotto. Vangelo marxista e nuove parole di donne che arrivavano da lontano, addirittura dall'America tanto odiata. Ma che subito trovavano riscontro nelle vite vissute, svelavano i contorni oppressivi della militanza, la disparit intollerabile nell'attivit politica, la prepotenza egoista della sessualit dei maschi. Scoprire che i compagni operai ai quali avevamo delegato il riscatto del mondo, per lo meno del nostro mondo, erano padroni prepotenti in casa e con le loro donne. Come del resto i nostri compagni. Agli uni e agli altri nel rapporto con le donne veniva tutto giustificato. In nome della rivoluzione. Che fu certo anche sessuale, ma vantaggiosa soprattutto per i maschi.
Eravamo la prima generazione di femmine nate dopo la guerra, quella definita della scolarizzazione di massa. Tante ragazze all'universit, soprattutto nelle facolt letterarie. Era finito il tempo delle pochissime, intelligenti, benestanti e secchione. Quelle che, con un certo disprezzo, chiamavamo emancipate.
Emancipazione: ecco un'altra parola chiave che spiega perch sembr cos nuovo parlare di liberazione. Emancipazione era il passato, la vecchia politica femminile della sinistra storica, asili nido e rivendicazioni sindacali. Le emancipate volevano entrare nel mondo degli uomini, essere come loro. Noi volevamo liberarci del maschio che era in noi. Ma non fu subito cos. All'inizio del movimento sessantottino ci vestivamo in jeans e ci atteggiavamo a dure, quasi a farci perdonare il nostro sesso. Solo dopo scoprimmo che essere donne aveva valore, non era una condanna. Ci mettemmo le gonne, perfino a fiori. Carla Lonzi aveva capito l'illusione in cui noi rivoluzionarie eravamo cadute credendo di poter tenere tutto insieme. Sputiamo su Hegel l'ho scritto perch ero rimasta molto turbata constatando che quasi la totalit delle femministe italiane dava pi credito alla lotta di classe che alla loro stessa oppressione: cos scriveva agli inizi degli anni 70. Ma quelle come me, femministe della seconda ora, scoprirono gli scritti di Lonzi dopo che era morta.
Comunque le cose andarono proprio come lei le descrisse: Via via che si andava al fondo dell'oppressione il senso della liberazione diventava pi interiore. Marx aveva scritto che non  possibile attuare una liberazione reale se non nel mondo reale e con mezzi reali, ma lui pensava alla macchina a vapore e noi all'autocoscienza.
A rassicurare anche le pi irriducibili sulla parola liberazione, a collocarla nel politicamente corretto di estrema sinistra, c'era il fatto che di liberazione si definivano le lotte dei popoli oppressi. Dal colonialismo. Dall'imperialismo. Non avevamo cominciato il movimento proprio con il Vietnam?
Per non parlare del collegamento con le lotte dei neri americani. In un documento dei primi anni 70 dei collettivi femministi nati nell'Universit di Trento si legge: Il processo di liberazione del popolo nero ci ha fatto sempre pi prendere coscienza della nostra reale situazione e delle strettissime analogie che esistono tra noi e loro. Essere donna come essere nero  un fatto biologico, una condizione fondamentale.
E mentre alcune (o molte) si accanivano a tenere insieme rivoluzione e liberazione e a contrapporre quest'ultima a emancipazione, venne formalmente fondato anche in Italia Il Movimento di liberazione della donna, Mld, a cui partecipavano donne e uomini di ispirazione radicale (del partito Radicale). Contraccezione, aborto, socializzazione dei servizi domestici, istituzione di asili d'infanzia antiautoritari, erano tra gli obiettivi del Mld. Ma il bisogno di una liberazione che si facesse strada nella coscienza e non si affidasse a fin troppo ovvie piattaforme laico-riformiste crebbe anche nel piccolo raggruppamento delle donne radicali.
Liberazione quindi fu una parola fortunata. Sembrava echeggiare la novit dei tempi, dava l'idea di movimento, alludeva a uno scioglimento di catene che non erano solo esteriori. Come chiam Jean-Paul Sartre il giornale che fond a Parigi nel 1973? Libration, infatti. E perfino il movimento cattolico di don Luigi Giussani quando cerc di ricostruirsi dopo lo sconquasso del Sessantotto, dovendo trovare un modo con cui ridefinirsi, per contrapporsi alla cultura nata nelle universit occupate, dovette ricorrere a quella parola. Per non apparire estranea alle culture dei giovani. E si chiam Comunione e Liberazione.
Intanto nel movimento delle donne liberazione passava di moda, e due nuove parole cominciarono a fronteggiarsi: parit e differenza. A vincere per, quasi a sancire un punto di arrivo di un tratto di percorso compiuto,  un'altra parola vecchia e nuovissima per le donne: libert.

Franca Fossati, giornalista, lavora al Tg3 Linea notte. Ha diretto Noi donne. Curatrice per sette anni della trasmissione Otto e mezzo su La7, collabora a Europa.

Libert
di Clara Sereni
Sono andata via di casa in un gelido gennaio del 1967, con quel che avevo addosso e nient'altro. Tranne un paio di eccezioni, i compagni e le compagne di liceo che ancora frequentavo mi considerarono da allora in poi una donna perduta, e interruppero ogni rapporto. Sapevano peraltro che gi avevo rinunciato al fior di mia verginitate, oltretutto con un uomo che non avrei sposato. Anzi e peggio, lui era sposato, e il divorzio ancora non c'era.
Mi pensai allora come donna nuova, donna libera: libera di, libera da. Del resto, quel che accadde negli anni successivi autorizzava la percezione. Per ragioni mediche prendevo la pillola da quando era stata disponibile in Italia, dunque anche sul mio corpo avevo una libert di scelta che mai prima le donne avevano sperimentato, e di cui non c'era pi da vergognarsi. Feci a lungo, e letteralmente, la fame, ma da magrissima che ero cominciai ad arrotondarmi, e anche quello dipendeva dalla libert: di respirare da sola, o, per esempio, di convogliare le mie scarse risorse su una pasta e un bign nella meravigliosa pasticceria sotto casa. Zuccheri, proteine e carboidrati, tutto sommato un buon equilibrio per l'unico pasto quotidiano, e anche un modo per liberarsi dalla schiavit del fornello (ne avevo uno solo e a rischio di perdite di gas, effettivamente). Libera di guadagnare pochissimo per fare un lavoro che mi somigliasse. Libera di andarmene in giro di giorno e di notte, in un tempo senza droga e senza Aids in cui la violenza aveva contorni sfumati. Libera di andare a letto con qualcuno (con molti) per un sorriso, per la condivisione di una manifestazione, per un buon film da commentare a lungo. Senza incidenti di rilievo, Santa Pupa assistendomi.
A fronte di un'educazione come quella che avevo ricevuto, chiamare tutto questo libert non sembrava esagerato. Mi ci volle almeno una decina d'anni per sbattere la faccia contro la constatazione che  bene che andasse  ero una donna emancipata. Niente di pi. E ne sono occorsi molti di pi (una trentina) per tirare una linea, con il risultato che la somma algebrica dei fattori produce la rivelazione seguente: le scelte adulte che ho compiuto, il percorso che mi sono tracciata, ha avuto come nucleo forte, come ago della bussola, la famiglia. A chi mi avesse pronosticato una cosa cos, in un passato neanche lontanissimo, avrei riso in faccia senza esitazioni.
Non ci piango sopra, non ho rimpianti n rimorsi: le scelte erano giuste o quanto meno opportune, nel momento in cui le ho compiute. E per non posso non chiedermi come diavolo sia potuto accadere che dipanando la matassa della vita il gomitolo prodotto sia stato quasi identico a quello di mia madre e delle madri, e se il filo rosso della libert me lo sia completamente perso per la strada. Oltretutto, essendo consapevole dei miei privilegi: di estrazione sociale, di cultura, di identit pubblica. Eppure: la famiglia.
Molte della mia generazione hanno consapevolmente scelto di non farli, i figli. E sono i figli che comportano un assetto familiare, la coppia e basta  questione diversa. Per parte mia, ho scelto di farlo per determinate ragioni e in un determinato momento, un figlio, e n prima n dopo avrei fatto altrettanto. Tant' che quando mi sono ritrovata incinta per caso, a distanza di un paio di anni, ho scelto la libert tranquilla dell'aborto, senza vivere la cosa come un dramma o una lacerazione o un lutto (e l'assenza di qualsivoglia senso di colpa o anche solo disagio  un pezzetto di libert vera).
Qualche pezzetto di libert mi sembra di riuscire tuttora a esercitarlo. Ma intanto il mondo cambia ed  difficile tenergli dietro. Ora il dibattito sulla libert delle donne riguarda troppo spesso la libert di vendere il proprio corpo: non solo le veline e le escort, ma anche il seno il naso le labbra il sedere rifatti o siliconati per adeguarsi al modello pubblicitario e allo sguardo sociale, e non solo maschile, che ne deriva. La libert di consumare ed essere consumate. La libert di far guerra alle altre donne perch quel che conta  il merito, signora mia, e non il genere.
Il mondo cambia ed  difficile parlare di libert con le ragazze di adesso, ormai non pi figlie ma nipoti delle nonne del femminismo e dintorni. In anni passati ogni tentativo di comunicare con le donne pi giovani si scontrava con una risposta sempre pressoch identica: ma quale tetto di vetro, ma quale differenza, il problema del lavoro che non si trova, della carriera che non si riesce a scalare  uguale per me a quello di mio fratello, del mio fidanzato, del mio amico. Risposta che ci disperava, e che cercavamo di controbattere con tabelle, statistiche, esperienza. Eppure, e di malavoglia, confesso che ormai penso anch'io che il problema sia di tutte e di tutti, anche se le donne pagano sempre una tassa supplementare. Un rapido sguardo dice di un agire politico in cui nessuno e nessuna che non vi abbia gi messo da tempo interessate radici riesce a trovare un proprio luogo; di un paese il cui declino morale e culturale  pi grave di quello demografico; di una violenza da cui ormai nessun aspetto delle nostre vite  al riparo; di movimenti che non riescono pi, se non episodicamente, ad attraversare il corpo sociale e modificarlo; di un mondo, il nostro intero pianeta, che continuiamo a sfruttare come se nessuno e nessuna avesse mai imparato il senso del limite.
Difficile in questa situazione dire cosa e dove sia la libert. Per ri-cominciare a pensarla, e quindi a costruirla, non ci sono ricette, tranne forse quella di Bartleby, lo scrivano che messo di fronte a brutture e compromessi, correit e collusioni, sommessamente e rivoluzionariamente diceva: Preferisco di no.
Assumersi a pieno la responsabilit di non stare al gioco. Pu essere un inizio, se lo si comincia ad applicare quotidianamente e con convinzione. Meno facile di quel che possa apparire, i costi da pagare ci sono eccome. Come per ogni assunzione di libert.

Clara Sereni  scrittrice e giornalista. Tra i suoi ultimi libri: Passami il sale; Le Merendanze; Il lupo mercante.

Linguaggio
di Valeria Della Valle
Le parole sono femmine, i fatti sono maschi, cos recitava un antico proverbio nato in tempi improntati a una virilit esibita e al disprezzo per le donne. Partir da qui per ripetere una cosa n nuova n originale, cio che la lingua italiana  fortemente androcentrica: lo  la sintassi, lo  il lessico, e sono stati altrettanto centrati sul maschile, per secoli, gli strumenti che descrivono la nostra lingua e il nostro lessico, cio le grammatiche e i dizionari. Siccome ho passato la maggior parte della mia vita a scrivere le une e gli altri, ho avuto a disposizione un materiale vastissimo da osservare, e molto da fare, concretamente, per modificare la situazione esistente, almeno in questi due settori. Per fortuna, ci sono state nel corso del tempo iniziative di grande importanza, basti pensare alle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, coraggiosamente pubblicate da Alma Sabatini ormai ventiquattro anni fa. Da allora la questione della lingua al femminile ha continuato a inabissarsi e riemergere, con fasi alterne: ogni tanto la polemica sembra assopirsi per poi risvegliarsi occasionalmente, di solito su sollecitazione dei media, tutte le volte che un uso linguistico declinato al femminile si diffonde e sale alla ribalta, suscitando, a seconda dei casi, reazioni di fastidio oppure ironie e sarcasmi: basti pensare al clamore suscitato, nel corso di questi anni, tutte le volte che una donna ha firmato un atto ufficiale come sindaca, o quando ci si rivolge a una ministra, che tale  dal punto di vista istituzionale e dal punto di vista grammaticale. Ricorder velocemente che i nomi che indicano professioni o cariche pubbliche fino a una certa epoca non prevedevano, per ovvi motivi, una forma femminile. Se per alcune professioni la creazione di una forma femminile non ha creato difficolt grammaticali, e i nomi femminili si sono affermati e imposti nell'uso (dottore-dottoressa, redattore- redattrice ecc.), in altri casi trovare una soluzione accettabile  stato meno facile. Si tratta dei nomi che indicano professioni praticate dalle donne solo in tempi relativamente recenti. Qual  il femminile di avvocato (e di architetto, chirurgo, magistrato ecc.)? Avvocata, avvocatessa, avvocato donna o donna avvocato? Continua a esserci una forte resistenza nei confronti di forme come avvocata, ministra, magistrata, architetta e via dicendo: si tratta di forme del tutto legittime da un punto di vista linguistico. Avvocata  da secoli attributo della Madonna o di sante, col significato di protettrice. Eppure in nome di un conservatorismo linguistico estetizzante (il commento pi comune continua a essere non suona bene), il termine viene ancora evitato, o  fonte di irrisione. In realt queste forme non suonano bene solo perch non siamo abituati a sentirle, e perch definiscono realt nuove. Da evitare sarebbero, invece, alcuni femminili in -essa usati volutamente con sfumature ironiche o peggiorative (da vigilessa a deputatessa). Gi nel Settecento gli uomini, per indicare con un misto di disprezzo e sarcasmo una donna che pretendeva di ragionare e dire la sua, la definivano filosofessa.
La portata del problema, che indubbiamente sarebbe di respiro pi vasto, e che negli Stati Uniti ha preso in considerazione l'intero rapporto donna-linguaggio, sembra dunque ridursi e restringersi, per quanto riguarda la lingua italiana, soprattutto al problema del nome delle professioni e delle cariche al femminile. Questo apparente immiserimento della questione pu aiutare, a mio avviso, a liberarci da un pregiudizio e da un luogo comune, quello secondo il quale, imponendo un certo uso linguistico, si modificano anche l'atteggiamento, il costume, la mentalit a esso sottostanti.
Sono convinta che non sar l'eliminazione della distinzione tra i generi grammaticali, o l'imposizione di forme pronominali non marcate sessualmente a modificare le rappresentazioni simboliche interiorizzate, basate su una visione del mondo tradizionalmente centrata sull'elemento maschile. Del resto, ogni volta che si tentano interventi di ingegneria linguistica, il risultato rischia di vanificare anche le migliori proposte: i casi di azione pianificata di cui si  fatta esperienza nel passato (penso alla campagna del fascismo contro i forestierismi o a quella per l'imposizione dell'allocutivo voi, o anche alla politica francese di opposizione alla diffusione dell'angloamericano) non hanno portato a risultati positivi, dimostrando, se ce ne fosse bisogno, che la lingua rispecchia e segue la realt: non sar modificandola a tavolino o per decreto che riusciremo a modificare e a migliorare la situazione. Questo non vuol dire, naturalmente, che non si debba fare niente, ma mi sembra che i campi d'intervento debbano essere, in primo luogo la scuola, l'universit, e soprattutto i mezzi di informazione.
 attraverso questo tipo di lavoro sul linguaggio, sulle parole e sulle parole per le donne, che si costruisce lentamente il cambiamento. Solo cos la lingua del disprezzo potr esaurire il suo corso, rimanendo solo come testimonianza storica del passato. Con la speranza che la realt (e poi la lingua) cambi, perch le parole non siano pi solo femmine, i fatti non pi solo maschi.

Valeria Della Valle insegna Linguistica italiana all'Universit La Sapienza di Roma. Tra i suoi ultimi libri: Le parole del lessico italiano e Viva il congiuntivo.

Madonna
di Cettina Militello
Madonna. Gi chiamare cos Maria di Nazaret in qualche modo  depistante. Tant' che uno slogan in voga negli anni 70 suonava: Pi donna meno madonna, quasi a riparare la secolare offesa a lei arrecata, spiritualizzandola, defemminilizzandola, astraendola dalla vita concreta e, in tale guisa proponendola quale modello alle donne. Modello di silenzio, di disimpegno, di sottomissione, di nascondimento, di alienazione.
Sappiamo poco di Maria, anche se la critica recente rilegge con attenzione gli apocrifi che la riguardano. Sappiamo da essi il suo concepimento (il bacio di Gioacchino e Anna), la sua nascita, la sua presentazione al tempio, lo sposalizio con Giuseppe, vedovo e anziano. E, oltre i dati dei vangeli canonici, di nuovo altri apocrifi ci narrano del suo transito, ossia delle modalit singolari con cui avrebbe sperimentato la morte, partecipando della sorte del Figlio risorto.
I vangeli canonici, al contrario, ci narrano dell'annuncio che ella riceve circa una gravidanza non iscritta nelle modalit proprie del matrimonio. Maria diventa madre dell'Emmanuele (il Dio con noi) senza conoscere uomo per sola virt dello Spirito Santo. Prodigiosa non meno del concepimento  la nascita del Figlio divino. Malgrado le varianti, il vangelo dell'infanzia di Luca e quello di Matteo concordano sul concepimento verginale. Come caratteristiche proprie hanno ognuno narrazioni diversificate che, per esempio in Luca, sottolineano la statura di Maria, che non solo discorre con l'angelo tesa a capire il come di ci che le annuncia, ma corre di gran fretta a visitare la parente Elisabetta, incinta in tarda et, e risponde al saluto di lei che la riconosce come madre del suo Signore con il magnificat.  questo un inno della comunit primitiva che loda Dio e il compiersi della sua salvezza. Maria si appropria di espressioni che additano la diversa logica di Dio che esalta gli umili e i diseredati e rovescia i potenti e i superbi.  in senso stretto un canto di liberazione che tematizza a suo modo l'esperienza della salvezza, l'azione potente di Dio nella storia del suo popolo. I vangeli ancora ci attestano le tensioni tra Ges e la sua famiglia. In questa chiave, padre madre e fratelli sono per Ges quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica. Ma proprio Luca sin dal vangelo dell'infanzia mostra Maria come colei che metabolizza la parola, la custodisce nel suo cuore, la fa crescere. Maria insomma appare nella concretezza del suo essere donna di fede, nel solco della tradizione dei suoi padri, sulla soglia del passaggio dalla fede del primo testamento a quella cristiana.
Un ritratto altrettanto importante  quello offertoci dal vangelo di Giovanni. Qui non ne viene ricordato il nome, e tuttavia ella impersona la comunit credente, avviando il primo dei miracoli di Ges, quello delle nozze a Cana di Galilea (l'acqua trasformata in vino, segno della gioia escatologica e del regno). Ancora ai piedi della croce, la madre di Ges rappresenta la comunit, tutt'uno con Giovanni, il discepolo che Ges amava e a cui Ges l'affida.
L'esiguit di questi passaggi stride con la fantasiosa ricostruzione dell'infanzia e del transito. Di certo, pur apprezzati oggi per i dati contestuali che ci offrono, gli apocrifi colmano in modo fantasioso il non detto, sempre pi importante per il peso che Maria acquisisce nella comunit che a lei gi si rivolge chiedendone l'intercessione nella pi antica preghiera mariana a noi nota, il Sub tuum praesidium, composta nel terzo secolo in ambiente egiziano. Cos come risale al IV secolo la memoria di lei nel Canone della Messa. La liturgia ben presto fa memoria di lei nella prossimit del Natale e legge in chiave mariana i misteri stessi del Figlio. Si celebrer il suo giorno natale (l'8 settembre) e il suo dies natalis, la sua morte (il 15 agosto).
Per certi versi Maria impersona il femminile cos come lo veicola il primo testamento. La sua epopea  tutt'uno con quella delle matriarche o delle eroine d'Israele. Non a caso il vangelo di Matteo rompe la successione patrilineare della genealogia di Ges per immettere in essa quattro donne (Rut, Raab, Tamar, Betsabea) legate tutte, in un modo o nell'altro, alla rottura dell'ordine costituito.  da loro che passa secondo l'evangelista la linea di generazione del messia.
Singolare nella modalit del generare, Maria  singolare anche nella fede, nella risposta di fede, anche se  indubitabile il suo non comprendere e perci il suo crescere nella comprensione del Figlio e del suo messaggio.
Correttivo all'assenza di un femminile divino, persona femminile concreta, storica, mai dea, Maria finisce per con l'impersonare le aspettative culturali del femminile di una societ patriarcale e androcentrica che se ne avvale strumentalmente. La devozione far il resto, assai spesso in combutta con disegni secolari volti a fare della fede un deterrente sociale, un anestetico alla coscienza, un paradigma di umanit ossequiente e soggetta. Il che paradossalmente contraddice la testimonianza evangelica. Basterebbe un viaggio attraverso la storia dell'arte o attraverso le denominazioni diverse di santuari, chiese, comunit religiose per mostrare e dimostrare le ambiguit complesse, le forme molteplici e ambigue che la Madonna via via assume, contraddicendo quasi la Maria evangelica.
La denuncia di tutto ci appartiene alla teologia femminista, che per passa da una sorta di iconoclastia mariana a un atteggiamento diverso, costruttivo e rispettoso di lei come di ogni donna. Maria appare s modello disperante e alienante, ma soprattutto sorella da liberare, da restituire alla sua dignit, alla sua vera statura. In questo percorso si insister pi che sulla sua maternit sulla sua discepolarit, sulla sua sequela, e come tale apparir modello alle donne di ogni tempo. Preciser Paolo VI nella Marialis Cultus che Maria non  modello alla donna d'oggi per il tipo di vita che condusse, per le modalit socio-culturali in cui visse. Piuttosto apparir come una madre non passivamente ripiegata sul proprio figlio, come una donna che ha conosciuto il dolore, l'esilio, la prova, come una donna capace d'annunciare un Dio che  vindice dei poveri e degli oppressi.
Da parte loro, le teologhe femministe ripercorreranno le pagine della Scrittura, della tradizione patristica e dogmatica, della devozione e delle sue forme nella storia, smascherando l'uso politico di Maria e additando invece i percorsi alternativi fatti propri dalle donne stesse.
Personalmente, accanto all'istanza discepolare ho proposto per comprendere Maria la dimensione della sororit. E porta il titolo Veramente  nostra sorella il volume di Elisabeth Johnson, una delle pi illustri teologhe femministe americane.
Che in un modo o nell'altro occorra confrontarsi con il suo mito lo prova da ultimo il volumetto di Luce Irigaray.
Certo  importante andare alla ricerca della Maria della storia, non meno di quanto lo sia la ricerca relativa a Ges, ma oltre i dati, poveri o ricchi, resta la convergenza archetipale di questa figura, la capacit di transignificazione che ha traghettato il femminile divino nella tradizione cristiana; resta potente una esemplarit che corre da lei alla Chiesa e viceversa, da lei alle/ai credenti e viceversa, come ha ricordato il Concilio Vaticano II. Insomma, oggi la Madonna non  pi solo oggetto di devozione dissennata o cortese;  imperativo alle donne (e agli uomini) a coerenza di pensiero e di agire;  appello a bellezza solidale;  utopia conclusiva di un percorso salvifico che niente demonizza dell'umano, ma dialoga con esso e lo accompagna su sentieri di divinizzazione.

Cettina Militello insegna Teologia presso il Pontificio Ateneo Sant'Anselmo di Roma. Tra i suoi libri: Il volto femminile della storia; Maria. Con occhi di donna; Il giubileo e l'iniziazione cristiana; La Chiesa, il corpo crismato; Trattato di ecclesiologia.

Mamma
di Marina D'Amelia
All'inizio, a occupare la ribalta del femminismo non sono di certo le madri. Nei gruppi di autocoscienza l'enfasi  tutta sulla condizione di figlia, sulla rivolta a quelle norme interiorizzate che parlano di missione materna e di etica del sacrificio. Decisa  anche l'insofferenza nei confronti delle pressioni sociali e psicologiche che legano realizzazione personale, sicurezza e approvazione sociale all'essere madri. N madri n madonne, solo donne , del resto, uno degli slogan gridato alle manifestazioni femministe.
Nate per lo pi tra il 1943 e il 1953, bambine e preadolescenti quindi negli anni 50 e 60, le femministe, ma non solo loro, coltivano la ferma aspirazione a vivere una vita diversa da quella della propria madre. Molte le camicie di forza che spingevano le figlie a volersi differenziare dalle madri: la subalternit ai mariti, l'ambito ristretto delle esperienze confinato nel ruolo riproduttivo, la mancanza di desideri e tempi per s. Della maternit, quando se ne parla, si sottolineano quindi gli aspetti di gabbia costrittiva e di dovere, pi che il potere generativo del corpo materno e le forme di autorealizzazione sul piano espressivo e relazionale. Eppure nel Manifesto di rivolta femminile erano indicati gi i punti essenziali di una riflessione che si svilupper negli anni a venire: il fatto che ciascun essere  nato da donna, l'espropriazione dell'autorit materna (chi genera non ha la facolt di attribuire ai figli il proprio nome), lo snaturamento di una maternit pagata a prezzo dell'esclusione che rendeva le donne inconsci strumenti del potere maschile.
Ma perch si faccia strada a livello diffuso un'attenzione diversa alla maternit bisogner aspettare che alcuni testi entrati nelle biografie di molte (penso in particolare a Nato di donna di Adrienne Rich e Noi e i nostri figli scritto dai genitori per i genitori dal Boston Women's Health Book Collettive) propongano con forza il senso e il valore del mettere al mondo e del suo pendant etico della cura responsabile e del senso del limite. La figura materna diventa destinataria di un riconoscimento simbolico in quanto parte essenziale dell'identit e della differenza femminile. L'elaborazione di soggetto, distinto da quello della filosofia tradizionale modulato sul genere maschile, attraversa la metafisica femminista. Di questa ricerca fanno parte alcuni punti fermi: una maternit non pi obbligata ma scelta, vissuta a misura dei tempi femminili, una forte solidariet tra madri per far fronte alle incombenze della vita quotidiana e della crescita dei figli, una rivendicazione aggressiva nei confronti degli uomini e dei padri e delle loro reali o presunte inadempienze. Parallelamente alla possibilit concreta di programmare le nascite introdotta dalla fine del bando agli anticoncezionali, vengono indagate le diverse costellazioni del materno sul piano storico, letterario e filosofico. In polemica con la svalutazione della generazione biologica, pezzi di esperienza materna delle donne del passato vengono dissotterrati e contemporaneamente intere genealogie di presenza e intervento femminili vengono valorizzate ed entrano a far parte della storia nazionale. Questa ricerca  ben lungi dall'essere esaurita, ma nel giro di una generazione ha cambiato molte cose. Oggi non solo la relazione madre-figlia  uscita dal cono d'ombra cui la relegava una trasmissione attenta solo al succedersi di padri e figli, ma si pu parlare di una storia della maternit, ricca di numerosi capitoli e di un'etica materna che indaga sulle forme specifiche della dialettica dell'amore materno. Enfasi e valorizzazione retorica della maternit con relativo corredo di doveri imposti appartengono al tempo storico e ai diversi contesti sociali, non hanno nulla di naturale e sono soggetti quindi a cambiamenti anche drastici nel tempo. Molto di questo impegno di risignificazione simbolica della madre e di ricerca di nuovi modi di essere/fare la madre, che ha impegnato negli anni passati la mia generazione,  filtrato nella realt di oggi. La duplice aspirazione a una soddisfazione professionale e a un'appagante maternit appare radicata nell'immaginazione del futuro delle nuove generazioni. Equilibrio per un verso difficile da conquistare  e riconquistare  per le gi madri, sempre pi minacciato dalla crisi economica per le non ancora madri. L'altra faccia della medaglia  rappresentata dal rischio che la riscoperta della maternit diventi autocelebrativa e si trasformi in una nuova mistica dell'essere donna difficilmente arginabile e dalle forti tinte conservatrici. E questo proprio mentre sui comportamenti materni delle femministe  come su tutto il femminismo  si  riversata una damnatio memoriae, prodiga di anatemi quanto povera di indagini documentarie, e la disfunzione delle istituzioni spinge le madri a un protagonismo sempre pi parossistico nella vita quotidiana e sociale italiana. Basta scorrere i numerosi blog femminili che ruotano attorno all'essere madri per rendersi conto che i cavalli di battaglia femministi hanno fatto scuola, che si ripropongono vecchie domande ( costruibile una solidariet delle donne sulla base della maternit?), ma anche che la valorizzazione del potere simbolico della madre pu virare in direzione esclusivamente antifemminista e narcisistica. Soprattutto quando questo potere simbolico non si coniughi con obiettivi precisi e movimenti di opinione sul piano pubblico.

Marina d'Amelia insegna Storia moderna all'Universit La Sapienza di Roma. Ha pubblicato, tra gli altri: Orgoglio baronale e giustizia: Castel Viscardo alla fine del Cinquecento e La mamma.

Mammana
di Bruna Bellonzi
Ho trovato buffo, anzi meglio, inquietante, che i vari dizionari consultati per la ricerca sulla parola mammana non offrano che una scheletrica definizione di questo termine e la sua accentuazione corretta.
s.f. centromeridionale. Mammna. Donna che assiste al parto e procura aborti. Levatrice in dizione dialettale.
Eh, no, signori miei! Di ben altro sangue e significato  carica (dovremmo dire era carica?) quella figura che fu al centro di una delle pi guerreggiate battaglie degli anni 60, vinta e confermata poi da un referendum indimenticabile. Altro che fabbricatrici d'angeli, come le chiamavano con ipocrita ma indubitato savoir faire i francesi: qui da noi le mammane erano la lunga mano del diavolo, quelle che salvavano dalla giusta vergogna chi aveva infranto i codici dell'onore e della morale cattolica, come se gli arringatori inflessibili contro l'obbrobrio della incombente 194 non sapessero perfettamente che a rifiutare una ennesima gravidanza non erano di solito svergognatelle dall'abbraccio facile o fedifraghe impudenti, ma madri gi oberate da un numero assai alto di figli, che prendevano sulle loro spalle anche la terribile decisione di negare una nuova vita.
Perch l'aborto procurato era cosa di sole femmine, una vicenda drammatica tutta femminile, come riconoscevano non senza imbarazzo e sdegno medici e sociologi interpellati in quegli anni durante la campagna a favore della legge sull'interruzione volontaria di gravidanza. La ricerca, l'accordo e poi il fatto avevano occhi, voci e mani di donna. I decotti da consigliare, i mazzetti d'erba, i pediluvi bollenti li sapevano le mammane, come loro sapevano quale attrezzo brutale, fosse ferro o gambo legnoso d'un vegetale all'uopo scelto, bisognasse introdurre o farsi introdurre l dove una nuova vita indesiderata stava germinando. Amiche, consigliere, complici ricercate e rispettate. Ne ho intravista qualcuna, per caso, in certe campagne non solo meridionali, e in un paio di quartieri e borghi cittadini abitati da gente onesta ma povera. Della morte di una, Carmelina, ho visto piangere una mia domestica. Il prete, mi fu raccontato fra le lacrime, le aveva negato la funzione in chiesa. Quattordici volte mi ha salvato, e mi dava consigli per non avere un altro guaio. Perch io a venticinque anni tenevo gi sei figli vivi e due morti appena nati. E un marito che campava alla giornata. Non avevo famiglia alle spalle, ch a sette anni ero gi a servizio e a sedici ero gi maritata. L'ultima volta Carmelina me dicette de nun la cerc chi, e m'abbrazz. Chi che 'na madre  stata pe' mia. Mamma. Mammna, con l'accento giusto.

Bruna Bellonzi  giornalista e ha lavorato a Noi donne e al Mondo.

Marito
di Barbara Palombelli
Mas-maris. L'etimologia del termine parrebbe di derivazione indoeuropea, nel significato di adolescente con compagna. Accostata al suo opposto, s/capolo (senza cappio) ha un sinonimo che la dice tutta: coniuge, cum iugus, con giogo. In Italia, nell'epoca moderna, i diritti del marito-capofamiglia furono codificati prima dal codice Napoleonico, poi dallo Stato Unitario, dal fascismo nel 1942, dalla Costituente. Fino al 1919 le donne dovevano chiedere l'autorizzazione maritale per disporre dei propri beni.  nel maggio 1975, con la nuova legge sul diritto di famiglia, un anno dopo la conferma referendaria del divorzio, che viene finalmente sancita  dopo un'infinit di battaglie di cui oggi s' persa la memoria, ma di cui tutte noi sentiamo ancora il peso della fatica, purtroppo  l'uguaglianza fra moglie e marito. Prima di quella data storica, il marito poteva costringere la sua sposa a seguirlo ovunque egli ritenesse di fissare la sua residenza, aveva la potest indiscussa sui figli, poteva commettere adulterio (il tradimento di lei, invece, era un reato perseguibile in tribunale), imponeva il suo cognome (oggi  possibile aggiungerlo al proprio). Soltanto trentacinque anni fa, e sembra ieri, il marito fu ridimensionato in nome di un'uguaglianza giuridica che rese possibile  per la prima volta nella storia  la comunione dei beni.  sul terreno economico, infatti, che si gioca la vera partita del potere nella coppia: la dote di una volta, con cui i maschi della famiglia di origine si liberavano per sempre degli obblighi successori verso le femmine, svanisce con la riforma-rivoluzione del 1975. Pari davanti alla legge significa certamente pi libere. Nell'immediato, allora, per le donne di una condizione socialmente fragile, signific certamente pi povere, pi indifese: niente dote, via i corredi, le gioie di famiglia, ricami e orecchini, lenzuola e tradizioni. I beni di casa, piccoli o grandi che fossero, diventarono di destinazione incerta dopo secoli. A rischio di separazione o divorzio, le donne restarono nelle case (contadine o reali, Pinuccia o Lady D, non fece differenza, l'istinto atavico animale prevalse). Svanirono con la diseguaglianza dei diritti anche tante piccole tutele di cui le sorelle pi giovani e le nostre figlie sentono la mancanza e tentano di recuperarle con i sogni alla Cenerentola-Pretty Woman. A trentacinque anni dalla rivoluzionaria conquista, il modello culturale  profondamente trasformato (in peggio? S).
Un fantasma si aggira nelle serie tv: torna, resuscita, il marito-padrone-capofamiglia. In Sex and the City, la sit-com pi politicamente femminile che ci sia, il lui della protagonista (scrittrice-giornalista) viene chiamato addirittura Big. Che ci piaccia o no (no) il marito-Big sta tornando a essere il sogno di tante ventenni emancipate, liberate, consapevoli. Noi cinquantenni, che abbiamo cercato, costruito, faticato a produrre il marito-compagno-complice, ci sentiamo spiazzate. Schiacciate fra i modelli cinematografici che facevano sognare le nostre madri, allevate dalla filmografia anni 50 a sognare mariti, famiglie e casette alla Doris Day, e i telefilm delle adolescenti del Terzo Millennio che di nuovo vorrebbero abito bianco e limousine, nel giorno pi bello. Un marito! Per noi fu una scelta sofferta, spesso dopo anni di convivenza, indossare quella fede al dito. Si andava in Comune e dopo al lavoro: era la nostra rivoluzione, cancellare il matrimonio-cerimonia e insieme l'invadenza delle famiglie nelle nostre vite. Non era un marito, non lo chiamavamo cos, era il mio compagno, con o senza anello. Le donne pi grandi di noi  ancora schiave del clich  chiamavano marito anche chi non lo era. Noi, invece, spogliavamo il legittimo consorte di quella etichetta cos retrodatata.
Veline, giovani italiane e giovani immigrate, impiegate e imprenditrici, operaie e manager: adesso molte ragazze stufe di faticare l'uguaglianza (che non  un pranzo di gala) lo rivogliono, quel marito-padrone-capofamiglia. Altro che rivoluzione della parit: trionfano le coppie dove il potere, economico,  nelle mani di lui e l'anello nelle mani di lei. Il marito di una volta viene invocato, adulato, sedotto. Lui la vuole giovane e sottomessa. Lei lo vuole potente e solido. Funzioner? A spazzare via l'idea di una nuova coppia in cui il marito fosse finalmente una persona senza genere predefinito, hanno concorso tanti elementi. Della nostalgia per le tradizioni anti-globalizzazione, narrata con le favolette televisive e le soap, s' detto. Bisogner aggiungere qualcosa di politicamente molto scorretto. Le donne degli altri mondi, terzi e quarti, non erano in piazza Navona quarant'anni fa a battersi con noi per i diritti di parit di emancipazione e di differenza: schiave nei loro paesi, sono poi arrivate qui in massa a servire i nostri mariti. Ed  saltato tutto il modellino che avevamo immaginato: lui e lei davanti al lavello e al pannolino, liberi fuori casa e uguali dentro. L'esplosione, fragorosa,  solo all'inizio. Chi non pu permettersi la docile e costosa top model o stangona, ha un mercato infinito cui rivolgersi. Dai trans brasiliani alle minorenni dell'Est, dalle brasiliane alle thailandesi, i mariti possono scegliere come al supermarket! Comprano donne comunque docili, deboli, capaci di ascoltare, perfino pi indifese delle nostre nonne  con la dote e la chiave della dispensa stretta nelle tasche esercitavano un qualche potere perfino loro  e le usano. Noi assistiamo, sbigottite  complicato scandalizzarsi, eravamo quelle del libero amore, impossibile buttare la croce addosso alle sorelle immigrate affamate di tutto  alla vendetta del Marito-Big. Che nessuna legge, nessuna battaglia potr mai obbligare a rientrare nel ruolo che avevamo immaginato per lui.

Barbara Palombelli  giornalista, scrittrice, conduttrice radiofonica e televisiva. Ha lavorato a Panorama, al Corriere della Sera e a Repubblica. Ha condotto con Giuliano Ferrara Otto e mezzo su La7. Dal 2001 conduce su Radio 2 28 minuti. Tra i suoi libri: Famiglie d'Italia e Registi d'Italia.

Massaia
di Silvia Ballestra
Massaia dalle grandi braccia, la vestaglietta a fiori e qualcosa, una fascia, un fazzoletto, a fermare i capelli e proteggerli dalla polvere. E ancora, sguardo autoritario e bicipiti potenti appunto: per fare la massa del pane? Radunare gli animali di corte come ai tempi delle vergare? Rivoltare i materassi? Portare le fascine per accendere il fuoco, oppure impastare, triturare e sminuzzare, come recitava la rclame d'un moderno robot di cucina che proprio quello doveva fare, sostituire la massaia nei lavori ultrapesanti? Oppure la massaia come organizzatrice suprema di economia domestica e, dunque, oculata e lucida ragioniera di casa?
Il termine massaia evoca qualcosa di nobile e antico, proveniente dalla terra, da una dimensione collettiva di governo dello spazio domestico: casa e aia, mercato e orto. Manutenzione ma anche produzione, scambio, gestione. Diversa dunque dalla casalinga che se ne resta rinchiusa negli appartamenti borghesi e sempre pi sacrificati di citt alienanti (tant' che le casalinghe, oggi a Wisteria Lane e ieri nella New York di Sue Kaufman, sono disperate), a frustrarsi e macerarsi per le occasioni mancate, gli incontri impossibili se passi la maggior parte del tempo sola in casa.
La massaia no, la massaia  consapevole del suo potere. Dei suoi saperi. La massaia infatti  anche una chimica, un'esperta in elettricit e idraulica, una tessile, una sublime arredatrice, e talvolta, oltre che architetto, pu rivelarsi anche ingegnere. La massaia sperimenta, in cucina crea, improvvisa, osa. Raramente svela i suoi segreti, conquistati a prezzo di tentativi sanguinosi.
Troppo spesso il suo luogo di lavoro le si rivolta contro diventando teatro di incidenti anche mortali: sono migliaia ogni anno le massaie che restano ferite o perdono la vita in casa. La stanza pi pericolosa, dicono le statistiche,  la cucina, coi suoi fuochi e i manici arroventati, e lo strumento pi micidiale il coltello. Ma anche salire e scendere dalla scala per pulire su in alto, sporgersi dalle finestre, e ancora scivolare sul pavimento bagnato, rialzarsi di colpo contro pensili lasciati aperti, acciaccarsi le dita... E respirare i vapori di detersivi assai nocivi, passare tante ore, troppe, nello stesso ambiente  prima, durante e dopo l'orario di lavoro!  tra formaldeide, ammoniaca, solventi e inquinanti vari ancora sconosciuti, allergeni e acari, esposta alle onde invisibili e insidiose di frigoriferi, televisori, aspirapolveri ecc.
C' anche il rischio che quella casa, quel luogo di lavoro, diventi la gabbia ove esercitare le proprie ossessioni. Ecco allora la nevrosi igienista delle lucidature a specchio, del bianco abbacinante, del graffietto da cancellare a ogni costo: lo raccont benissimo una scrittrice, Paola Masino, in Nascita e morte della massaia. Si era allora in pieno fascismo e il testo fu censurato, tacciato di cinismo e disfattismo poich osava mettere in discussione uno dei temi portanti dell'ordine patriarcale: il ruolo della donna come angelo del focolare. Le nostre nonne, infatti (e di conseguenza le nostre mamme tirate su in quest'ottica ancora negli anni 70), avevano una serie di obblighi molto stretti a cui rispondere. Cito da un'enciclopedia per ragazzi del tempo edita dalla Utet: Quando la donna fu elevata a dignit di madre, nella casa fu assunta a regina e nella casa ebbe il focolare, del quale doveva essere, e ne era, sacerdotessa e custode. Sul focolare faceva sacrifici alle divinit tutelari della casa e della famiglia. Dall'uomo riceveva la missione di non lasciare mai spegnere il sacro fuoco. Da quei tempi la parola focolare rest a significare il centro che attrae e raduna i figli attorno alla madre; il luogo ove ha sollievo e conforto chi lavora, combatte e soffre. Ovvio dunque che un libro onirico e problematico, scritto sperimentando varie voci in perfetto stile surrealista, come la storia di una diciottenne che (secondo la sua stessa madre) nasce solo quando va in sposa a un vecchio zio e diventa la padrona della casa  la Nascita della massaia, appunto  risultasse destabilizzante e pericoloso.
E oggi?
Oggi la massaia  target prediletto di tanti pubblicitari che non si sono spostati di molto da quella visione claustrofobica e sessista: se le acquirenti dei prodotti di bellezza sono donne di classe (perch io valgo),  ancora la massaia materialona che deve pulire il cesso, la mammina assennata di una casa linda e pinta, stile mulino bianco, che deve smacchiare e ammorbidire il bucato.
Ma la casalinga di Voghera, a forza di fruire di tv e radio alle ore pi impensate,  diventata esperta in comunicazioni di massa? Si  fatta pi smaliziata? O non saranno ancora le massaie a garantire l'attuale reggenza del tycoon televisivo, come sostengono da sempre i sondaggi a supporto dell'ideologia berlusconiana qui creata e sviluppata?
Pu risultare istruttivo esplorare gli aspetti pi oscuri e misteriosi della massaia. Per non possiamo concordare con quelle donne con un passato da femministe che, ben installate in ruoli da commentatrici (pagati e garantiti) teorizzano oggi il ritorno alla crostata: troppe ragazze al secondo figlio, spesso laureate, spesso preparate per altre carriere ma non sostenute da adeguati servizi, sono costrette nel nostro paese a lasciare il lavoro e l'indipendenza economica per rientrare a casa facendosi intrappolare di nuovo nel ruolo di massaia. Comodo per uno stato sociale carente, vissuto dalle donne con pi consapevolezza, magari, con meno retorica manifesta, il lavoro di massaia  oggi forse meno pesante ma ancora non riconosciuto. E di sicuro, alla fine, non certo scelto, non davvero voluto.

Silvia Ballestra, giornalista e scrittrice, collabora all'Unit e a Io donna del Corriere della Sera. Tra i suoi ultimi libri: Contro le donne nei secoli dei secoli; Piove sul nostro amore. Una storia di donne, medici, aborti, predicatori e apprendisti stregoni; I giorni della rotonda.

Matriarcato
di Eva Cantarella
A partire all'incirca dalla met dell'Ottocento, viene periodicamente riproposta un'ipotesi secondo la quale dietro la storia dei gruppi sociali organizzati sotto il comando di un capo di sesso maschile sarebbe possibile intravedere una lunghissima preistoria, nel corso della quale l'organizzazione sarebbe stata diversa. Il patriarcato, infatti (dominio dei padri) sarebbe stato preceduto dal potere delle madri (matriarcato). Sul piano storiografico, l'ipotesi venne prospettata per la prima volta nel 1861 dallo storico del diritto romano J.J. Bachofen, che nel clima evoluzionista dell'epoca (negli stessi anni veniva pubblicata L'origine della specie di Darwin) sosteneva che la storia di tutti i popoli si era sviluppata o era destinata a svilupparsi attenendosi alla seguente linea evolutiva: una prima fase di promiscuit (o afroditismo) nella quale gli uomini, grazie alla loro superiore forza fisica, avrebbero sottomesso le donne. Questa fase sarebbe stata superata quando le donne, dopo aver tentato invano di ribellarsi con le armi (evento di cui resterebbe una traccia per esempio nel mito greco delle Amazzoni), avrebbero finalmente utilizzato il potere legato al loro superiore senso religioso, costringendo gli uomini ad accettare il matrimonio monogamico. Grazie a tale conquista, che le poneva al centro dell'organizzazione familiare, le donne si sarebbero impossessate anche del potere sociale e politico, imponendo il matriarcato. Questa seconda fase, dice Bachofen (che la definisce la poesia della storia), fu un'epoca pacifica e democratica, in cui prevalsero i valori tipici della natura delle donne, legate alla terra e alla materia, madri di tutti gli esseri umani, pertanto fratelli, e quindi uguali tra loro. Ma proprio per questo il matriarcato era inevitabilmente destinato a essere superato dal patriarcato, fase finale e superiore della storia. Essendo infatti gli uomini forma e spirito (a differenza delle donne, che erano natura e materia), l'affermarsi dei valori maschili e con essi del patriarcato avrebbe finalmente consentito la nascita dello Stato, creazione ultima e suprema dello spirito umano.
L'ipotesi di Bachofen, pur incontrando poco favore tra gli storici, ebbe grande successo in altri campi delle scienze sociali. La storicizzazione del concetto di famiglia era troppo importante perch la cultura marxista non la raccogliesse, ed Engels vi fece riferimento nella prefazione alla quarta edizione de Le origini della famiglia, della propriet privata e dello Stato, riconoscendo all'opera di Bachofen il carattere della genialit. In campo psicanalitico, a essa si ispirarono alcuni esponenti della scuola junghiana, derivandone l'idea dell'esistenza di archetipi psichici femminili e maschili. Il dibattito si estese e coinvolse poi, tra gli altri, anche gli antropologi, e in particolare uno dei padri dell'antropologia del diritto, Bronislaw Malinowski. Studiando la struttura familiare dei trobriandesi della Melanesia, infatti, Malinowski aveva osservato che in quella societ l'autorit sui figli non spettava al padre, bens al fratello della madre, provocando con questo, a distanza di anni, l'indignata reazione di un filone del femminismo americano, che lo accus di mancanza di obiettivit scientifica. Il fatto che il potere sui figli non spettasse al padre, diceva questo filone del femminismo, stava a indicare che un tempo l'organizzazione trobriandese era stata matriarcale. Se Malinowski non lo aveva capito era solo perch un pregiudizio maschile gli aveva impedito di ammettere che potessero esistere forme di organizzazione diversa da quella patriarcale, e per superare il problema posto dalla mancanza di una figura autoritaria paterna era arrivato a inventare la teoria dell'avunculato (dal latino avunculus, lo zio materno). Che peraltro,  inevitabile osservarlo,  tutt'altro che un'invenzione. Lo zio materno, infatti, ricopre un ruolo speciale in molte societ diversamente dislocate nel tempo e nello spazio, tra le quali anche quella romana. Ma per venire, tutto ci premesso, alle ipotesi pi recenti sul presunto, antico potere femminile, bisogna ricordare che sul finire del secolo scorso un'ipotesi di questo tipo  stata riproposta in una nuova e inedita veste, e con grande successo, dalla celebre archeologa lituana Maria Gimbutas, in Il linguaggio della dea.
Dopo aver analizzato all'incirca duemila manufatti preistorici, Gimbutas ha sostenuto che in Europa tra il 7000 e il 3500 a.C. esisteva una societ da lei definita gilania, con termine formato da gy (inizio della parola greca gyne = donna) e an (inizio della parola aner = uomo), uniti dalla lettera l, come legame tra le due parti dell'umanit. Essendo caratterizzata dall'uguaglianza tra i due sessi, questa societ non sarebbe stata esattamente un matriarcato, ma a ben vedere sarebbe stata assai simile a questo, visto che le donne vi avrebbero ricoperto un ruolo dominante come sacerdotesse o capi clan, e che la vita sarebbe stata governata da una Grande Dea, simbolo della nascita, della morte e del rinnovamento. Questa societ felice e pacifica, peraltro, sarebbe stata spazzata via da una cultura diversa, emersa dal bacino del Volga, che la Gimbutas definisce Kurgan, in russo tumulo, perch seppelliva i morti in tombe circolari. Questa nuova cultura, in cui si addomesticava il cavallo e si producevano armi letali, si sarebbe imposta tra il 4300 e il 2800 a.C., trasformando l'antica cultura europea in androcentrica e patrilineare.
Questa, in ordine di tempo, l'ultima ipotesi che, se non si autodefinisce matriarcale, sostiene tuttavia la storicit di un potere femminile. Ma, quantomeno a giudizio di chi scrive, l'ipotesi ha valicato i confini della storia per assumere la dimensione di un sogno. L'ipotesi che le donne, in un tempo remoto, abbiano avuto il potere, appare spesso come l'espressione del desiderio di credere che, come un giorno  esistita una societ senza soprusi dove la natura era rispettata e non si facevano guerre, cos un giorno torner a esistere un mondo migliore.

Eva Cantarella insegna Istituzioni di diritto romano e di diritto greco antico all'Universit Statale di Milano. Tra i suoi libri: Itaca. Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto; L'amore  un dio; Ritorno della vendetta. Pena di morte: giustizia o assassinio?; Dammi mille baci.

Matrimonio
di Annamaria Bernardini de Pace
Credo nel matrimonio. Per questo giudico irrinunciabile l'istituto del divorzio.
Una storia coniugale pu durare a lungo, e anche per sempre, se sai che puoi uscirne.
Se il sentimento che ti ha portato a rendere sacro un incontro non  imbrigliato nei confini del definitivo.
Se questi sono i presupposti, l'incontro tra due persone perde i caratteri della precariet consegnatigli dall'interesse sessuale, economico o dall'inganno del romanticismo, per trasformarsi nella narrazione quotidiana dell'erotismo, dei sentimenti, dell'etica familiare e sociale.
Prescrive l'art. 143 del codice civile, quell'articolo che viene declamato ad alta voce dall'officiante nel rito civile e in Chiesa nel rito concordatario: Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedelt, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione. Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacit di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.
Il matrimonio  un negozio giuridico bilaterale di diritto privato, presuppone perci la manifestazione della personale volont di chi lo contrae:  indispensabile essere consapevoli degli effetti giuridici che si generano dalle due contestuali dichiarazioni.
Il rapporto personale tra i coniugi diventa cos un fatto giuridicamente rilevante anche per lo Stato.
Diversamente da quanto accade nella libera convivenza, salvo per ci che concerne i figli.
La scelta del matrimonio, in luogo dell'unione affettiva slegata da vincoli giuridici, ha dunque in s qualcosa di sacro  anche se le nozze sono civili  poich legittima e rende pubblico un progetto privato. Cosicch lo Stato possa farsi carico di tutelare i principi e i diritti che governano il matrimonio. Anche quando la convivenza diventa intollerabile e si ricorre alla separazione prima e al divorzio poi. Lo Stato esercita il controllo giudiziale sulle cause che hanno fatto venire meno il consenso, di uno o entrambi, alla prosecuzione del matrimonio e interviene a dirimere i conflitti.
Quando il divorzio non era ammesso, sovente il matrimonio si riduceva a essere un contenitore ipocrita di persone e problemi.
Certamente anche oggi ci sono matrimoni cosiddetti di facciata, perch non tutti hanno il coraggio della lealt e della solitudine e molti non hanno la capacit economica per dividere la famiglia. Ci pu trasformarsi in un'ingiustizia sociale: come  un diritto fondamentale della persona, riconosciuto dalla Costituzione, quello di sposarsi, lo dovrebbe essere concretamente anche quello di separarsi. Ma, mentre lo Stato riserva risorse, se pur minime, alle famiglie unite o in procinto di unirsi, altrettanto non fa con quelle bisognose della separazione. Altra ingiustizia sociale  il non riconoscere la libert di matrimonio agli omosessuali, generandosi cos la discriminazione, a causa del loro orientamento sessuale, da parte di quelle stesse leggi che sanciscono il diritto inviolabile all'identit personale e all'uguaglianza morale e giuridica di tutti i cittadini.
L'approvazione autorevole dello Stato o della Chiesa non  sempre stato un elemento essenziale del matrimonio.
Nell'antico Egitto, per sposarsi, bastava il reciproco consenso personale alla coabitazione; nella Grecia antica, prima si stipulava un contratto fra il padre della sposa e l'aspirante marito e dopo il matrimonio diventava valido con l'inizio della convivenza. Per i giuristi romani il matrimonio era un'espressione del diritto naturale, basato sull'unione sessuale dell'uomo e della donna, caratterizzato dalla sottomissione di questa a quello.
Nell'alto Medioevo nasceva la consuetudine di concretizzare le nozze con un contratto scritto e firmato dagli sposi.
Nel 1215, con il Quarto Concilio Lateranense, la Chiesa cattolica ha organizzato ufficialmente per la prima volta le regole per concludere un matrimonio valido. Sacramento indissolubile, fondato sul consenso, preceduto dalle pubblicazioni. Invalido, se frutto di violenza, clandestinit, rapimento, o se non consumato.
Con i Patti Lateranensi del 1929, lo Stato italiano ha riconosciuto effetti civili al matrimonio canonico. Il matrimonio civile era stato introdotto in Italia solo con il codice del 1865: pur essendo ispirato al codice napoleonico, diversamente da questo decretava il principio di indissolubilit, che permarr fino al 1970, quando verr approvata la legge sul divorzio.
E fino al 1975 il codice sancir il potere del marito sulla moglie.
Oggi le statistiche registrano una significativa diminuzione dei matrimoni e un incremento delle libere convivenze. In entrambi i casi, per, segnalano anche l'aumento delle separazioni e la flessione dei tempi di durata delle unioni, libere o coniugali che siano.
Credo che i motivi siano diversi. Tra gli altri, l'aumento degli anni di vita, la temerariet di molte unioni, la variabilit del concetto di amore, l'incapacit diffusa di rispettare la responsabilit affettiva e la lealt; ma anche la conquistata autonomia e dignit della donna che, pur onorando la sacralit del matrimonio, non intende pi declinarla nella sola sacrificalit.
Perch un matrimonio non sia incompiuto o deteriorabile,  fondamentale onorare la libert di pensiero e la conferma quotidiana del consenso, oltrech agire come suggerisce Gibran: Cantate e danzate insieme e siate giocondi, ma ognuno di voi sia solo.

Annamaria Bernardini de Pace  avvocato, specializzata nel diritto di famiglia. Tra i suoi ultimi libri: Mamma non m'ama; Figli condivisi; Diritti Diversi: la legge negata ai gay.

Menopausa
di Paola Tavella
La menopausa  la fine dell'et fertile e insieme l'ultimo tab della sessualit femminile. Si celebrano le Vergini della Luna Crescente e le fertili Madri della Luna Piena, ma la Luna Calante  difficile da onorare insieme alla sua preziosa ombra di vecchiaia e morte: una porta si chiude alle nostre spalle e spesso con riluttanza ci voltiamo a guardarla. Negli Stati Uniti tale soglia viene riconosciuta e ritualizzata nel movimento delle Crones, le Anziane, che ne rivendica la magnificenza, celebra la scoperta di una nuova libert e il contatto con una parte autentica e saggia di s. Osserva Doris Lessing che invecchiare  molto interessante perch si scopre la differenza fra come si  e come si appare. Cominci a capire che prima ti servivi dell'apparenza fisica per attrarre, e adesso usi un altro tipo di bellezza, oppure non te ne importa pi niente. Germaine Greer ha scritto un libro notevole sulla menopausa, intitolato The Change (in italiano La seconda met della vita), in cui sostiene che le donne devono inventare un nuovo self help e affrontare la menopausa con vigore:  un capitolo bellissimo nella nostra esistenza. Ci libera da molte responsabilit familiari, dalla fretta e dalla rabbia. Possiamo rilassarci e lasciare che le cose ci scorrano fra le dita. Greer insiste sul fatto che le donne devono informarsi su quel che accade al loro corpo e curarsene soprattutto da s, con l'aiuto di medici di base onesti e bene informati, dunque dileggia i Maestri della Menopausa che fanno sentire brutte le Anziane e medicalizzano la fine naturale dell'et fertile guadagnando miliardi con lifting e ormoni. Uno dei testi fondamentali di self help per la maturit  New Menopausal Years, Alternative Approaches for Women 30-90 di Susun Weed. L'autrice  un'esponente di spicco del movimento erbalista americano e delle Crones: nel suo testo fornisce spiegazioni chiare, soluzioni pratiche, prende in considerazione ogni alternativa medica esistente senza pregiudizi. Anche Weed insiste sull'opportunit di un'ampia autogestione e raccomanda di non lasciarsi mai sfuggire l'opportunit di fare informazione e controinformazione. Non sar certo io a disubbidirle. Fra i 49 e i 51 anni l'ovulazione e le mestruazioni cessano.  il culmine del climaterio, un lungo periodo di trasformazione cominciato dieci anni prima. Estrogeni, prolattina e progesterone non vengono pi prodotti, se non in piccole quantit. Ne consegue un corredo di cambiamenti metabolici i cui sintomi sono le famose vampate (p.s.: a qualcuna piacciono!), malumore, instabilit, fastidiosa secchezza delle mucose vaginali, calo del desiderio sessuale, difficolt a concentrarsi e ad addormentarsi. Per alcune sono molto fastidiosi, per altre una lieve noia, a certe non succede affatto. Tutte diventano pi vulnerabili alle malattie cardiovascolari, all'osteoporosi, al diabete mellito, quindi  importante fare esercizio fisico e prendere il sole (fissa la vitamina D), oltre che mangiare meno e meglio perch il grasso su natiche e fianchi va bene e conserva gli estrogeni, ma quello addominale  nocivo. Da qualche decennio  disponibile la terapia ormonale sostitutiva (Tos), di cui molte si servono senza problemi, osservando una serie di cautele. I sostenitori della sostituzione  un business enorme per le case farmaceutiche  sono clinici illustri. Fanno notare che essa protegge dalle malattie cardiovascolari e dall'osteoporosi, un enorme vantaggio visto che l'aspettativa di vita di una donna occidentale dopo la menopausa  intorno ai trent'anni. Tuttavia altri studi contraddicono questo ottimismo. Un Gruppo clinico della Consensus Conference (strumento nato negli Stati Uniti per valutare questioni mediche controverse) sulla cura della menopausa si  tenuto a Torino nel 2008 su iniziativa dell'Istituto Mario Negri e dell'Istituto Superiore di Sanit. Sono stati presentati studi clinici indipendenti (l'ultimo realizzato nel 2002, su decine di migliaia di donne controllate per cinque anni e oltre) che non riscontrano i benefici della Tos sull'osteoporosi, ma registrano un aumento della mortalit per infarto e ictus e per tumore al seno. In attesa di nuove ricerche valide, dunque, la Consensus ha consigliato la terapia ormonale sostitutiva solo per la menopausa precoce causata da varie malattie, per restituire alla donna gli anni di vita ormonale venuti a mancare. E nel caso che i disturbi transitori della menopausa fisiologica siano talmente intensi da compromettere la qualit della vita (per leggere il documento completo http://www.partecipasalute.it). Infine: nello yoga kundalini (che la sottoscritta pratica da anni) si insegna un semplice esercizio che mantiene a posto le vertebre, bene irrorati i tessuti della zona lombare, rende flessibili e fa sentire bellissime.  cos semplice e piacevole che tutte, anche le pigre o le Vetuste, possono farlo almeno tre minuti al giorno. In piedi, con le ginocchia leggermente flesse e i piedi in linea con le spalle, si ruota lentamente il bacino prima in una direzione e poi nell'altra, formando cerchi e/o spirali a forma di otto. Le braccia sono piegate all'altezza delle anche come se reggessero un vassoio, ma con i palmi delle mani rivolti verso la Terra. La schiena  dritta e il mento leggermente abbassato.  scritto negli antichi testi che questa sorta di danza celebra la fine della schiavit.

Paola Tavella, giornalista e scrittrice,  stata redattrice de il manifesto e portavoce del ministero per le Pari opportunit durante il governo Prodi. Con Livia Turco ha pubblicato I nuovi italiani. L'immigrazione, i pregiudizi, la convivenza e con Alessandra Di Pietro Madri selvagge. Contro la tecnorapina del corpo femminile.

Militanza
di Emma Bonino
Militanza, militante: sono termini che richiamano strettamente il linguaggio militare. Il Grande Dizionario Hoepli definisce militante colui che fa parte di una milizia, di un esercito. Leggiamo, su Wikipedia, che il termine militante  utilizzato per etichettare individui e organizzazioni impegnati in uno scontro (fisico o verbale) molto aggressivo a causa di un ideale. La parola , per, anche associata a chiunque sia portatore di una visione ideale molto forte (per esempio militante cristiano, ateo). In alcuni contesti, militante  usato come sinonimo di terrorista. Come aggettivo, lo si ritrova unito a ogni genere di definizione politica: c' l'antifascismo militante come la femminista militante ecc. Stranamente, il notissimo Dizionario di Politica cui hanno dato mano tre esperti come Bobbio, Matteucci e Pasquino non registra il termine. Eppure, quando l'opera usc, nel 1976, il concetto di militanza era profondamente calato nella realt, quanto meno italiana, in tutte le accezioni sopra menzionate, fino a quella di terrorista.
Devo dire che nessuna di queste definizioni mi interessa: non credo in un'attivit politica di per s aggressiva, anche se al servizio di un ideale. Penso che, cos inteso, il termine sia strettamente collegabile a una concezione della politica che guarda al partito di modello europeo di ieri, quando all'individuo si chiedeva di identificarsi con il partito-chiesa, quello che esige un'adesione totalitaria, fideistica, ai propri programmi e un impegno a tempo pieno, dal mattino alla sera. Questo tipo di militanza  ancora un riflesso storico, se non una matrice, della concezione stakanovista del lavoro tipica di un paese totalitario. Mi interessa di pi il termine attivista, meno legato a una ideologia guerresca. Nel sistema politico americano, per dire, l'attivista  persona che dedica una parte del suo tempo, soprattutto nel periodo elettorale, per dare una mano alla campagna del candidato della propria costituency, o comunque da lui preferito. L'attivista americano pu anche impegnarsi in attivit nonviolente, che richiedono dedizione ma non esigono una concezione aggressiva dell'iniziativa. Quando la campagna  terminata, quell'attivista torna alle sue occupazioni, al lavoro o allo studio. In questa dimensione, l'attivista esprime un'adesione ricca e fattiva ai propri ideali civili, alle proprie convinzioni, per non in maniera totalizzante ed esclusiva.
Certo contraddittoriamente con quanto ho detto finora io sono stata, e mi considero tuttavia, una militante, se cos si vuole, del mio partito, il movimento o galassia radicale. Sicuramente mi sono impegnata in modo completo (forse a volte anche totalizzante) nell'attivit politica cos intesa. So dunque di essere in contraddizione con quanto ho detto finora. Ma ho anche una convinzione profonda: che nel partito  o nella galassia  radicale ci che pi viene chiesto all'iscritto, all'aderente o anche al simpatizzante,  il continuo affinamento degli strumenti conoscitivi, la continua rielaborazione delle analisi, la ricerca attenta degli strumenti e dei mezzi per affermare il programma annuale stabilito in congresso. Il radicale militante , quasi per definizione, un possibile candidato agli incarichi di partito e perfino nelle istituzioni, non solo una persona dedicata ma condannata a essere subalterna alle scelte e alle indicazioni delle gerarchie partitiche. Nei partiti totalizzanti europei, al militante non si richiede altro che una obbedienza o una capacit di servizio senza confini, mentre nell'esperienza radicale pu succedere   successo  all'ultimo dei militanti di essere chiamato a responsabilit direttive. Io non ho dovuto quasi mai pormi il problema della militanza, se non tra luglio 1974 e novembre 1975, quando da normale cittadina insegnavo e intanto andavo da volontaria all'Aied e poi quando davo una mano a Adele, al Cisa. Quasi subito  arrivato l'arresto, il trasferimento a Nizza, eccetera, e la richiesta di Spadaccia  al congresso di Firenze del 1975  di trasferirmi a Roma nella segreteria radicale. In definitiva, nella galassia radicale, ci che interessa sviluppare  la coscienza, pi che l'attivismo. Noi chiamiamo militanti quei pensionati che versano l'altissima quota di iscrizione, quei cittadini che, isolati nel loro paese o citt, cuciono quotidiani tessuti di rapporti civici e sociali nei quali essi vengono individuati come radicali, appunto, innanzitutto per la consequenziarit dei loro atteggiamenti.
Un'ultima, breve, annotazione sulla militanza al femminile. Gli anni delle lotte per l'emancipazione della donna videro un formidabile scatenarsi di militanza di donne magari fino al giorno prima del tutto estranee alla politica. Non rinnego nulla di quelle lotte, di quelle militanti, di quelle battaglie, ma credo che oggi anche alla donna debba essere richiesta, pi che una militanza a tempo pieno, la crescita di consapevolezza e di intelligenza politica perch, senza bisogno di quote rosa, salga a responsabilit sempre maggiori nella vita civile.

Emma Bonino, una delle figure pi influenti del radicalismo liberale italiano dell'et repubblicana,  stata deputato europeo e ministro del Commercio.  vicepresidente del Senato dal 2008.

Misoginia
di Selma Dell'Olio
Qualche anno fa, durante una trasmissione televisiva che commemorava il regista Sergio Leone, gli ospiti esprimevano, uno dopo l'altro, stima e riguardo senza riserve per il maestro di spaghetti western come Il buono, il brutto e il cattivo, e di epiche come C'era una volta il West e C'era una volta l'America; l'ultimo  considerato il suo capolavoro. Alla fine toccava a me esprimere un giudizio, e non potevo non aggiungere agli encomi, meritatissimi, le lodi per le qualit tecniche e artistiche del Maestro, ma forse era utile notare che i suoi film, in particolare quello ritenuto il picco della sua arte, erano di una misoginia truculenta, sbandierata e impunita.
In C'era una volta l'America, David Noodles Aaronson (Robert De Niro)  un malavitoso innamorato sin dall'infanzia di Deborah Gelly (Elizabeth McGovern). Lei si dedica alla danza e diventa ballerina e poi star di Hollywood, mentre Noodles diventa il capo indiscusso di una gang criminale nella Brooklyn degli anni 20. I due ex amanti s'incontrano dopo molti anni, quando ognuno  all'apice della carriera. Dopo una cena romantica a lume di candela, Noodles stupra brutalmente Deborah, dentro la sua limousine parcheggiata sul molo. Lei viene punita per la grave offesa di aver scelto di inseguire il sogno di essere una diva dello schermo ricca e famosa, piuttosto che accontentarsi di fare la moglie, casalinga e madre di uno stuolo di bambini d'un gangster spietato.
Non ci sarebbe nulla da eccepire, se non per il fatto che le simpatie e la partecipazione dello spettatore sono spinte dalla regia verso la comprensione per il dolore dello stupratore, con Noodles-De Niro illuminato da santo laico sofferente, inquadrato come un mesto cavaliere solitario in abito da sera, incolpevole, uno scettico blu deluso dall'unica donna che ha veramente amato. La macchina da presa inquadra la violata, scarmigliata Deborah, il bellissimo abito da sera strappato, il viso imbrattato di trucco disfatto dallo smaneggiamento e dalle lacrime, immedesimandosi nello stato d'animo di Noodles. Non pretende da noi altro che disprezzo e indifferenza per la pena, il trauma, lo shock di lei: se l'era proprio meritata, quella puttana, questo  il tono della scena.
Nessuno degli ospiti della trasmissione commemorativa mi ha contraddetto. Dopo un silenzio imbarazzante ha preso la parola lo scrittore Alberto Bevilacqua, per dire che s, effettivamente la parola misogino si applicava perfettamente al suo amico Leone, ma in quella che secondo lui era la corretta definizione del vocabolo: amare a tal punto le donne da non perdonarglielo.
Ho visto il film al Festival di Cannes, dov'era in concorso, accolto dalla platea di vip, star e cinefili con una standing ovation durata un tempo infinito. Ho capito per la prima volta l'impulso teppista: avrei voluto strappare le poltrone inchiodate al pavimento e scaraventarle contro lo schermo, tanto era la rabbia furiosa e lo schifo suscitati da quel film, che mai riuscir a vedere come quella vetta dell'arte cinematografica che tanti (e, che Dio le perdoni, tante) non solo adorano, ma considerano il loro film della vita.
 questo il significato vero, per me, di misoginia. Non la definizione del dizionario avversione alle donne, ma la difficolt che hanno persino le femmine a riconoscerla quando  agghindata con un bel fiocco. Prendo per esempio il caso Polanski, non per rivangare il giusto o l'errato del suo arresto a trent'anni dalla fuga dalla giustizia di Los Angeles, ma la difficolt di almeno met della popolazione  tra cui insigni progressisti  a cogliere l'orrore per un artista acclamato che sfrutta la sua fama per irretire e piegare ai suoi desideri prima la madre, ansiosa di compiacere un uomo che pu cambiare la sua vita (il suo Chinatown aveva vinto un Oscar) e poi rivoltare come un calzino, trattare da trastullo sessuale una tredicenne troppo intimidita da una star quarantenne, stordita da champagne e miorilassanti per opporre vigorosa resistenza.
No, abbiamo sentito le solite frasi: non era vergine; i veri colpevoli erano la mamma e il suo compagno ambizioso; il regista  un grande che qualunque donna vorrebbe avere come amante, e perci va giudicato diversamente da un volgare stupratore che approfitta di una bambina. Insomma, tutto lo sciocchezzaio stoltamente e inconsapevolmente misogino di cui si riempiono la bocca, maschi e femmine, orgogliosi dello sguardo largo e progressista che hanno sulle cose della vita, sordi alla verit lampante e sprovvisti del dono della semplicit: non si fa cos, chiaro? Sono pi da biasimare del cineasta stesso, pedofilo dichiarato, i suoi difensori e apologhi. Costoro trovano la sua praticata perversione ininfluente, una dolce violenza, robetta da poco, senza conseguenze nefaste per le sue vittime.
Faccio solo un accenno al caso di Woody Allen e l'orfana Soon Yi, adottata dalla sua compagna Mia Farrow all'et di sette anni e cresciuta con il regista come figura paterna. Era figlia di una prostituta, viveva in strada dove rovistava nei bidoni della spazzatura per sopravvivere, prima di essere salvata dalla Farrow, rimessa a nuovo, istruita, amata e avviata a soffiare il posto alla madre con il patrigno, fin troppo amorevole da quando era diventata adolescente. Ignorare i bambini per avversione come Erode, per poi interessarsi solo alle femmine pubescenti  lampante prova di misoginia. Occuparsi dell'ordinaria amministrazione dei bimbi  scuola, dentisti, medici, baby-sitter, compleanni, psicologi   roba da serve-comare-mamme-femmine. Sono casi misogini, perch se Polanski e Allen avessero approfittato di maschietti alla stessa maniera, scommetto che le mie amiche femministe di sinistra non avrebbero inviato telegrammi di solidariet, com' successo per Allen. Se non faccio i nomi  perch conosco le regole della comunicazione, e perch non saranno state le uniche.
C' poco da aggiungere sul tema della mattanza sempiterna di donne da parte di maschi infuriati, solitamente perch abbandonati o buttati fuori, non senza motivazioni valide. Forse gli uxoricidi le amavano troppo, le donne. Sono sempre maschi in preda a raptus d'odio furibondo verso le donne, come quel pugile croato che ha massacrato una povera filippina sconosciuta l'estate scorsa, incontrata per strada a Milano, pur di punire una femmina qualsiasi al posto della fidanzata che lo aveva scaricato?  anche questo amare le donne fino a non perdonarglielo? Il fatto  che persone apparentemente in s, i cui cuori sanguinano per ogni povero del Terzo Mondo e che s'indignano per un primo ministro donnaiolo non benedetto dall'alone chic di artista, quelle persone sono moralmente, civilmente orbe quando si tratta di far seriamente male a piccole (ossia sconosciute) donne.
Oltre a rendere obbligatori corsi d'autodifesa per le ragazze fin dall'asilo, o a tatuare sul petto dei maschi neonati: Attenzione: pu nuocere gravemente alla salute delle donne, come ho gi suggerito altrove, non so cosa si possa fare contro questi assassini del focolare, o contro quegli artisti pedofili e violentatori impenitenti quanto venerati, cui tutto  concesso per via dell'immenso talento. I maschi che stuprano e uccidono le donne soffrono di tante cose, tra cui la misoginia. Le femmine, se giustificano i maschi senza scrupoli nei rapporti con le donne, o le trovano inferiori ai maschi, odiano se stesse. La misoginia non conosce limiti di genere; almeno in questa circostanza, c' la parit.
P.S. Parliamo di The Social Network, visto al Festival internazionale del film di Roma 2010. Misoginia allo stato puro ha motivato il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg (Jeffrey Eisenberg). La rete sociale per eccellenza nasce per furia di vendetta contro le donne: colpirne tante per istruire una sola, quella che ha piantato il diciannovenne che sarebbe diventato il pi giovane miliardario fatto da s della storia. Facebook (500 milioni di utenti)  stato inventato in origine per umiliare le donne, sollecitando una valutazione in rete sulla scopabilit delle studentesse dai maschi che le avevano frequentate, e da postare accanto alle foto rubate dall'hacker Zuckerberg dall'archivio elettronico dell'ateneo. Siamo delle illuse volontaristiche, noi femministe?

Selma Dell'Olio, giornalista e critica cinematografica, collabora a Grazia e Liberal.  opinionista di Cinematografo di Gigi Marzullo.

Morte
di Michela Murgia
Ho avuto la sfortuna di nascere quando il movimento delle donne non era pi raggiungibile dalla mia posizione geo-anagrafica, se mai lo era stato. Negli anni 80 l'eco delle voci femministe che invocavano rispetto e diritti si era gi attenuata, mutando in discorsi complessi dentro stanze al di fuori delle quali lo si sarebbe udito in misura via via sempre minore; la mia generazione intanto cresceva altrove, in un'altra ansa del tempo, attraversando la contraddizione senza riconoscerla. Da un lato beneficiavo di cose ottenute da altre, ma quella mediazione non aveva trasportato il suo senso fino a me. Dall'altro i mostri che erano stati combattuti si erano fatti furbi, e a vent'anni io non avevo ancora gli strumenti per oppormi al travaso della vecchia etica in una nuova estetica. Confusamente capivo che c'era una scelta da fare, ma se non potevo essere pi la donna-soggetto degli anni 70, modello che mi era arrivato distorto e impraticabile, non mi interessava nemmeno essere la donna-oggetto degli anni 80, figlia del culto dell'apparire che in quel periodo trovava la sua massima ribalta nella nascente tv commerciale e nella dittatura della moda, mai stata cos marcata. Altre donne risolsero la contraddizione facendosi protagoniste della libert di restare graziosi oggetti. In nome di quella libert non fu facile discutere la loro scelta. Sembrava persino sensato affermarsi mutando in arma ci che fino a quel momento era stato un campo di battaglia degli interessi altrui. A chi come me non sceglieva quella strada restava solo la legittimazione professionale, idealmente vissuta dentro i punitivi tailleur pensati da una moda conservatrice che ci costringeva a immaginarci competenti solo dentro panni d'uomo. Il modello della mater familias cadde in disuso, tant' che proprio in quegli anni il tasso di natalit si cristallizz. Per la prima volta da secoli il numero delle morti super quello delle nascite, e credo fu proprio in quel momento che la morte spar da ogni rappresentazione. L'Italia era preda di una crescita economica ubriacante, che imponeva l'equivalenza tra vita e attivismo. Aprirono le palestre, perch il culto dell'efficienza aveva bisogno delle sue chiese. La produttivit professionale divenne principio di senso, sfociando in arrivismo. Il benessere smise di essere uno stato dell'anima e divenne una merce acquistabile; la giovent e la bellezza si scoprirono valori etici e il consumo assurse al rango di scopo finale dell'orgia sociale che fu quel decennio. Quella narrazione di mondo, bench profondamente mortifera, non aveva n poteva avere modelli di rappresentazione per la morte, se non in alcuni filoni di controcultura di nicchia. Il femminismo, se aveva riflettuto di morte, non ce ne aveva lasciato eredit. Restavano solo le collaudatissime traduzioni sociali degli imprinting religiosi del cattolicesimo, per i quali la morte  la conseguenza di una colpa ontologica. Una colpa, a voler essere precisi, tutta della donna.
La storia che ci era stata raccontata sin da piccole era molto chiara in merito, e non faceva sconti: venivamo da un mondo perfetto, eravamo stati creati integri e integre, senza dolore, incapaci di morire e privi di ogni urgenza, in uno stato di benedizione perenne. Non importava il motivo per cui le condizioni erano cambiate, in fondo a chi mai  importato il perch la donna cadde in tentazione e vi indusse l'uomo? Contava solo che da quel momento la morte era entrata a far parte del creato, insieme al sudore della fronte e alle doglie del parto. Ci insegnarono che Eva, l'unico nome che bestemmiare  stato sempre veniale, significa s madre dei viventi, ma anche e soprattutto madre dei morenti, principio imperfetto di una nuova generazione costretta per colpa sua a misurarsi con lo sconosciuto concetto di limite. In quel racconto non c'era solo la cosmogonia con cui siamo stati da sempre spiegati e spiegate, almeno da questa parte di mondo. Per la donna c'era anche un'esplicita condanna a vita, alla vita, quella altrui a costo della propria, in una riproduzione compulsiva senza risparmio n possibilit di scelta.  stato cos per secoli, finch le lotte femministe non hanno fatto a pezzi l'icona della donna fattrice. Gli anni 80 tradussero questo risultato civile in una rinuncia alla riproduzione tout court, perch la manutenzione ossessiva di s sembrava gi pi che sufficiente.
Il debito ancestrale femminile non si pu tuttavia eludere cos. Aver stabilito che il dare la vita  una scelta e non un obbligo non cancella la colpa: la donna che non d la vita resta in ogni caso un'addetta obbligata ai suoi aspetti problematici, quelli che pi strettamente confinano con la morte: la malattia, la vecchiaia, la fatica e il dolore.  della natura femminile prendersi cura, dice la vulgata dell'unico paese d'Europa dove la donna  un ammortizzatore sociale; ma  solo un altro modo per ribadire che i difetti della vita sono i confini stessi della nostra colpa ontologica, l'unica che non sar dimenticata in una civilt che dell'oblio di s ha saputo far cultura. Se dunque non vogliamo dare acriticamente la vita, occuparci del suo limite non solo  oblazione dovuta, ma va vissuta con l'aggravante paradosso di non poter morire a nostra volta, giacch non ci  permesso consumarci con dignit mostrando il nostro tempo. Non possiamo neanche invecchiare. Per questo di una donna che non nasconde i suoi anni si dice che sia poco curata, rivelando come la cura in un mondo come il nostro non sia altro che la negazione del limite. L'uomo, il maschio, muore e lo sa; lo ha imparato da secoli di narrazioni che lo vogliono laicamente eroe, o religiosamente martire. La sua morte  bella da vedere e da raccontare,  un luogo immaginario vivibile, perch tutti abitiamo i racconti che di noi stessi ci sono stati fatti. Ma per la donna la morte non  un luogo vivibile in prima persona, perch  ancora lo spazio della cura di qualcun altro. Nessuno ci ha raccontato che moriremo, ma solo che vedremo morire tutti. Dalla madre del crocifisso all'ultima delle vedove algerine, l'unica morte frequentabile  quella altrui, ai cui piedi piangere dolorose. Dopo aver lottato per non farci obbligare alla vita, la prossima battaglia sar riprenderci la morte, la nostra.

Michela Murgia, scrittrice, ha pubblicato: Il mondo deve sapere; Viaggio in Sardegna; Accabadora.

Otto marzo
di Isabella Mezza
Una sola parola, doppia, per un tema controverso nella sua origine e nel consolidamento della sua pratica.
Controversa la sua origine simbolica che, per decenni, ha fatto credere storia una leggenda. Per decenni, le 129 operaie morte nell'incendio nella fabbrica Cotton di New York, di propriet di Mr Johnson, sono state il riferimento storico delle lotte per i diritti delle donne. 129 torce umane immolate sull'altare della necessit simbolica. Cotton, il nome della fabbrica tessile, Johnson, quello del proprietario. Semplicismi che si addicono all'immaginario comune, ma si tratta di un falso storico. Gli studi, relativamente recenti, di Tilde Capomazza e Marisa Ombra hanno demolito il suggestivo castello di quella che era ormai una tradizione.
Ma c'era gi chi aveva scelto l'8 marzo 1848 come data simbolo, in memoria di quella manifestazione oceanica che, sempre a New York, coinvolse 30.000 lavoratrici. O l'8 marzo del 1917, per la rivolta delle pacifiste a Pietrogrado. O ancora l'incendio della Triangle West Company del 1911.
E ancora altre date e altri dati, controversi e contraddittori.
La camiceria diventa calzaturificio o filanda. New York, Chicago o Boston o anche Collingwood. Il numero dei morti varia a seconda delle fonti. Ma gli ingredienti sono sempre gli stessi: fuoco, vittime, diritti violati. Donne.
Anche sulla decisione di indire la giornata internazionale della donna non sono mancate divergenze di attribuzione.
Scegliamo quella secondo cui, nel 1910, le donne socialiste, Clara Zetkin fra tutte e forse anche Rosa Luxemburg, durante il congresso di Copenaghen, proposero che ogni anno si celebrasse nel mondo una giornata dedicata alla donna. A fissare la data dell'8 marzo invece sembra siano state le donne comuniste, nella Conferenza internazionale del 1921.
Fin qui la controversa e misteriosa storia delle origini dell'8 marzo.
Una giornata internazionale. Era possibile osare un concetto cos esteso? In Italia, il grande momento arriv nel 1946. Per la prima volta and al voto l'89% delle aventi diritto che si sarebbe espresso sul referendum e sull'elezione dei membri dell'Assemblea Costituente. Il consenso femminile divenne decisivo per i partiti e l'8 marzo raggiunse una dignit riconosciuta.
La pratica della giornata gi c'era. Si consolid nel tempo, si dissolse nel tempo.
Le manifestazioni, vissute come rituali collettivi, intensificavano la forza delle singole voci. Le donne crescevano nella consapevolezza dell'identit che, spesso, si coniugava alla libert. Come se la coltre di un'oppressione secolare si squarciasse per dare spazio alla luce, al colore giallo della mimosa, fiore simbolo di quella giornata di primavera. Nasce spontanea, illuminata, in gruppo sul ramo, che  strada, percorso comune e individuale nello stesso tempo.
Fantasia e ansia di legittimazione. Il tentativo di riversare nella dimensione pubblica il privato nascosto. Una sorta di insurrezione sotterranea che prende sonorit in superficie, articolandosi, negli anni, in espressioni di diverse necessit. Prima quella della lotta alla fame, alla miseria. Poi dei temi sociali, dell'uguaglianza, della parit dei sessi. Indimenticati anni 70. Quelli della centralit del corpo, il corpo che genera e alimenta e che  al contempo vissuto come osceno ed erotico. Una dicotomia parossistica.
Cortei colorati, festanti, scandivano slogan che urlavano questa nuova consapevolezza: Finalmente sono donna, non pi puttana, non pi madonna. Una riappropriazione del s: Io sono mia e la libert non  un'utopia. Sembrava di poterlo raggiungere il mondo, di averlo compreso, di vederlo davvero dall'altra met del cielo. In questo clima vitale, si formavano gruppi e collettivi differentemente connotati. Si voleva arrivare alla coscienza di tutte le donne. Ma, come ogni esplosione che nasce dalle viscere, si smorza nei lapilli. Quello che era unito nella fiamma, anche se proveniente da bocche diverse, si divide, si scinde, si disperde, spesso strumentalizzato da altre forze. Ma sotto la cenere il fuoco pu continuare a vivere.
Il consumismo degli anni 80 divora anche i simboli. La mimosa perde vigore. Ma la donna continua a raggiungere traguardi impensati agli inizi delle sue battaglie. Si aggiungono altri termini al bagaglio del femminile: emancipazione, pari opportunit, quote.
Se da una parte il rito si svuota dell'energia propulsiva, dall'altra il seme di quei fiori spumosi  penetrato nel profondo del quotidiano. La necessit di antenate eroiche ha ceduto il passo all'eroismo della quotidianit.
C' chi sostiene che proprio questa partecipazione silente, priva di protagonismi, sia il senso rilevante dell'esistenza femminile. C' chi, invece, avverte una rabbia impotente davanti alla percentuale irrilevante con cui le donne sono presenti nei luoghi di potere, agli inquietanti numeri della disoccupazione femminile, al volto della povert che, nel mondo,  donna.
La controversia che connota il leggendario inizio dell'8 marzo continua, nonostante siano trascorsi pi di cento anni.
La mimosa  appassita; Riappropriamoci della mimosa: frasi porose, che portano in s una serie di significati. Tanto polisemiche da divenire equivoche.
Eppure, il principio su cui si fonda la modernit  quello dell'uguaglianza. Le dicotomie potrebbero essere superate tematizzando le differenze, ripensandole nell'individualit, siano esse differenze sessuali, culturali o etniche. Dalla modernit alla contemporaneit.

Isabella Mezza, giornalista, lavora al Tg3. Ha condotto il settimanale di informazione al femminile Punto donna.

Padre
di Giulia Galeotti
Ero, sono, sar per sempre suo padre. Nella vita di un uomo la paternit  l'unica cosa irrevocabile, a parte la morte afferma Tintoretto in quello che, forse,  uno dei romanzi pi belli e complessi sulla paternit, La lunga attesa dell'angelo. In esso, Melania Mazzucco tratteggia la figura di un padre che, se da un lato  indubbiamente specchio della sua epoca (un grande padre con una grande personalit in un momento in cui l'autorit paterna era tutto), al contempo per  un padre estremamente moderno, specie nel suo legame con la primogenita Marietta. Si tratta infatti di una paternit conquistata, una paternit scelta, non necessariamente una paternit di sangue o imposta da un matrimonio: tra le cinque figlie, quella con cui Tintoretto si comporta da padre in tutti i sensi  proprio quella che, forse, non  nemmeno la figlia biologica.
Pi in generale, nell'evoluzione che la paternit ha vissuto nei secoli un peso non indifferente lo hanno giocato le donne. La storia della paternit in Occidente , infatti, parte integrante della storia delle donne, dei movimenti femministi e del femminismo. Non tanto perch per diventare padre serve la donna (ancora per quanto? verrebbe da chiedersi), quanto piuttosto perch gli enormi cambiamenti che la figura paterna ha vissuto negli ultimi due secoli sono indubbiamente anche il risultato dell'indefesso impegno muliebre teso a rendere gli uomini responsabili delle loro azioni.
La vicenda della paternit prende le mosse dall'impostazione romanistica che fino al Novecento, in assenza di indicazioni biologiche (mater semper certa est, pater numquam), ha cercato di risolvere l'incertezza della paternit affidandone l'individuazione al diritto. Ma il diritto si poggiava necessariamente sulla volont dell'uomo di essere padre, in uno schema sostanzialmente proprietario: padre era l'uomo che implicitamente (con le nozze) o esplicitamente (con un atto volontario) riconosceva il nato come suo figlio.
Eppure la volont, si sa, pu essere spietata: la storia umana  piena di drammi e sofferenze causate dai maschi in fuga dalle loro responsabilit verso i nati, specie in epoche in cui non esistevano diritti per le madri, giacch anche in assenza di nozze i figli erano comunque propriet dell'uomo, laddove e quando egli lo volesse. Basti pensare ai frequenti casi di ragazze-madri che, dopo anni di duri sacrifici per crescere i figli, se li vedevano sottratti da un uomo vittima di un matrimonio sterile. D'altro canto, conoscendo bene le devastanti e inique conseguenze dei codici, una delle richieste portate avanti dalle emancipazioniste nell'Ottocento fu proprio l'abrogazione del divieto di ricerca della paternit, l'altra faccia del potere assoluto della volont maschile in materia di paternit. Non a caso. Il XIX secolo era sorto con un fiero avversario della libert, dell'autonomia e della dignit femminile: ossessionato dall'ordine sociale, Napoleone aveva rafforzato l'autorit paterna accordandole poteri e facolt pi assoluti e arroganti di quanto non fosse avvenuto nei secoli precedenti.
 solo nel corso del XX secolo che le analisi ematologiche prima e quelle sul Dna poi sono state in grado di fornire elementi precisi, rendendo possibile superare il muro della arbitraria volont maschile di essere o non essere padre. Chiss, del resto, se sia stato un caso che dietro la scoperta che ha rivoluzionato tutta la vicenda, e cio l'individuazione del Dna, vi sia stata una donna, Rosalind Franklin. Sebbene ella sia stata poi dimenticata dai suoi colleghi (una dimenticanza facile: nel 1958, a soli 37 anni, la cristallografa morir), furono proprio le sue foto del Dna nella forma B a folgorare Watson (a cui le immagini vennero mostrate a insaputa della donna), giacch in esse vi riconobbe la raffigurazione della doppia elica. Il Dna ha infatti permesso di dare spessore e certezza a quanto gi avviato dalle analisi del sangue: finalmente la scienza ha fornito elementi oggettivi per ancorare gli uomini alle proprie responsabilit paterne.
Certo, sebbene oggi nei paesi occidentali la paternit sia ragionevolmente indiscutibile (in quanto liberamente ricercabile e accertabile scientificamente), il clima generalmente orientato verso una maggiore responsabilit maschile lascia ancora molti margini di problematicit. Se  stato anche grazie al femminismo che l'uomo si  avvicinato a essere genitore anche emotivamente (essendo maggiormente coinvolto nel ruolo) e si  diffusa l'idea che il bimbo necessiti anche della presenza paterna per una crescita armonica, ancora oggi la tendenza maschile alla fuga rimane una realt. Cos come  indubbio che l'atteggiamento pi diffuso negli uomini occidentali sia ancora uno strisciante disinteresse. A differenza di quello materno, il ruolo paterno  infatti sentito come qualcosa di secondario nella vita maschile (il non utilizzo dei congedi di paternit ne  l'esempio pi evidente). Rendere gli uomini un po' pi padri  cos ancora una sfida aperta per il nostro immediato futuro.

Giulia Galeotti, storica e giornalista, collabora all'Osservatore romano e all'Avvenire. Tra le sue pubblicazioni: Storia dell'aborto e In cerca del padre.

Parit
di Bianca Beccalli
Parit sembra diventato un termine obsoleto nel lessico politico in Italia. C' per una rilevante eccezione: si parla spesso di democrazia paritaria, con ci alludendo a una presenza numericamente eguale (50/50) di donne e uomini nella rappresentanza politica.
Chi auspica la democrazia paritaria non sempre  consapevole che il termine e il concetto hanno una precisa e recente origine storica nel movimento per la parit sviluppatosi in Francia a partire dagli anni 90 del secolo scorso, in polemica esplicita con la filosofia delle pari opportunit e con la politica delle quote. Le paritarie e i paritari si sono indirizzati alla sfera politica ed  proprio nella rappresentanza politica che lo strappo delle azioni positive risulta pi difficile, perch contrasta con le regole della cittadinanza universale. La soluzione francese  stata un brillante escamotage: la cittadinanza resta universale, ma con una natura duale. Donne e uomini sono met dell'umanit, non titolari di quote come altri gruppi di svantaggiati e di diversi: la parit alla francese, quella del 50/50,  dunque contro le pari opportunit.
Il termine parit compare per da alcuni anni nel linguaggio dell'Unione Europea e in Italia spesso associato a pari opportunit. Vi  un po' di confusione sulla quale  opportuno fare chiarezza. L'eguaglianza di genere  stata una parte importante della storia della cittadinanza eguale, nella politica e nella societ. Ha accompagnato, talora preceduto talora seguito, l'asserzione piena del principio dell'irrilevanza di ceto, razza, lingua e religione nel godimento dei diritti di cittadinanza. Le differenze tra quei gruppi sociali rimanevano, tuttavia, e di conseguenza il problema se le politiche a essi indirizzate dovessero essere eguali o differenti. Eguaglianza-differenza  il binomio classico che per pi di un secolo  stato al centro delle politiche delle donne.
Alla fine del XIX secolo i trattamenti eguali, in nome della parit, si sono contrapposti ai trattamenti diversi, in nome della differenza, cio in nome della tutela nel mondo del lavoro. La legislazione sociale ha iniziato allora a proteggere con norme speciali donne e fanciulli vietandone, o restringendone, l'accesso al lavoro in condizioni particolarmente disagiate. Le politiche di tutela furono avversate dalle componenti liberali, in genere borghesi, del movimento delle donne. Furono invece appoggiate sia dai conservatori, per l'identificazione della donna con il suo ruolo domestico, sia dalle donne del movimento operaio. A queste ultime, infatti, di fronte alle durissime condizioni di lavoro di allora, la parit a tutti i costi appariva troppo pesante e la tutela appariva un compromesso accettabile, sia pure in una prospettiva di lungo periodo egualitaria (Dalla tutela alla parit. La legislazione italiana sul lavoro delle donne  il contributo pi importante sull'argomento, scritto dalla giurista italiana Maria Vittoria Ballestrero).
Anche nel campo della politica si sono contrapposte eguaglianza e differenza. La lotta per il suffragio alle donne ha spesso usato come argomento la loro superiorit come mogli e madri; d'altro canto i critici del suffragio sostenevano che le esigenze della vita pubblica sarebbero risultate difficili da conciliare con i valori della famiglia e che ci avrebbe spinto le donne verso una pericolosa assimilazione al mondo maschile.
Nel XX secolo, in particolare dopo la seconda guerra mondiale,  prevalso il principio della parit. In Italia le donne hanno avuto accesso al suffragio e la loro parit  stata sancita dalla Costituzione; la parit salariale  stata stabilita in via di contrattazione collettiva negli anni 60, e i principi paritari si sono gradualmente affermati in diversi ambiti del diritto civile e del lavoro. Nella maggior parte dei paesi i principi di parit sono prevalsi su quelli della tutela.
Parit formale  paga eguale per lavoro eguale  non vuol dire per eguaglianza. La diseguaglianza retributiva di genere  fondamentalmente dovuta alla segregazione sessuale del lavoro, nonch a pi sottili meccanismi discriminatori. La parit di fatto, oltre la parit formale, riguarda la parit dei risultati, in contrasto ai meccanismi discriminatori operanti di fatto. Dunque, chiama in causa la parit delle opportunit.
Le politiche delle pari opportunit si sviluppano tardi in Europa e tardissimo in Italia, solo negli anni 80 del secolo scorso. Nascono invece negli Stati Uniti due decenni prima, in un contesto in cui la discriminazione razziale aveva creato una struttura di diseguaglianza offensiva e difficile da alterare con la parit formale. Bisogna, quindi, discriminare per eguagliare. Le azioni positive vogliono dire trattamenti diversi, diseguali, per compensare la diseguaglianza presente, per raggiungere l'eguaglianza in futuro. La vicenda americana si  svolta con notevoli successi ma ha mostrato per anche aspetti critici: la difficolt del discriminare per eguagliare, quando i principi dell'eguale trattamento di ognuno si sono scontrati con quelli delle azioni positive o la difficolt di riconoscere in un contesto individualistico e liberale i diritti di gruppo, che sia questo un diritto sessuato o un diritto multiculturale. Alle donne  stato proposto un modello di comportamento maschile  non solo lavorare ma fare carriera  senza che si trasformasse il modello maschile di organizzazione del lavoro e senza fornire gli appoggi sociali necessari nelle politiche familiari e del welfare.
Le politiche dell'Unione Europea sulla parit rispetto a quelle statunitensi sono state meno coercitive dal punto di vista normativo in campi specifici come l'istruzione e il lavoro, pi larghe nella prospettiva della eguaglianza di genere nella famiglia e nella societ. Nonostante il loro scarso potere vincolante hanno avuto una certa influenza per la loro forza simbolica e per il rilevante trasferimento di risorse finanziarie. In che direzione stia andando l'influenza europea tuttavia  ancora incerto. Gi le parole chiave adottate dalla fine degli anni 90, dopo la conferenza delle Nazioni Unite a Pechino, empowerment e gender mainstreaming, non suggeriscono un'attenzione per la parit, bens per la valorizzazione della differenza. Ancor di pi, il tema della conciliazione, quale viene riformulato nei trattati europei nel corso degli anni, abbandona l'attenzione iniziale per la parit tra donne e uomini nella famiglia e nel lavoro e propone la conciliazione come un affare per donne  come afferma Chiara Saraceno  in una visione in cui il lavoro femminile sia flessibile rispetto alle esigenze del mercato.
La politica dell'Unione Europea si presenta dunque al 2010 come piuttosto vaga, ma le risorse risultano pi importanti se si considera che in diversi paesi dell'Unione, e in Italia in particolare,  in corso una ridefinizione dei rapporti di genere e delle prospettive delle politiche sociali. Si va delineando una sorta di neotradizionalismo, una nuova teoria della differenza femminile che ripropone le scelte delle donne, le loro preferenze, come chiave di spiegazione per ci che risulta statisticamente come diseguaglianza (basti pensare alla marginalit delle donne nella rappresentanza politica, risultato evidente in Italia proprio nel 2006, anno di celebrazione del suffragio e occasione di innumerevoli dibattiti sul tema, oppure allo svantaggio femminile nelle carriere scientifiche, a fronte del sorpasso delle ragazze nelle credenziali educative). Si  manifestata una singolare convergenza tra diversi punti di vista: il punto di vista neoliberale (lasciamo che le donne scelgano ci che pi a loro piace); quello tradizionalista della Chiesa, che ha sempre ribadito la irriducibile differenza delle donne radicata nella natura; e quello proveniente dallo stesso movimento delle donne, che in un suo filone significativo ripropone la differenza sessuale come punto fondante. Potrebbe dunque verificarsi  proprio nel momento in cui la presenza femminile emerge con forza nel mondo dell'istruzione e del lavoro  un significativo regresso nell'affermazione della parit.

Bianca Beccalli, impegnata sul fronte delle pari opportunit e del lavoro, insegna Sociologia del lavoro presso la facolt di Scienze politiche dell'Universit degli studi di Milano. Ha fatto parte del consiglio nazionale dell'Associazione nazionale Pari opportunit.  direttore del centro Women's Studies and Gender Studies dell'Universit di Milano.

Parto
di Elisabetta Malvagna
Il parto  una sfida. Un terreno di libert e di responsabilit, un luogo dove si intrecciano dolore e piacere, istinto e razionalit, fatica ed esaltazione. Un rito di passaggio fondamentale che, come scrive Adrienne Rich, permette di dare alla luce noi stesse, di vivere un'esperienza non solo fisica, ma anche psichica ed emotiva, che nessun altro evento o mutamento sociale  in grado di offrire. Il parto  un evento che accomuna donne di ogni razza, cultura e ceto sociale. Non riguarda solo la mamma e la sua famiglia, ma la societ intera.
Nelle antiche civilt, dall'Egitto, alla Cina al Messico, le donne partorivano in piedi, in ginocchio, accovacciate o sedute. Durante il Medioevo, le donne erano considerate dei contenitori da riempire con il seme maschile e le levatrici delle streghe, mandate al rogo perch colpevoli di avere l'esclusivo accesso alla sessualit femminile e al miracolo della nascita. Con l'invenzione del forcipe, messo a punto dai fratelli Chamberlen nell'Inghilterra della met del XVIII secolo, le partorienti furono obbligate a partorire supine. Una posizione che sfidava la forza di gravit ma permetteva un maggiore controllo sul corpo femminile.
Nel XVII secolo inizi un'ondata, durata due secoli, di febbre puerperale, un'infezione acuta streptococcica all'utero, non legata al parto in s ma alle pessime condizioni igieniche degli ospedali dell'epoca e all'aumento degli uomini che praticavano l'ostetricia: le loro mani passavano direttamente da un caso di malattia a un parto, diffondendo batteri e infezioni. Per secoli questa malattia fu considerata una misteriosa epidemia, una maledizione. Ma le cause non venivano ricercate. E intanto le donne continuavano a morire. Erano donne povere, non potevano permettersi di farsi curare a casa e cos erano costrette a partorire negli ospedali pubblici per avere l'assistenza ostetrica. Sul parto incombeva lo spettro della morte. Era un territorio oscuro abitato dall'ansia, dalla depressione. Fino a quando, nel 1861, un medico viennese, Ignaz Philipp Semmelweis, ne cap la causa. Dopo duecento anni la febbre puerperale stava per essere sconfitta. Cominciava l'era del parto hi tech.
Oggi, abbiamo conquistato il diritto di scegliere se e quando concepire i nostri figli, siamo in grado di conoscere il sesso del nascituro e grazie alle ecografie riusciamo a vedere le posizioni del feto all'interno dell'utero. Ma il processo del parto fisiologico  rimasto immutato. Il travaglio e la discesa del bambino sono passaggi che nulla e nessuno pu duplicare. Dare alla luce  il nostro mestiere, una nostra competenza. Almeno per ora.
La nascita di un bambino  un evento sconvolgente. Gi durante la gravidanza cambia la percezione di noi stesse e delle nostre priorit. La donna si sente al centro del mondo e nello stesso tempo spaesata, protagonista di uno scenario di cui le sfuggono i contorni. Poi arriva il momento tanto atteso, sul quale ha proiettato le sue fantasie, le sue paure. Per mesi si chiede: come sar il mio bambino? Sar sano? E io ce la far? Sar in grado di sopportare il dolore? E una volta nato, sar in grado di occuparmi di lui? Sar una brava madre? Le parole del parto sono: paura ed esaltazione, potenza e fragilit, certezze e dubbi, speranze e timori inconfessabili.
Nel parto fisiologico, una donna in travaglio entra in una dimensione ignota.  come se tutte le forze della Natura si concentrassero in lei, convogliando energie misteriose, inaspettate e sorprendenti. Sar per questo che si tende a controllare e medicalizzare sempre di pi questo evento? Perch sempre pi donne optano per un cesareo programmato? Pi che di sicurezza, forse hanno bisogno di non perdere il controllo e non trovarsi, anche se per pochi attimi, su un altro Pianeta. Tuttavia, secondo le evidenze scientifiche,  proprio la perdita del controllo, il lasciarsi andare, l'entrare in contatto con la nostra parte primitiva e istintiva, a garantire il buon esito di un parto. In quanto mammifere, siamo in grado di accedere alle nostre risorse e alla nostra competenza di madri se abbiamo libert di movimento, intimit, rispetto, privacy e supporto emotivo. Una donna in travaglio ha bisogno di essere rispettata, non guardata a vista in attesa che accada il peggio; sostenuta e incoraggiata, non demoralizzata, ignorata o minacciata. Il parto  un'espressione della sessualit, non una malattia. Immaginiamoci durante un amplesso: siamo con il nostro partner, ci baciamo, ci accarezziamo, ci annusiamo. Ma all'improvviso degli sconosciuti irrompono nella stanza e accendono le luci, ci osservano, ci impongono le posizioni da assumere e tempi prestabiliti, ci applicano cinture per monitorare il battito cardiaco, chiacchierano, fanno commenti e impartiscono ordini. In queste condizioni, sfido chiunque a raggiungere l'orgasmo.
Ma una donna in travaglio fa paura. Incarna un'istintualit difficile da controllare.  una bomba da disinnescare. La si convince che il suo corpo  una macchina imperfetta e inaffidabile. E cos viene disinfettata, addomesticata, anestetizzata.
Il parto  un lavoro duro, faticoso. E comporta un cambiamento profondo, irreversibile. Presuppone lo smantellamento dell'equilibrio precedente per costruirne un altro del tutto nuovo.  uno spartiacque: da quel momento non saremo pi solo figlie, ma anche madri. Se per continueremo a delegarlo ad altri, rinunceremo a una competenza, a una capacit unica di genere che ci rende indispensabili per la specie. Ma perderemo anche una straordinaria opportunit: quella di conoscere i nostri limiti, le nostre potenzialit, la nostra identit.

Elisabetta Malvagna, scrittrice e giornalista dell'agenzia Ansa, ha pubblicato: Partorire senza paura e il Parto in casa.

Patriarcato
di Elettra Deiana
C' un principio buono, che ha creato l'ordine, la luce e l'uomo, e un principio cattivo, che ha creato il caos, le tenebre e le donne, cos scrive Pitagora, scienziato e filosofo greco vissuto nel VI secolo a.C. Il patriarcato  radicato in questa contrapposizione epistemologica tra principi antitetici: maschile e femminile, cultura e natura, umanit e animalit. E poi agor e focolare domestico, pubblico e privato e altro ancora. Contrapposizione che mette in scena una rappresentazione della societ dove la parte maschile predomina e quella femminile soggiace. Patriarcato dei padri, in epoca ancestrale e poi antica; patriarcato dei fratelli, nella modernit; o anche ordine maschile e logofallocentrismo, cio l'impronta maschile e maschilista della filosofia.
La parola patriarcato ha in s una radice indoeuropea, che significa nutrire, comune a molte lingue di quel ceppo, da cui deriva padre; e un termine greco, arch, che vuol dire principio, comando, potere. Il patriarcato ha rappresentato, con diversit sociali e culturali a seconda delle varie zone del mondo in cui ha messo radici, ma anche forti analogie e somiglianze tra un luogo e l'altro, un sistema sociale imperniato sul padre, cio l'anziano, l'uomo a capo in ragione della sua et: capofamiglia, capotrib, capoclan, capo popolo, guida, archimandrita, re e via discorrendo. Il potere, l'autorit e i beni materiali, ma anche la parola che d senso al mondo e la facolt di giudizio sulle cose del mondo, furono, col patriarcato, di stretta o esclusiva pertinenza dei patriarchi e della filiera dei loro discendenti maschi.
La sovranit e l'imposizione maschile sul corpo femminile  il tratto distintivo del patriarcato, che rivela l'origine fortemente sessuata di quel dominio. Il corpo gravido della donna e la facolt femminile di mettere al mondo la vita possiedono in s, da sempre e figuriamoci nella notte dei tempi, una forza perturbante, prossima al mistero e al divino. Un potere femminile che ha indotto timore e messo sotto scacco gli uomini. La reazione, da un certo punto in poi della vicenda umana,  stata di ridurre la donna a strumento della natura, del tutto a disposizione del maschio predatore; strumento da tenere sotto controllo e rendere funzionale, nel gruppo parentale, nella famiglia, nella societ, nell'idea del mondo, all'uomo. La donna  diventata, sul piano sociale, giuridico, simbolico, un inerte contenitore di genealogie maschili oppure un mero oggetto di piacere, che  l'altro lato dei rapporti di sesso nel patriarcato. Il corpo femminile, chiuso nel recinto della famiglia, mette al mondo una vita, in grazia dell'ordine naturale, e il patriarca immette quella vita nella societ, in grazia del potere che agli uomini discende direttamente dalla divinit maschile, per interposta gerarchia di sacerdoti, re, dottori della legge e via discorrendo.  l'uomo che attribuisce alla nuova creatura il diritto alla nascita sociale, attraverso il nome  in nome del padre, appunto  e dunque l'autorizzazione simbolica a procedere nella vita. Chi d il nome alle cose? In Cina le donne, per sfuggire alla sopraffazione patriarcale del potere della parola e sulle parole, inventarono un loro vocabolario, un loro modo di dire le cose. Le eccezioni femminili nel patriarcato, quando si sono manifestate, sono state possibili perch una donna eccezionale godeva della benevolenza e della protezione di qualche uomo di buona volont  per lo pi potente, spesso un padre  o perch un'altra donna, nelle smagliature di una crisi sociale o politica, coglieva audacemente l'occasione per inerpicarsi in un sentiero non previsto per lei dall'ordine dei padri. O perch semplicemente le donne cercavano di dare un senso ai luoghi separati in cui il patriarcato le condannava. La subalternit a cui il patriarcato ha costretto le donne, spesso spinta fino all'estrema soggezione, non ha mai cancellato del tutto le tracce della soggettivit femminile, di uno sguardo, di un desiderio, di un'ambizione delle donne sul mondo.
In epoca moderna, quando rotolarono le teste dei re e gli uomini fecero le loro rivoluzione per la libert, l'eguaglianza e la fratellanza, il patriarcato dei fratelli subentr al patriarcato degli anziani. Ma i fratelli vincitori non mostrarono disposizione a condividere con le donne l'ordine da loro instaurato, anzi con violenza le ricacciarono indietro. In Francia la cittadina Olympe de Gouges, il 13 brumaio del II anno della Repubblica (13 novembre 1793) sal il patibolo, su ordine dei rivoluzionari, innamorati della libert e dell'eguaglianza. La sua colpa era di aver preteso eguali diritti per le donne e di aver richiamato gli uomini ai loro doveri verso le mogli.
La cittadinanza moderna, non a caso, soffrir a lungo, in quell'Occidente dove pure era nata, di un deficit intrinseco, rappresentato dalla minorit giuridica impressa, per condizione naturale, allo statuto umano delle donne. Minorit giuridica e minorit morale, e dunque donne che il maschio deve tutelare: questo  stato un tratto distintivo del patriarcato moderno.
Il patriarcato  stato messo fortemente in discussione dal femminismo e dalle lotte delle donne nel Novecento. L'effetto combinato dei processi di emancipazione e delle manifestazioni di soggettivit femminile ha minato alle radici il patriarcato, nella sua forma moderna e in quella antica, che in troppe parti del mondo per altro ha continuato e continua a essere in vigore, in forme spesso brutali. Ma anche l molte donne lo attraversano come il vento.
La crisi, acuta, di quell'ordine non significa la sua fine. E non occorre guardare altrove. Viviamo oggi nel disordine del vecchio ordine e nell'assenza di un'idea diversa, vincente e convincente, delle relazioni umane. Nel frattempo sopravvivono e si riproducono veleni e cascami che vengono da l. Dall'ordine e dai sotto ordini dei padri.

Elettra Deiana, politica,  da sempre vicina agli ambienti del femminismo. Parlamentare per due legislature del Prc,  stata tra i promotori del Forum dei parlamentari contro la guerra.  membro della presidenza nazionale di Sinistra ecologia libert.

Personale
di Gabriella Bonacchi
Agli esordi degli anni 70, un soggetto inedito catalizza ansie ed entusiasmi degli osservatori. A questo soggetto dobbiamo, proprio a partire dal ribaltamento del classico rapporto tra dimensione personale e sfera politica, le innovazioni che perdurano come guadagni stabili della nostra cultura: il trionfo della soggettivit, la superiorit delle relazioni sulle organizzazioni, il valore della lingua e del simbolico nella produzione di senso. Quando il femminismo formula la pi celebre tra le sue parole d'ordine  Il personale  politico  Michel Foucault stava ancora elaborando il suo famoso congedo dalla rappresentazione giuridico-discorsiva del potere. La visione liberale dello Stato come campo di esercizio del dominio da cui difendere a ogni costo la sfera del privato e soprattutto del s pi intimo  la sessualit  non era messa in dubbio se non dalla teoria marxista della lotta di classe. La sessualit era considerata un terreno disciplinare perlopi riservato ai voyeur, dunque un terreno losco come un po' losco era il principale sapere a essa dedicato, vale a dire la psicanalisi. Proprio all'alba del decennio, Carla Lonzi scrive (insieme a Elvira Banotti e a Carla Accardi) due testi destinati a segnare l'intera storia del femminismo italiano: Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e la donna vaginale, che rappresentano la prima e decisiva rottura con la visione liberale ma anche marxista del potere, poich rovesciano l'ottica che aveva fino a quel momento governato il piano storico, dal punto di vista delle classi dominanti come delle classi subalterne: il protagonismo della sessualit maschile mascherata da soggetto universale. Il carattere politico del personale  il frutto di questo semplice rovesciamento: a partire da qui si rilegge Virginia Woolf e si afferma di volere  come lei  scrivere la vita e pensare le cose come sono veramente. Scrivere la vita  un programma di enorme difficolt formale. Come si fa ad acchiappare la vita quotidiana, come si fa a tradurre in forma, rendere esattamente e precisamente quella cosa che sfugge, cio quello che sta attraversando e in ogni momento vivendo un soggetto nuovo abituato ad abitare le stanze mute del privato? Scrivere la vita diventa un problema che riguarda l'invenzione di una forma e di un linguaggio. Partendo dalla propria realt personale, di soggetto confinato nelle mura ristrette del privato, le donne del femminismo ci hanno fatto vedere come basti operare uno spostamento, per vedere qualcosa che prima non era stato visto. Nel primo numero (1973) di Sottosopra, rivista storica del femminismo milanese, leggiamo che il concentrarsi sul contenuto fondamentale dell'abbattimento dei tab tra donne si esprime poi nel modo pi facile che quelle donne hanno di muoversi, di parlare, di comunicare e soprattutto prospettare una vita diversa... Sono donne che danno la sensazione di poter progettare il mondo. Poich questo ha significato esattamente pensare le cose come sono: pensarle a partire da ci che questo soggetto nuovo era, e non da ci che gli altri dicevano potesse e dovesse essere. Lo spostamento implicava la rottura della subordinazione simbolica, che  poi quel forzare qualcuno a leggere se stesso come letto da altri, con cui Simone Weil identifica la schiavit. Questa libert femminile non nasce da un gesto furtivo di disobbedienza, ma dalla creazione di un senso libero di s. Per questo il personale  politico non rimanda a ritratti e ritrattini dedicati a poche grandi ribelli  le eroine del gesto isolato ma conforme a una superiore giustizia: da Antigone a Giuditta, Ester e Giovanna d'Arco  n a un numero maggiore di anonime ladre di libert: le argute servette degli interni fiamminghi, ovvero le prostitute di Courbet e Picasso, fino alle estenuate operaie e alle ospiti degli asili di Morbelli. Le donne non hanno pi bisogno di eroismo perch non sono pi obbligate a pensarsi e a dirsi nei termini previsti da quel grande monologo che va sotto il nome di simbolico maschile.
Il simbolico maschile  una categoria elaborata da Luce Irigaray sulla base di una stringente critica del rapporto stabilito da Lacan tra le parole e le cose. La critica di Irigaray al grande patriarca della psicanalisi postfreudiana non si sviluppa nel vuoto: la riformulazione dei rapporti tra verit, linguaggio e sesso implicita in questa critica si fonda sulla radicale rottura di una complicit, che prender il nome di teoria della differenza sessuale. In Italia la nozione di ordine simbolico della madre ha messo in parola le pratiche sviluppate all'interno di una speciale relazione tra donne. Per ordine simbolico della madre s'intende ci che d e mette ordine a quanto risulta per eccellenza negato e scompaginato nell'ordine patriarcale: il rapporto asimmetrico tra donne (Luisa Muraro). Questo concetto di simbolico  il grimaldello che ha consentito di scardinare le gabbie speculari in cui rischiava di restare imprigionata la riflessione femminile: un'idea di specificit femminile basata sulla vicinanza privilegiata alla natura, al corpo o all'inconscio; oppure un'idea di tradizione femminile intesa semplicemente come privata, marginale, intatta e avulsa dalla storia, ma proprio in quanto tale disponibile  gi bell'e pronta, per cosi dire  a una rifondazione della societ di tutti. Ma l'ordine simbolico della madre ci costringe a ritornare al luogo teorico della sua fondazione: la disobbedienza simbolica di Luce Irigaray a Lacan. Perch Luce ce l'ha tanto con lui? Perch  da una critica serrata alla sua idea di simbolico che Luce sviluppa l'innovazione cruciale del suo Speculum. Lacan le sembra aver sciolto, in peggio, le ambiguit di Freud. Per Lacan le parole sono la realt vera, rispetto alla quale la carne non  se non fantasma e masturbazione. Lacan divide ci che Freud aveva riunito con la Vorstellung (rappresentazione). Il termine freudiano rappresentazione conferisce alle parole un significato scenico-teatrale e comporta un riferimento sia a immagini mentali, sia a immagini reali, sia alla capacita di mettere in scena le parole. Il femminile  il confine, lo strato roccioso di fronte al quale il lavoro analitico  costretto a interrompersi, ma ne costituisce anche la cornice, il contesto e lo spazio di interrogazione. Freud non cesser mai di chiedersi: che cosa vuole una donna? La presenza fisica delle pazienti lo conduce a fondare su un insondabile mistero  il desiderio femminile  senso e limiti della sua idea di rappresentazione, come dispiegamento della realt in un'infinit di strati differenti. All'idea stratigrafica di Freud, Lacan sostituisce il principio di un gioco  orizzontale  del linguaggio, del significante fallico che espelle la materia/femmina dal discorso: nel regno delle parole il n'y a pas des dames. Per Luce Irigaray la cancellazione della madre dunque  e della relazione della figlia con la madre: il loro possibile linguaggio/mondo  fonda 1'ordine simbolico patriarcale, la parola maschile e la sua incapacit costitutiva a dire la donna. La politica del simbolico, reincarnando la madre e i suoi rapporti con la figlia, tiene legate parole e esperienza. Ci di cui parlano le donne ci dice di un esserci nella storia umana come dimensione non di identit, ma di relazione, basata su costruzioni reticolari che si vengono a creare negli scambi materiali e simbolici tra cercatrici e generatrici di senso. Il pensiero della differenza opera in tal modo uno spostamento laterale rispetto alla dimensione diacronica dell'ideale illuministico: se questo  cieco e inospitale verso le differenze e temporalizza l'emancipazione, forzando gli esseri umani in uno stampo omogeneo (maschiocentrico e occidentale), l'ordine simbolico della madre non solo difende la diversit, ma pretende un riconoscimento sincronico di uguale valore per tutte le componenti della famiglia umana.

Gabriella Bonacchi, storica, dirige la sezione ricerca della Fondazione Basso. Ha scritto Il dilemma della cittadinanza: diritti e doveri delle donne e Vivencia.

Politica
di Alisa Del Re
Aristotele, nella Politica, definisce con questo termine la natura, le funzioni, la partizione dello Stato, e cio: l'arte e la scienza del governo, la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini maschi partecipano. Da questo le donne ateniesi erano escluse, in quanto cittadine di seconda categoria. Anche nell'epoca moderna la definizione di politica si pu riassumere in attivit o insieme di attivit che hanno in qualche modo come termine di riferimento la polis, ossia lo Stato.
Non  che le donne non abbiano aspirato al potere, anzi. Ma, se non contiamo alcune figure eccezionali di regine, da Cleopatra a Caterina de' Medici alla regina Vittoria, e soprassediamo sulla politica gestita nelle alcove, nei boudoir, tra intrighi e segreti che poco hanno a che fare con lo spazio pubblico, civile, sociale, sembra che difficilmente esse siano riuscite a imporsi sulla scena della politica formale.
Quando con Le categorie del politico di Carl Schmitt nella definizione di politica entra la categoria del conflitto e la contrapposizione fondamentale amico-nemico,  possibile introdurre nella sfera della politica l'attivit dei gruppi che si organizzano con l'intenzione di partecipare alla gestione dello Stato. A partire da Olympe de Gouges, Mary Wollstonecraft, Claire Dmar e in seguito tutti i movimenti per l'acquisizione dei diritti civili, politici e sociali per le donne (in particolare le suffragiste), il conflitto tra i sessi rientra a pieno titolo nella politica, occupando lo spazio pubblico.
Per i movimenti e i gruppi politici delle donne, affrontare la definizione di politica da un punto di vista di genere  complesso: il personale  politico, fortunato slogan degli anni 70; l'estraneit alla politica; la politica prima, nonch la parit in politica segnano diverse tappe che i movimenti delle donne hanno attraversato nei rapporti con il terreno della politica.
Il personale  politico nasce in un periodo in cui emergono con forza le grandi lotte per il divorzio, l'aborto, i consultori, il diritto di famiglia, la contraccezione. L'antiautoritarismo per le donne diventa autocoscienza e la sessualit e il pensiero delle donne su di s vengono portati nelle piazze, nelle assemblee, escono dal privato per entrare nello spazio pubblico. Le vicende individuali assumono un significato pi generale, condiviso, anche perch toccano questioni che riguardano l'organizzazione della societ, e quindi i rapporti di potere tra le classi e tra i sessi, i ruoli nella famiglia e nella struttura della riproduzione.
Troviamo il concetto di estraneit alla politica in Sottosopra, Pi donne che uomini, gennaio 1983: Lo scacco che sperimentiamo nel tentativo di avere esistenza sociale rivela, insieme alla persistente voglia di vincere, una resistenza o una estraneit: qualcosa di noi resiste a entrare nei giochi sociali, non ci vuole stare, non ci sta.
Quell'affermazione fatta in uno dei momenti di crisi carsica dei movimenti delle donne trova conforto ancor oggi nei dati pubblicati dall'Istat l'8 marzo 2010, per spiegare perch ci sono cos poche donne nei vertici della politica in Italia. In sostanza l'Istat rileva da numerosi indicatori (tra l'altro la lettura dei quotidiani, la partecipazione a dibattiti ecc.) che le donne italiane hanno poco interesse per la politica. Nella presentazione delle cause di questa situazione, il governo mette in evidenza una sorta di responsabilit delle donne stesse, affermando, come faceva Sottosopra molto tempo prima, che i commerci sociali e politici le coinvolgono poco. Ma le percentuali fornite circa il disinteresse delle donne per la politica vengono presentate senza tener conto della quantit di lavoro di cura che ricade quasi totalmente sulle donne in Italia, e della poca accoglienza dei partiti politici nei confronti delle donne (con strutture al vertice quasi totalmente maschili).
La politica prima  una terza tappa della ricerca nel rapporto fra donne e politica.  politica anche il volontariato, la cooperazione, l'associazionismo, la rete di solidariet tra vicine di casa, le librerie che fanno incontrare le persone e le idee, l'editoria indipendente leggiamo ancora in Sottosopra,  accaduto non per caso, gennaio 1996. Si privilegia rispetto alla politica formale, rappresentativa, la politica dei comportamenti, delle relazioni. Certo, la pratica delle relazioni e della contrattazione che sottende queste realt  importante, ma non meno importante del riuscire a tradurre queste pratiche in decisioni che valgano per tutti e non siano alla merc della buona volont di qualche singolo/a, o di qualche associazione pi o meno democraticamente diretta.
Si arriva cos alla parit in politica, termine oggi talvolta contestato in Italia, ma che ha investito movimenti di donne in tutta Europa a partire dalla met degli anni 90. Questi movimenti hanno fatto cambiare molte Costituzioni europee e molte legislazioni elettorali nazionali. Hanno immesso nell'agenda politica ci che le democrazie liberali relegavano prudentemente nel privato e che i socialismi pensavano di poter appiattire in una omologazione di bisogni che azzerava le differenze e le individualit.
Le loro lotte riguardano la politica istituzionale (partiti, rappresentanza, diritti di cittadinanza). In questo settore l'obiettivo della parit effettiva (sostanziale), cio le stesse possibilit per donne e uomini di competere per l'ingresso nelle istituzioni democratiche, non  mai stata prevista proprio perch non  prevista una politica della differenza sessuale. Paradossalmente la parit ha un senso solo se scompone il neutro universale della politica (il cittadino) articolandolo nella dimensione sessuata dell'appartenenza alla polis. E questo ci porta al tema della partecipazione politica. In tutti i paesi Ue, ma particolarmente in Italia, le donne, nonostante il riconoscimento formale, non sono riuscite a entrare a far parte in misura consistente delle istituzioni politiche rappresentative. Per difficolt oggettive, che ostacolano l'ingresso in politica, ma anche perch sembra si stia affermando una sorta di autoesclusione, che porta le donne a intraprendere strade non ufficiali, dal contenuto politico elevato, ma dall'efficacia realizzativa scarsa. Se il genere, come afferma Eleni Varikas in Il sesso e il genere,  storicamente un principio organizzatore della politica, che ordina la diversit umana in due gruppi costituiti in modo gerarchico e autoritario, quello che ancora manca alla politica per le donne (e anche per gli uomini)  una narrazione ideale che annulli le gerarchie e costituisca orizzonte di senso per i due sessi, articolandosi in una pratica contrattuale e di mediazione del conflitto a tutti i livelli. Senza questo, diventa accettabile la definizione di Miriam Mafai riportata da Iaia Caputo in Le donne non invecchiano mai: La politica , se vuoi, questo orrore: un insieme di passione autentica, di intelligenza vera, e poi anche di intrigo, di ambizione. Non vedo come le donne possano introdurvi elementi diversi: se vogliono far politica quelle sono le regole, se non piacciono bisogna fare un'altra cosa: volontariato, associazionismo.

Alisa Del Re, insegna Scienze politiche all'Universit di Padova e dirige il Centro interdipartimentale di ricerca: studi sulle Politiche di genere.  nel comitato di redazione delle riviste Multitudes e Cahiers du Genre.

Pornografia
di Katia Ippaso
In un bel film del 1999 di Frdric Fonteyne, un uomo e una donna si incontrano in una camera d'albergo per dare vita a una fantasia non dicibile. Cosa vediamo dei loro corpi al lavoro? Molto poco. La macchina da presa si ferma sull'uscio della porta, nel corridoio rosso dell'albergo. Entra solo verso la fine, quando l'uomo e la donna decideranno di fare l'amore, contravvenendo al patto iniziale che era di natura scrupolosamente sessuale. La fantasia che ha unito i due personaggi non viene mai nominata, n mostrata. Eppure essa era scritta nell'annuncio che la donna aveva pubblicato su un giornale e a cui l'uomo aveva risposto. Esiste un testo di partenza, quindi, di natura pornografica. Ma noi spettatori non leggeremo mai quel testo. In questo ritirarsi del segno  che per un attimo era stato intravisto  risiede il preciso valore estetico dell'opera, che gioca sulla cosa non detta. Il titolo originale del film  Une liaison pornographique. Gli inglesi l'hanno mandato nelle sale con il titolo An affair of love. In Italia  stato tradotto con Una relazione privata.
Per la verit, il titolo italiano  quello che rende al meglio la situazione descritta dal film. Trattasi alla fine, di relazione privata, e non pornografica. Cosa distingue l'una dall'altra? La prima si svolge a porte chiuse, la seconda invece ha bisogno di un set con luci e di una tessitura opaca per manifestarsi. Ci che  intimo non si fa guardare, ci che  pornografico invece mette in campo un preciso dispositivo dello sguardo.
Etimologicamente, pornografia viene dal greco e indica l'atto dello scrivere o descrivere di prostitute. C' quindi un preciso riferimento al genere nella delimitazione dell'oggetto pornografico: donna e prostituta. E se  vero che oggi per materiale pornografico si intende genericamente materiale di esplicito contenuto sessuale, il marchio di fabbrica che fa riferimento alla donna come sovvertitrice della legge morale non  completamente sbiadito.
Gi negli anni del cinema muto, vengono girati filmati con scene di nudi e di sesso. Ma  solo negli anni 70, e soprattutto in California, che il cinema pornografico diventa un vero e proprio genere. Dagli ambienti della contestazione hippy provengono i fratelli Mitchell, produttori di film pornografici, Candida Royalle (attrice e produttrice di porno) e Larry Flynt, produttore e filmaker.
Il primo film pornografico distribuito legalmente negli Usa  Mona, del 1970. Due anni dopo esce Gola profonda, destinato a diventare un film di culto.
In Italia, il genere pornografico ha dato vita a vere e proprie star, come Moana Pozzi, la cui storia tutta italiana di peccato e redenzione rivela un meccanismo perfetto di controllo che si esercita a livello di doppia morale. Con le sue apparizioni televisive da Pippo Baudo, con i battesimi sacrali di Indro Montanelli, la celebre pornostar  stata usata come totem al fine di ribadire un tab. Moana Pozzi aveva fatto il liceo, era cresciuta in una famiglia dell'alta borghesia settentrionale, parlava correttamente l'italiano. Tutto questo aiutava a levigare la sua immagine, a renderla presentabile e innocua. Ammorbidendone il potenziale eversivo, gli italiani hanno fatto di Moana Pozzi uno dei simboli del nostro paese, un santino da conversazione, con cui andare a letto masturbati, purgati e assolti.
Quando Moana era ancora viva, cominciava da poco a farsi strada il regime di Videocracy, la rivoluzione dell'immaginario made in Italy: l'impero doveva ancora fiorire ed espandersi in ogni rivolo per arrivare alla decadenza del nuovo Medioevo di terzo Millennio.
E non  superfluo chiedersi cosa sia, allo stato attuale, pi osceno: un programma di variet dove il corpo della donna viene macellato e venduto a chili davanti alla macchina da presa o un film di contenuto dichiaratamente pornografico?
Tanto per cominciare, la domenica pomeriggio a essere vivisezionati e offerti allo sguardo senile e voyeur del pubblico sono soltanto i corpi femminili, mentre nei film pornografici vediamo in scena sia donne che uomini (la differenza tra un film pornografico e un film porno soft sta proprio nell'esibizione dell'organo sessuale maschile).
Naturalmente, di pari passo con l'affermarsi  a livello di rappresentazione lecita  di un immaginario maschilista, si spostavano anche i confini della rappresentazione illecita.
Secondo la filosofa Michela Marzano, che alla pornografia ha dedicato uno dei suoi libri pi discussi, La pornographie ou l'puisement du dsir, dagli anni della contestazione a oggi la pornografia ha finito con l'assumere un ruolo di sorveglianza e controllo: Negli anni 70, la pornografia ha effettivamente potuto contribuire all'emancipazione dalla morale delle autorit tradizionali. Per a partire dalla met dei 90, e poi con la diffusione di Internet, s  avuta un'inversione; il porno  diventato dispositivo di controllo, codificato e codificante. Fortemente condizionante. Foucault l'avrebbe definito una forma di biopolitica. Perch  in conformit con la religione del fitness  veicola un'ideologia del corpo come macchina. Efficiente, bella e inalterabile, smaterializzata, immune da invecchiamento, imperfezioni, priva di soggettivit, fantasmatica. L'hard  un arretramento. Torna a incapsulare la sessualit nei moduli regressivi della sottomissione, d'un rapporto tra chi asservisce e chi  asservito.
All'interno del movimento femminista c' sempre stata una scissione: se guardiamo agli Stati Uniti, per un verso figure come quella della sociologa e critica della cultura Laura Kipnis hanno visto nella pornografia uno strumento di emanicipazione e liberazione sessuale della donna, mentre sul fronte opposto Catharine MacKinnon, giurista, si  sempre dichiarata convinta che il genere pornografico non facesse che degradare ancora di pi, fino a farla diventare merce di scambio, l'immagine della donna.
Non  superfluo, a questo punto, stabilire l'ordine del discorso. Chi pronuncia la frase pornografica? E a chi  diretta? A un primo livello, il destinatario (pi uomini che donne, ma la percentuale di pubblico femminile sembra destinata a crescere)  il consumatore di immagini pornografiche che liberamente sceglie di fruirne. L'oggetto  il corpo sessualizzato osservato da molto vicino. Ma chi osserva, chi guarda? La risposta va forse trovata in un geniale libro di Gombrowicz, che si intitola, lapidariamente, Pornografia. Il romanzo non  di contenuto pornografico. , piuttosto, la storia di una macchinazione: Witold e Federico si adoperano per gettare l'uno nelle braccia dell'altro una coppia di adolescenti, Carlo ed Enrichetta.
Capiamo che non c' pornografia senza regia. Affinch il set sia sinceramente e inesorabilmente pornografico, non basta la rappresentazione: ci vuole lo sguardo e l'azione di un metteur en scene.
Pensiamo per un attimo a una qualsiasi scena porno: non  forse la macchina da presa, l'obiettivo fotografico, la web camera, il telefonino, il vero protagonista? Non  l'occhio del pornografo che si nasconde dietro il mezzo, l'unico soggetto del discorso?  dunque nella comunicazione cortocircuitante in cui  inscritta, all'interno dell'industria del voyeurismo che l'organizza, nella regia di una mente auto-referenziale, che l'immagine si carica di un segno pornografico.
In questo senso, l'obiettivo indecente che fruga il pezzo di carne maciullata del corpo delle ragazze nei digestivi variet del sabato sera, continua a essere il simbolo pi convincente del voyeurismo onanistico che alimenta l'operazione porno. Basta mandarla in loop, reiterarla all'infinito, quest'immagine, per vedere quello che c' sotto: una macchinazione bella e buona, una truffa spettacolarizzata, che si affanna a rendere presentabile (e quindi ambiguo) il contenuto osceno (letterale) di un discorso pronunciato da un regista. E proprio per questo inesorabilmente, oscenamente, porno.

Katia Ippaso, giornalista e scrittrice,  stata critico teatrale per numerosi giornali, tra cui L'Unit, Rinascita e Liberazione. Attualmente scrive di teatro e letteratura per Gli Altri. Fra i suoi libri: Nell'ora che  d'oro; Le voci di Santiago; Io sono un'attrice.

Potere
di Sofia Ventura
La relazione tra donne e potere nel discorso comune  perlopi pensata come una relazione di tipo personale e privato tra le donne e gli uomini che del potere sono detentori. D'altro canto, la storia conferma questa idea narrando di donne che hanno esercitato il potere quasi esclusivamente, a parte poche eccezioni, attraverso la loro influenza sugli uomini. Lo racconta bene Benedetta Craveri in Amanti e regine. Le donne, sorelle, mogli, madri e amanti sono potenti ma consapevoli che la Storia [...] rimane appannaggio ufficiale degli uomini e per inserirsi nei suoi ingranaggi senza venirne stritolate, bisogna mascherarsi, giocare d'astuzia, crearsi alleati potenti, distribuire favori, sedurre, corrompere, punire e sapere, al momento giusto, uscire di scena.
Ma vi  un'altra prospettiva dalla quale analizzare il rapporto tra donne e potere. Quella della presenza delle donne nei luoghi dove questo si esercita.
Il tema del potere ha assunto una posizione centrale sia nella storia del pensiero politico, sia nella scienza politica. Una lettura soddisfacente  quella che concepisce il potere come un concetto di relazione, in cui A esercita potere su B rispetto all'azione y di B e tale potere  tanto pi saliente se A controlla risorse che sono salienti per B e ancora di pi se detiene su di esse un controllo. In una societ, dunque, il potere pu essere inteso come la capacit di indurre comportamenti collettivi, grazie al possesso di risorse. Il sociologo politico Gianfranco Poggi, riprendendo una precedente tripartizione di Norberto Bobbio, ha distinto fra tre diverse forme di potere sociale: quelle che trovano il loro fondamento nel controllo esercitato su significative risorse materiali (potere economico), quelle che lo poggiano su credenze, valori e norme socialmente validi (potere normativo), e quelle che lo basano sugli strumenti della coercizione (potere politico).
Il problema del rapporto delle donne con il potere pu, dunque, essere posto nei termini della possibilit di accedere ai vertici delle piramidi, cio di entrare a fare parte di quelle lite che detengono le risorse che sono alla base del suo esercizio. Questa prospettiva  stata ed  alla base del pensiero femminista di matrice liberale, che si pone l'obiettivo del superamento delle barriere sociali, economiche, politiche, culturali e dell'educazione che impediscono alle donne di godere di pari opportunit rispetto agli uomini.
Per altre correnti del femminismo il potere non va conquistato, ma trasformato.  cos per il femminismo di derivazione marxista, secondo cui l'oppressione della donna ha inizio nella famiglia intesa come unit economica del sistema capitalista e, dunque, pu essere superata solo con il superamento del capitalismo; o ancora nel femminismo radicale, che pone l'accento sul controllo esercitato nei confronti della donna e sul suo corpo dal patriarcato. Ma ancora pi radicali appaiono le teorizzazioni pi recenti (che si pongono in una prospettiva post-moderna), che concentrano l'attenzione sulle dimensioni della cultura e del linguaggio e il loro ruolo nel forgiare la percezione della realt e dunque la perpetuazione del dominio maschile. Come ha scritto Pierre Bourdieu ne Il dominio maschile: Essendo tutti inseriti, uomini e donne, nell'oggetto che ci sforziamo di cogliere, abbiamo incorporato, sotto forma di schemi inconsci di percezione e di valutazione, le strutture storiche dell'ordine maschile; rischiamo quindi di ricorrere, per pensare il dominio maschile, a modi di pensiero che sono essi stessi il prodotto di tale dominio. Il sapere non  pi, dunque, considerato neutro e universale, ma sessuato al maschile. Ci ha aperto la strada al pensiero della differenza sessuale e al rifiuto di un'omologazione e assimilazione a un universale che tale, in realt, non  e, di conseguenza, alla rivendicazione da parte delle donne di propri ambiti teorici di comprensione. Disvelamento della struttura del potere, in particolare nella sua dimensione simbolica e del linguaggio, e rivendicazione della differenza rappresentano senza dubbio riferimenti importanti per pensare la relazione tra donne e potere. Si pensi, venendo alla concreta esperienza della societ italiana, al condizionamento negativo sulla presenza pubblica delle donne, in particolare nell'ambito politico, di molteplici, e apparentemente contraddittori, stereotipi femminili nei media e nella comunicazione pubblica. Tuttavia, l'idea di una de-costruzione del potere stesso, di una sua messa in discussione in quanto tale, insieme alla rivendicazione di una possibile differenza nel modo di esercitarlo da parte delle donne, appare criticabile. Da un lato vi , infatti, il rischio di un'omologazione sulla base del genere del pensiero e dell'azione delle donne a livello teorico, che provochi uno scarto rispetto alla realt empirica. Dall'altro, la semplice contestazione del potere cos come si presenta nelle nostre societ pu inibire un'azione riformista in nome di un massimalismo inefficace.
Nelle democrazie liberali contemporanee, dopo il raggiungimento della parit legale e della piena cittadinanza formale, la presenza femminile nelle piramidi del potere  significativamente aumentata, anche se si  ben lontani dal raggiungimento di una parit. A ci hanno contribuito in modo rilevante anche le battaglie delle organizzazioni femministe quando hanno avanzato rivendicazioni concrete. In conclusione, dunque, un approccio liberale, che prospetti innanzitutto un'azione volta alla rimozione dei limiti alla presenza femminile nei luoghi del potere e delle decisioni, a partire dall'ambito politico, mantiene ancora oggi la propria validit. Quanto e come le donne possano fare la differenza e quanto la loro presenza possa essere portatrice di nuove modalit di concepire ed esercitare le relazioni di potere (o di superarle) potr emergere solo dalla concreta esperienza sul campo.

Sofia Ventura insegna Scienza politica e Politica comparata all'Universit di Bologna.  membro del comitato di direzione del trimestrale Rivista di politica diretto da Alessandro Campi.  tra i fondatori dell'associazione Libertiamo e collabora con il magazine della Fondazione Farefuturo.

Pregiudizio
di Isabella Rauti
Il pregiudizio  un giudizio preventivo: non coincide con lo stereotipo, ma gli  molto vicino. Spesso hanno lo stesso passo, solcano gli stessi sentieri. Si assomigliano, ma sono diversi, si favoriscono a vicenda e dove finisce l'uno pu cominciare l'altro. Pregiudizi e stereotipi  e quelli di genere sono i pi antichi e i pi resistenti nel tempo  alimentano e moltiplicano le discriminazioni dirette e indirette, creando un circolo vizioso di causa ed effetto, difficile da spezzare.
Conosco il pregiudizio perch ne sono stata vittima.
C' una porta di legno chiaro vicino a via Trionfale, che non ha mai smesso di tormentarmi.  il 1972, ho dieci anni e mio padre viene arrestato con un'accusa terribile, pesante come un macigno, un'accusa che lo lega alla strage di piazza Fontana. Io, bambina, vivo le mie giornate a scuola con le amichette di sempre. Le quattro amichette pi strette, quelle dei giochi, della condivisione di banchi, diari, pomeriggi, giochi e racconti. Fino a quel pomeriggio. Uscite da scuola abbiamo pensato di passare il pomeriggio a giocare tutte e quattro a casa della mia migliore amica. La casetta modesta  l, di fronte alla scuola, con il suo giardinetto minuscolo di residenza di militare, circondata dall'inferriata. Sembriamo amiche e uguali fino a quell'istante, il momento preciso in cui la porta si apre, e la mamma sulla soglia fa entrare loro tre e ferma me. Tu no, sei la figlia di un fascista. E chiude la porta. Io non so se ho pianto, ma ho guardato quella porta a lungo prima di tornare sui miei passi con la cartella in spalla e la certezza di essere diversa.
Ricordo un'altra mattina di quindici anni dopo. Pioveva mentre entravo nella sede di un prestigioso istituto di ricerca. Arrivavo con due lauree e mi sentivo davvero adatta a quel posto di lavoro per titoli e capacit. Il capo  seduto alla scrivania. Non c' tempo per i convenevoli, n per consegnargli il curriculum. Quelli come lei non ci piacciono... lei  eterogenea rispetto a noi. Non sar facile lavorare qui. Come facevo a spiegargli che avevo moltissime idee per quel lavoro, che volevo dimostrargli quanto ero in gamba, che non ero l per fare la portabandiera di alcuna ideologia, ma semplicemente per fare un lavoro per cui avevo studiato? Ricordo ancora oggi il senso di tristezza, misto all'impotenza e pochi istanti dopo la voglia di combattere contro quel pregiudizio. La bambina rimasta chiusa fuori dalla porta di legno chiaro tanti anni prima, la figlia del fascista nel frattempo era diventata grande, aveva studiato, conosceva la forza dello scontro e della contrapposizione e, scontrandosi, aveva imparato qualche regola del gioco. Sapeva che tanto lavoro, un atteggiamento umile e disponibile, le avrebbero guadagnato la stima di chi oggi pretendeva di bollarla e respingerla senza appello. Mi sentivo capace di lavorare ed ero convinta che anche questa volta avrei ribaltato il pregiudizio. Anche adesso, che di anni ne sono passati, non  certo finita. Per molti sono rimasta la figlia del fascista e lei stessa prodotto di una destra con cui non si pu dialogare. E lui, il pregiudizio, ancora oggi per me ha una sua fisicit, lo vedo venirmi incontro prima ancora di prendere la parola, di stringere le mani, lo vedo stendersi come una maschera sui volti delle prime file che aspettano di ascoltare da me quello che sono convinti di sapere gi. E poi il momento peggiore quando arriva puntuale la frase: Non pensavo che tu fossi cos. E io ogni volta mi chiedo: che cosa poteva pensare, se non mi conosceva?
Figlia di e poi moglie di: solo in quanto tale valutata, interpretata e alla fine, anche usata. Senza curarsi di chi sono io, della mia storia e della mia persona. Moglie di: pregiudizio tra i pregiudizi.
Non so se siano pi le donne o gli uomini a usare i pregiudizi come cornici mentali nella lettura della realt ma so che le donne sono, e restano, le vittime privilegiate.
Il pre-giudizio  pervicace per vocazione e destino perch  e l'etimologia non concede dubbi   un a priori, viene prima, precede il giudizio che elaboriamo con le categorizzazioni della conoscenza e dell'esperienza; insomma,  precedente quindi prematuro, forse immaturo, quasi sempre inconsapevole, sicuramente insufficiente ma rispondente alla produzione mentale e culturale del gruppo di nascita o di appartenenza. Per le scienze sociali esistono pregiudizi positivi, negativi e neutri; nella percezione pi comune  e, aggiungo, nella mia  invece, evoca immediatamente qualcosa di sfavorevole  pi simile a un'idea preconcetta  un'immagine mentale inscritta nel senso comune che non  affatto detto sia buon senso. La non conoscenza, l'ignoranza (che secondo Denis Diderot  meno lontana dalla verit del pregiudizio)  comunque sempre pregiudizievole e il pregiudizio  una debolezza  quando non diventa un lusso beffardo  e una reazione securizzante alla paura; paura del diverso: per genere, per razza, per orientamento sessuale, per credo religioso o ideologico, per et, per disabilit. Affligge coloro che non sanno o non vogliono vedere la potenziale ricchezza delle differenze, quanto, solo e piuttosto, la minaccia dell'alterit. Pu essere fonte di conflitto. La costruzione individuale e la riproduzione collettiva dei pregiudizi culturali e mentali rappresentano un pericolo sociale e alimentano la contrapposizione tra persone, popoli, etnie, religioni, gruppi economici, politici, generazioni e tra i due sessi.
Ma nessuno di noi  senza pregiudizio perch esso  innato.  impossibile liberarsene definitivamente; ma si possono perseguire, faticosamente e coscienziosamente, tecniche di abbattimento continuo. Il primo passo  la consapevolezza, poi l'apertura al dialogo, la conoscenza, l'esperienza, la curiosit, il voler capire. L'educazione contribuisce a creare un sistema di controllo e di riduzione del danno, eliminando le azioni discriminanti. Quello che possiamo e dobbiamo fare  convertirci dal pregiudizio, dalla sua superbia e dalla sua boria, sfidando in ogni atto, piccolo e grande, il pregiudizio e il suo orgoglio.

Isabella Rauti, membro dell'Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio,  stata capo del Dipartimento per le Pari opportunit.

Prostituzione
di Maria Rosa Cutrufelli
Nel 1975 usc per le edizioni Guaraldi un saggio dal titolo provocatorio: La moglie e la prostituta, due ruoli una condizione. In questo libro collettivo, le autrici sostenevano che la definizione tradizionale di prostituta, intesa come colei che esercita abitualmente rapporti sessuali con una pluralit di uomini, senza scelta dei medesimi e a scopo di lucro, aveva perso il suo significato.
Come mai? Cosa era successo?
Intanto c'era stata la famosa rivoluzione sessuale, con i figli dei fiori prima e il Sessantotto poi, che aveva introdotto un nuovo stile di vita, rivalutando anche il ruolo delle cosiddette donne permale, contrapposte alle odiose donne perbene (Bocca di rosa, di Fabrizio De Andr,  del 1967). Insomma la libert sessuale era comparsa all'orizzonte.
Ma nei primi anni 70 il neo-femminismo  e in particolare i gruppi di lotta femminista che allora facevano parte di una rete internazionale  accese in modo nuovo un dibattito sulla prostituzione che ancora oggi  molto lontano dallo spegnersi.
Per cominciare, la prostituzione era considerata da molte femministe una forma di violenza dell'uomo contro la donna. Ma questa forma di violenza non veniva, per cos dire, scorporata da un contesto pi complessivo. La prostituta, secondo le teorie dell'epoca, era l'altra faccia della casalinga. Matrimonio e prostituzione si alimentavano e completavano a vicenda.
La prostituzione, dicevano alcune teoriche del femminismo,  una categoria generale del vissuto femminile, proprio perch anche nel matrimonio esiste una condizione prostitutiva. Soprattutto laddove  forte la disparit di potere economico fra moglie e marito, che in quegli anni era visto come l'unico procacciatore di reddito, mentre la casalinga riceveva dal marito status sociale (e mantenimento, cio soldi) in cambio di servizi domestici (fra i quali era compreso il sesso, sotto forma di dovere coniugale).
Uno dei libri di Kate Millett, Quartetto, parla di questa commistione fra amore, sentimenti e lavoro di servizio, mettendo in scena un faccia-a-faccia e un confronto politico, il primo, tra prostitute e casalinghe.
Ma in realt sono soprattutto le femministe, negli anni 70, ad avere parola pubblica sull'argomento.
 pi avanti (almeno in Italia), negli anni 80, che entrano in campo le prostitute in carne e ossa con la forza delle loro neonate organizzazioni, e il dibattito prende una piega diversa. Perch le prostitute da tempo non sono pi le schiave per le quali si era battuta Lina Merlin, non sono pi sfruttate dallo Stato-lenone come all'epoca delle case chiuse, e spesso non hanno nemmeno un pappone: sono e si dichiarano lavoratrici del sesso. Non vogliono essere considerate vittime, sostengono di non vendere sesso, ma di scambiare servizi sessuali contro denaro e dicono di aver fatto una libera scelta lavorativa. Libera, almeno, nei limiti delle umane possibilit.
Su questo il femminismo si divise. Alcune si schierarono con le prostitute, altre restarono sulle loro posizioni (prostituzione = violenza maschile).
A Pordenone si costitu il Comitato per i diritti civili delle prostitute, che nel 1983 fond una rivista, Lucciola, e ne affid la direzione prima a Roberta Tatafiore e poi ad altre giornaliste che si definivano femministe o che comunque erano vicine al femminismo.
Un'alleanza assolutamente inedita e politicamente produttiva. Tanto che alla morte di Roberta Tatafiore, nel 2009, Pia Covre (assieme a Carla Corso, promotrice sia del Comitato che della rivista) ha scritto: L'input che ci venne da quel primo incontro (con Roberta) e dai successivi fu fondamentale per noi, un imprinting libertario che avrebbe influenzato le nostre rivendicazioni e le nostre analisi sul lavoro sessuale. Il suo pensiero e le sue analisi diventarono per noi un terreno di confronto, non di assimilazione, ma di elaborazione del nostro pensiero e della nostra crescita politica.
In ogni modo, gli anni 80 e i primi anni 90 sono stati caratterizzati da un ripensamento complessivo del lavoro della prostituzione. Sia a livello istituzionale  si ripensano le leggi, affrontando il discorso della regolamentazione  sia a livello di movimenti sociali, sotto la spinta delle organizzazioni delle prostitute. Anche nel femminismo si abbandona l'analisi della sessualit e ci si concentra sul tema dei diritti (spesso contrapposti alla tutela).
Dagli anni 80, comunque, il mondo  ulteriormente cambiato. E non in meglio, temo. Oggi sono tornate le schiave del sesso, grazie alla tratta e a varie altre forme di sfruttamento globale del corpo femminile (e non solo). E soprattutto oggi ci sono vari gradi e livelli di prostituzione. C' la migrante trafficata, ci sono le prostitute locali  donne che spesso hanno subito abusi e stupri o che vivono in condizioni di disagio sociale , ma c' pure la escort di lusso o la ragazza che esercita il mestiere solo per un tempo limitato, magari per pagarsi un viaggio o addirittura gli studi. La libera scelta si affianca alla prostituzione forzata.
Anche nel passato, a dire il vero, esistevano svariate tipologie di prostitute. Ma era il sistema prostitutivo nel suo complesso a funzionare in modo differente. Sta di fatto che la prostituzione, nel nostro millennio, non pu pi essere considerata come un mercato unico e non  nemmeno l'universo separato dei tempi delle nostre nonne:  una specie di piovra con molti tentacoli, ciascuno dei quali dotato di una vita propria.
La novit pi eclatante degli ultimi tempi  comunque l'attenzione che viene prestata al cliente. Un'attenzione che tuttavia  pi di tipo legislativo che politico (o di analisi socio-politica). Nelle leggi nazionali o locali che vorrebbero arginare o reprimere il fenomeno-prostituzione troviamo spesso delle clausole contro il cliente, punito con sanzioni amministrative e pecuniarie. Si tratta senza dubbio di un rovesciamento d'ottica. Ma la sanzione penale  lo strumento giusto per affrontare problemi di questo tipo? E anche dal punto di vista della sicurezza pubblica  davvero efficace? Dalle sperimentazioni effettuate non sembrerebbe proprio.
Per quanto mi riguarda, gi negli anni 80 cercai di discutere di prostituzione cambiando prospettiva. E dunque scrissi un libro d'inchiesta, Il cliente, che provava a indagare il continente oscuro del desiderio maschile partendo da una constatazione semplicissima: il mercato  il luogo dove s'incontrano domanda e offerta, ma, nel mercato del sesso, solo l'offerta  stata oggetto di studio. Perch? Perch gli uomini non si sono mai interrogati (mai, nel corso della storia) sul loro bisogno di prostituzione?
Bisogna arrivare a fine Novecento per trovare alcuni gruppi di uomini (Maschile plurale, per esempio) che cominciano a porsi quell'interrogativo.  del 2009 il libro Essere maschi, in cui l'autore, Stefano Ciccone, afferma che il problema non  produrre un giudizio su chi si prostituisce, ma costruire una lettura delle ragioni che portano gli uomini a cercare un consumo di sesso a pagamento.
In altri termini, il problema potrebbe essere riassunto cos: dove nasce la domanda? E come far luce su quel punto buio della prostituzione (sono parole di Natalia Aspesi) che si scansa come una trappola o si ignora come un pericolo?

Maria Rosa Cutrufelli, saggista e scrittrice, nel 1990 ha fondato la rivista letteraria Tuttestorie, che dirige. Ha scritto vari saggi sulla condizione della donna nella societ, tra cui Il cliente. Inchiesta sulla domanda di prostituzione. Fra i suoi romanzi: La donna che visse per un sogno; D'amore e d'odio e Complice il dubbio.

Pubblicit
di Caterina Soffici
Sembra che il pensiero principale degli italiani sia averla gratis. Perch se  vero che la pubblicit non crea nulla di nuovo, ma rispecchia semplicemente la societ alla quale si rivolge, gli uomini italiani avrebbero in testa un solo pensiero, quasi ossessivo. Montami a costo zero esorta una ragazza inginocchiata su una superficie che a prima vista sembra uno specchio. Lei  nuda e indossa solo un paio di scarpe rosse con tacco alto. Guardando meglio si capisce che lo specchio in verit  un pannello solare, e la ditta Cauldron promette il montaggio gratuito. Anche lo SpacciOcchiali di Udine  particolarmente generoso: Fidati te la do gratis spara a lettere cubitali sui suoi cartelloni. Sotto, pi in piccolo, si chiarisce che si allude alla montatura degli occhiali, con un gioco di parole e di doppi sensi che fa sorridere per la pochezza.
Il Caff Borbone non  da meno. Compri la macchinetta? Sei pazzo, dicono. Noi te la diamo gratis e l'immagine di una donna che offre una tazzina di caff. La Baldirent di Firenze supera tutti in creativit e sbatte su un cartellone tre metri per sei due ragazze in bikini rosso con bordo di pelo bianco (il tipico costume di Babbo Natale, no?) e relativo cappello natalizio che augurano Buone Feste: Noi ve la diamo anche a noleggio. Contro ogni apparenza, la Baldirent non  un'agenzia di ragazze squillo o intrattenitrici per una serata, ma una ditta che noleggia veicoli commerciali, auto e furgoni.
Siamo ben oltre lo stereotipo della modella spalmata sul cofano della macchina sportiva o del calendario del camionista con una pin-up nuda in una posa diversa per ogni mese dell'anno. Qui il giochetto  a suo modo pi sofisticato e offensivo, sia per le donne sia per gli uomini. Si rappresenta il genere femminile come un esercito di prostitute e gli uomini come un esercito di utilizzatori finali. Non molto lusinghiero, in entrambi i casi. Oltre alle donne, dovrebbero sentirsi offesi da messaggi di questo tipo anche gli uomini. Eppure troppo poche voci si levano per protestare. Tant' che nonostante le segnalazioni dei consumatori, i richiami del Giur della Pubblicit e le denunce di associazioni femminili attive sul campo, cartelloni stradali, giornali e televisioni ne sono ancora pieni. Con una frequenza e una ripetitivit che fa dell'Italia un caso di studio.
Bastano altri pochi esempi per chiarire a che tipo di messaggi siamo costantemente sottoposti. Abbiamo le poppe pi famose d'Italia, metteteci il vostro culo esorta la compagnia di navigazione TTTLines (nella foto una schiera di ragazze con sedere ben in vista si appresta a imbarcarsi). Se non ve la siete fatta d'estate, fatevela d'inverno (nella foto una biondona nuda dallo sguardo ammiccante e le braccia alzate sopra la testa, come se fosse legata su un letto): la pubblicit  di macchine Bmw e Mercedes. Assolutamente surreale la promozione delle sedi distaccate dell'Universit di Bologna. Ogni citt  rappresentata da una ragazza con una tutina attillata stile wonderwoman e capello al vento con scritto sul petto (molto sul petto): Cesena, Rimini, Forl e Ravenna. Dal che si pu supporre che i ragazzi sceglieranno la propria sede pi che per la specializzazione offerta seguendo un altro criterio, quello estetico: meglio matematica o la bionda? Oppure architettura o la mora? E le ragazze? Con che criterio sceglieranno le ragazze?
Alla fine siamo sempre l. Le donne sono carne da macello, oggetti utilizzati per smerciare altri oggetti. Seno e glutei sono le parti privilegiate e si mostrano in continuazione. Crocchette a forma di reggiseno (Impazziti per l'impanato, Le Giravolte), reggiseni ancora color azzurro con la nuvola bianca (Apriti cielo, Caff Berio), carciofini sott'olio (Godetevela finch c' tempo, Una voglia naturale, Moltalbano Gustoparty). Fino alle donne oggetto vere e proprie, dove il corpo serve solo per metterci sopra un paralume (donne senza testa, quindi) o addirittura la testa si copre con un sacchetto di carta. Per non parlare delle varie tariffe telefoniche, dove starlette e veline pi o meno famose offrono sconti vertiginosi sempre giocando sul doppio senso in un tripudio di carne offerta come nelle promozioni del supermercato: tre a costo zero (ossia canone, chiamate e telefonino) oppure due per uno, tre per due.
Donne puttane o donne sante/madri/casalinghe, per tornare agli antichi canoni che il femminismo negli anni 70 aveva cercato di scardinare. N puttane n madonne, solo donne, gridavano allora. Oggi apriamo un giornale, accendiamo la tv, giriamo per la strada e tutto troviamo tranne che normali donne. O tentatrici o casalinghe (terribile quella del dado Knorr, Pap pap guarda un pollo!, dove la madre  messa sotto accusa da marito e prole perch non sa cucinare neppure un pollo arrosto, finch non si imbatte nel miracoloso dado che risolver i suoi problemi). Una delle peggiori viste recentemente  la campagna di Tom Ford, che riesce in un colpo solo a rappresentare entrambi gli aspetti: un uomo con giacca e cravatta, boxer e calzini aspetta leggendo il giornale che la sua donna gli finisca di stirare i pantaloni. E gi questo potrebbe bastare. Invece l'hanno pensato ancora peggio: la donna  una valchiria con fisico mozzafiato ed  nuda, coperta solo dall'asse da stiro.
Nel Codice di autodisciplina della pubblicit in Italia si dice chiaramente che i messaggi devono rispettare la dignit della persona in tutte le sue forme ed espressioni e devono evitare ogni forma di discriminazione. In base a questa normativa sono state vietate alcune pubblicit particolarmente offensive, come quella del cetriolo della Sisley (una ragazza sdraiata per terra vicino al bancone della verdura in un supermercato gioca in modo esplicito con un cetriolo mimando un atto di sesso orale). Ma la legislazione italiana  molto pi blanda di quella di altri paesi europei e soprattutto c' una minore sensibilit delle parti in causa, soprattutto dei committenti e dei pubblicitari (questi ultimi si riparano dietro la facile scusa di seguire il volere dei clienti). Per capita sempre pi spesso che queste pubblicit sessiste finiscano nel mirino. E mentre fino a poco tempo fa lo spot scandaloso (pensiamo alle campagne di Toscani) serviva a far parlare e vendere di pi,  successo recentemente che campagne offensive verso le donne siano state ritirate dopo le denunce, non solo per i divieti e le sanzioni del Giur della Pubblicit ma perch i committenti hanno capito che l'accusa di sessismo danneggiava l'immagine della societ (e avrebbe avuto conseguenze negative sulle vendite). Che sia questa la via da seguire?

Caterina Soffici, giornalista e scrittrice, fino al 2008  stata la responsabile delle pagine culturali del Giornale. Ha collaborato a programmi televisivi e radiofonici per Rai due e Radio tre. Si occupa di cultura e attualit per il Riformista e Vanity Fair. Ha scritto Ma le donne no.

Pubblico
di Ritanna Armeni
Le donne parlano e scrivono, ma esporsi, parlando in pubblico,  un'altra cosa. Un nodo stringe la gola, le parole stentano e appaiono povere e banali, un senso di inadeguatezza assale, ascolti la voce, e quello che un momento prima appariva chiaro e definito, appare confuso, privo di importanza e autorevolezza. Quando ho avuto il primo rapporto con il pubblico, durante il movimento studentesco del 1968, le donne non parlavano. Ne ricordo solo due o tre che avevano il coraggio di prendere la parola come i loro compagni nelle assemblee studentesche. Le altre le guardavano con invidia e ammirazione e si limitavano a commentare a latere.
La capacit di prendere la parola, di farsi ascoltare da molti e di avere il piacere di comunicare  sempre stata per me il segno pi grande e simbolico del rapporto delle donne con il pubblico, della loro difficolt a entrare nel mondo degli uomini, muovendosi con agio e con autorevolezza, facendo domande e dando risposte. Certo molte cose sono cambiate, molte donne in questi anni hanno preso la parola, ma quel disagio rimane. Insieme al senso di inadeguatezza e a un'inquietante estraneit. Inquietante perch ci piacerebbe che non ci fosse e perch un po' a quell'estraneit siamo affezionate.
Il lungo cammino con cui le donne sono entrate nella sfera pubblica, superando inadeguatezza ed estraneit, si chiama molto semplicemente emancipazione. A poco a poco si sono inserite nel mondo maschile e ne hanno assunto gli strumenti e persino qualche piacere. Alcune l'hanno fatto in punta di piedi, altre con fracasso. Alcune hanno semplicemente buttato via il privato femminile, altre lo hanno accostato e hanno cercato conciliazione. Alcune hanno cercato di prolungare anche nella sfera privata quella libert conquistata nella sfera pubblica (e moltissime ci sono riuscite), altre hanno cercato di portare nel pubblico quanto di irrinunciabile c'era fuori di esso. Altre ancora hanno tenuto tutto distinto. Le donne farebbero volentieri a meno del conflitto fra pubblico e privato. A loro piacerebbe una vita fluida e armonica in cui tutto si tiene: affetti e lavoro, figli e carriera, dolcezza casalinga e passione intellettuale. Forse un giorno ci riusciranno, ma per il momento non  cos. Affrontare il pubblico  ancora una cosa complicata, per la quale occorre elaborare raffinate strategie e attuare contorte tattiche. In poche parole, inventare un comportamento e rischiare comunque di sentire la propria voce stonata e dissonante insieme a un non annullabile senso di inadeguatezza.
Ho potuto constatare almeno tre tipi di comportamento.
Comportamento numero uno: divisione netta fra pubblico e privato; fra lavoro, potere, carriera e vita domestica. In casa si stirano le camicie al marito e gli si preparano due pasti caldi al giorno, nel pubblico si fa il proprio dovere, niente di pi, tanto non se ne ricava grande soddisfazione.  un comportamento diffuso nei gradini pi bassi della scala sociale. Impiegate e operaie lo applicano, anche perch nessuno si sognerebbe di chiedere loro qualcos'altro.
Comportamento numero due: il pubblico  tutto; lavoro, carriera e potere al primo posto. La vita privata si limita al minimo indispensabile. Si fanno figli nell'ultimo anno utile.  il modello manager o donna in carriera, o intellettuale.
Comportamento numero tre: si cerca di portare nel pubblico quel che non si vuole abbandonare del privato, di trasportare, quindi, il femminile nella sfera pubblica.  un comportamento molto auspicato dal mondo maschile, quello che dice di apprezzare le donne e quindi vorrebbe che anche la vita pubblica fosse modellata secondo le loro virt. Come gli uffici sono pi gradevoli se oltre agli schedari e ai computer c' qualche pianta ornamentale, cos la vita pubblica diventa pi facile se le donne vi trasportano il lavoro di cura, la loro capacit di relazione, la loro abnegazione.
Naturalmente non  cos semplice e lineare. Gli equilibri possono saltare e sono saltati. Il pubblico per chi adotta il comportamento numero uno pu diventare infinitamente pi attraente del privato. Nel film We want sex, quando le operaie della Ford decidono di lottare per i loro diritti se ne infischiano di stirare camicie e di preparare pasti caldi. Quanto alle donne che sacrificano tutto per la carriera, spesso fra i quaranta e i cinquanta hanno un ripensamento. E allora pu avvenire, ed  avvenuto, che top manager di grandi multinazionali decidano di mollare tutto e di dedicarsi ai figli e al giardinaggio.
Anche il terzo comportamento non  cos lineare. E se una donna invece che fare la pediatra o la ministra della Salute vuole fare la chirurga o la ministra della Difesa? Ce ne sono sempre di pi che fanno scelte di questo tipo. Allora tutto pu saltare. E salta sempre pi spesso.
Nella grande confusione che ancora regna nel rapporto delle donne col pubblico c' tuttavia oggi una novit. Gli uomini, che in quella divisione fra privato-femminile e pubblico-maschile si trovavano piuttosto bene e hanno fatto molto perch tale rimanesse, sono un po' in crisi. Il loro pubblico non funziona pi cos bene e loro se ne sono accorti. E allora chiamano in aiuto le donne. Succede nella politica, nell'informazione, nella finanza. Durante la seconda guerra mondiale in Gran Bretagna apparve un manifesto che raffigurava un'operaia avvolta nella bandiera britannica. Si invitavano le donne a lavorare nelle fabbriche al posto degli uomini partiti per la guerra per salvare l'economia. Mi pare che gli uomini oggi vogliano avvolgerci in una bandiera, quella che rappresenta l'intero pianeta, che, da soli, hanno qualche difficolt a mandare avanti. Come risponderemo?

Ritanna Armeni, giornalista, scrittrice, ha lavorato al manifesto e all'Unit. Ha condotto con Giuliano Ferrara Otto e mezzo su La7. Tra i suoi libri: La colpa delle donne e Prime donne.

Quote di genere
di Vittoria Franco
Parlare di quote rosa in Italia ha sempre pi il sapore della provocazione. Appena se ne presenta l'occasione, entrano in campo i detrattori puri: le donne non sono dei panda; quelle brave ce la fanno da s, non hanno bisogno di tutela o di riserve indiane; le quote sono un'offesa alla loro dignit. Poi seguono  e in genere sono donne  i rassegnati: tanto non ci arriveremo mai, la politica continua a essere un club per soli uomini.
Possiamo avere maggiore fiducia in un cambiamento se guardiamo a cosa  successo in anni recenti in altri paesi. Fa effetto leggere che uno dei paesi col maggiore numero di donne in parlamento  il Ruanda col 54% o che Iraq e Afganistan hanno varato Costituzioni che prevedono quote di genere nelle liste. Nella maggior parte dei casi la crescita della presenza di donne nelle istituzioni  dovuta all'adozione di un qualche sistema di quote.
Il dibattito sull'argomento dura da trent'anni ed  partito dagli Stati Uniti; inizialmente riguardava la questione pi ampia delle politiche antidiscriminatorie contenute nel nuovo titolo VII del Civil Rights Act che vieta ogni discriminazione basata sulla razza, sulla religione, sul sesso, sull'origine nazionale. Fra le azioni positive che potevano essere promosse erano previste anche le quote di genere soprattutto nei luoghi di lavoro. In Europa la discussione e la pratica delle quote arriva qualche anno dopo e si afferma dapprima in Norvegia, dove vengono introdotte nella Costituzione gi nel 1981. Un'importante discussione sulla parit, seguita dalla bocciatura da parte del Conseil constitutionnel, si svolge in Francia nella seconda met degli anni 90 e si conclude nel 1999 con una modifica costituzionale e nuove leggi che prevedono o la presenza del 50% di donne nelle liste per i consigli locali o quote per il Parlamento nazionale. La vicenda italiana  solo in parte simile a quella francese e merita di essere raccontata brevemente.
Nel 1993 vengono approvate leggi di riforma elettorale contenenti norme antidiscriminatorie nell'elezione del Parlamento e dei consigli comunali e provinciali. Queste importanti innovazioni restano per in vigore per un'unica tornata elettorale e vengono dichiarate incostituzionali dalla Corte con una sentenza che fa molto discutere. La conseguenza sar il calo della rappresentanza femminile in Parlamento dal 13,1%, la pi alta fino a quel momento, al 10% e a cifre scandalosamente basse soprattutto nei consigli comunali.
Le argomentazioni usate dalla Corte costituzionale nella controversa sentenza 422/1995 sono indicative di una cultura patriarcale diffusa anche in ambito giuridico: si fa appello al principio di eguaglianza formale dei cittadini e si sottolinea l'irrilevanza e l'indifferenza giuridica del sesso ai fini della candidabilit ed eleggibilit nelle istituzioni elettive.
 stato necessario riformare l'articolo 51 della Costituzione, nel 2003, prima di poter tornare a parlare di riequilibrio della rappresentanza istituzionale con l'aggiunta di un secondo periodo, pi specifico che recita: Tutti i cittadini dell'uno e dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunit tra donne e uomini.
Un altro pezzo di riforma costituzionale, approvata nel 2001, riguarda l'articolo 117 e prevede che le leggi regionali rimuovano ogni ostacolo che impedisce la piena parit degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovano la parit di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive. Negli statuti di cui le regioni si sono nel frattempo dotate sono previste per norme in genere molto deboli e insufficienti, come dimostrano i risultati modesti sul piano della presenza delle donne sia nelle assemblee che nelle giunte regionali. Attualmente le donne nei Consigli regionali costituiscono appena il 12,2% e in alcuni sono completamente assenti.
Il principio di parit  stato poi recepito nella Carta europea dei diritti fondamentali, approvata a Nizza, il cui articolo 23 recita: Il principio di parit non osta al mantenimento e all'adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato.
Dunque, oggi una legge nazionale sulle quote sarebbe costituzionale, ma  diventata molto pi difficile da far passare. Gi il tentativo fatto dal Parlamento nella XIV Legislatura  fallito miseramente. La riforma elettorale del 2005 non prevede infatti norme antidiscriminatorie; una forte alleanza trasversale degli uomini ha arginato ogni tentativo di inserire misure sia pure minime in grado di garantire una presenza decente di donne nelle liste. Forse anche le donne devono cambiare strategia e aggiornare gli argomenti. Un argomento che a me appare inattaccabile consiste nell'inserire il tema quote nel pi ampio orizzonte della democrazia paritaria.
Per democrazia paritaria intendo l'eguale partecipazione delle donne e degli uomini alla costruzione delle istituzioni nelle quali la democrazia si articola e nella condivisione sia degli spazi pubblici che della sfera privata. Vi  il riconoscimento che la democrazia e le sue istituzioni sono il prodotto della cooperazione fra uomini e donne. Nella pratica quella cooperazione richiede anche la condivisione del lavoro di cura. Deve verificarsi una cessione reciproca di spazi: pi cura agli uomini e pi spazio pubblico alle donne. Questo obiettivo si pu raggiungere con politiche serie e responsabili a sostegno non solo della conciliazione tra lavoro e famiglia, ma anche della condivisione tra uomini e donne nella cura familiare. Un esempio di sostegno alla condivisione  l'introduzione del congedo paterno obbligatorio quando nasce un figlio.
Se si assumono questi due principi della cooperazione e della condivisione, la ragione delle quote non  pi una debolezza da tutelare, ma particolari capacit da valorizzare. Esse non sono pi un fatto solo numerico, ma un tassello di un quadro pi ampio, costituito da una democrazia pi moderna.
Alla domanda perch le donne devono poter esercitare il diritto alla rappresentanza? possiamo ora tranquillamente rispondere almeno con due argomenti: 1. per creare una democrazia pi ricca e pi partecipata; 2. per una questione di giustizia di genere. Oggi le donne sono in grado di esprimere una maggior consapevolezza pubblica del loro essere non una corporazione o un gruppo di interesse, ma la met del genere umano e dell'elettorato; sanno di valere e di poter disporre di abilit e competenze. Il riconoscimento anche nella sfera politica di un ruolo adeguato a questa nuova condizione, del loro desiderio di potere pubblico, della loro aspirazione a condividere i luoghi della decisione nei quali si stabiliscono regole e si definiscono politiche che sempre di pi determinano anche i loro destini  un fatto di giustizia di genere. Dunque, le quote sono necessarie nella politica come in altri settori: per esempio nei Consigli di amministrazione. E lo sono per il semplice motivo che la scarsit della presenza femminile nei luoghi della decisione fa dell'Italia un paese bloccato, con scarse capacit di sviluppo; rende meno rappresentativo il Parlamento, cio il luogo per eccellenza in cui si svolge la discussione pubblica.
L'impietosit dei numeri, che ci collocano agli ultimi posti nel mondo,  per una conferma della necessit di provvedimenti legislativi che rendano obbligatorie le quote di genere. Ne va della capacit democratica dell'Italia, ma anche della sua possibilit di diventare un paese pi moderno, pi dinamico, pi competitivo anche sul piano economico.

Vittoria Franco, politica, senatrice del Partito Democratico e per lungo tempo responsabile delle Pari opportunit. Ha scritto Care ragazze. Un promemoria.

Relazione
di Bia Sarasini
Per afferrare il senso della relazione il vocabolario  un sicuro punto fermo, proprio per la molteplicit dei significati, tra cui cito: Connessione tra due o pi elementi, Rapporto, legame, vincolo tra due o pi persone, gruppi, organizzazioni, stati, da cui discendono espressioni come: avere una relazione, cio un legame sentimentale amoroso, essere in relazione, cio avere rapporti, vita di relazione. E infine, al plurale Amicizie, conoscenze, da cui avere molte relazioni.
Risulta allora chiaro il rischio che corre un'espressione come politica delle relazioni, molto comune oggi nel femminismo italiano. Bisogner chiarire da subito che non si tratta di coltivare per il proprio vantaggio relazioni altolocate, di potere, di padrinato. La politica delle relazioni ha un senso quasi opposto:  avere cura dell'essere in relazione, dello stare nel mondo in relazione con altre e altri.  dalla cura della relazione, cio dall'attenzione alle persone in quanto tali che si ritiene di ricavare benessere, personale e politico, per s e per tutte/i.
Allora, la relazione. Per comprendere perch per le donne la relazione  essenziale  illuminante la focalizzazione di Simone de Beauvoir nell'introduzione di Il secondo sesso (1949): La donna si determina e si differenzia in relazione all'uomo [...] Egli  il Soggetto, l'Assoluto: lei  l'Altro. Il rifiuto a occupare il posto dell'Altro  la mossa che ha portato e porta nel suo costante ripetersi e rinnovarsi le donne a diventare soggetti autonomi. Un soggetto che fa esperienza di s e prende la parola sulla base della propria esperienza, con modalit diverse da quelle del classico soggetto (maschile) della filosofia e della politica dell'Occidente. Si potrebbe dire che per le donne l'approdo alla singolarit (Julia Kristeva) non esclude in linea di principio la relazionalit, anzi. Il soggetto-donna non si afferma nel cartesiano io penso, ma nel sono in relazione con. Nel 1982 Carol Gilligan mette a fuoco la particolare etica che si fonda sull'Immagine del rapporto, come lei denomina la relazione, al centro dell'esperienza femminile. Un'etica che di fronte a presunti dilemmi drammatici, opta per la soluzione relazionale. La stessa differenza sessuale, a ben vedere,  una relazione. Una relazione che mette in luce uno degli aspetti sottesi alla parola relazione: il suo essere un operatore (matematico, logico-matematico) che mette in relazione  per la precisione  un operatore modale  grandezze diverse. Solo il nominarla, la relazione che costituisce il concetto e l'esperienza della differenza sessuale, sottrae le fondamenta pratiche, logiche, teoriche del dominio degli uomini sulle donne. Non esiste il soggetto assoluto, che determina il significato e la posizione di ciascuno nel mondo. Il maschio bianco occidentale si rivela per quello che , perde l'impalcatura del soggetto assoluto e universale, dominatore e coloniale. Ma dopo aver delineato gli esiti filosofico-politici del concetto di relazione,  urgente chiedersi: dove portano oggi le relazioni?
La prima relazione su cui si centra l'attenzione delle femministe  la relazione con la madre. Nei gruppi di autocoscienza degli anni 70 ne emerge la natura complessa e tormentata, eppure fondamentale, per poter acquisire lo statuto di soggetto. Il passo successivo  puntare sulle relazioni tra donne.  il passaggio pi difficile, riconoscere che il proprio posto nel mondo, il proprio diventare soggetti, non avviene nella mimesi degli uomini, n nel protendersi verso di loro, nell'amore come nel lavoro. Alcune singole, le classiche emancipate di un tempo, hanno potuto forse trovare un proprio posto, coltivando relazioni speciali con uomini. Oggi l'esperienza mostra che pi sono numerose le donne nel mondo del lavoro, delle professioni, dell'arte, della cultura, tanto pi sono centrali le relazioni tra loro. Il conflitto tra donne (naturalmente anche il conflitto  una relazione), quando rimane allo stato selvaggio,  doloroso e distruttivo in modo speciale. La relazione tra donne, che include dunque la capacit di governare gli inevitabili conflitti,  oggi materia viva, pratica difficile e necessaria per cambiare la percezione di s delle donne, aumentarne la sicurezza sociale, abbattere luoghi comuni, pregiudizi, barriere dove ancora esistono.
C' ancora un aspetto in cui occorre considerare la via a cui conduce la pratica delle relazioni. L'idea stessa di relazione mette in tensione il concetto di democrazia. Il limite astratto, universale, formale dell'uguaglianza stabilito dalla democrazia fin dalle origini  sempre stato messo in discussione dalle minoranze, dalle differenze. Gli uguali all'origine erano pochissimi: perch tutti diventassero formalmente uguali sono state necessarie lotte e battaglie, a cominciare da quelle delle donne. Eppure nell'uguaglianza formale della democrazia le molteplicit e le asimmetrie delle relazioni faticano a trovare riconoscimento. Ne  misura la stessa crisi della democrazia. Dall'altra parte  tutta da trovare quella che si potrebbe denominare una democrazia delle relazioni, una democrazia della vita quotidiana.

Bia Sarasini  stata direttrice di Noi donne. Ha condotto e scritto programmi per Radio tre. Oggi collabora con il Secolo XIX.  fra le fondatrici del sito Dea: donne e altri.

Rivoluzione
di Alessandra Bocchetti
La rivoluzione femminista prende l'avvio dal concetto di differenza. Se l'idea della parit e l'idea dell'uguaglianza, che hanno dato senso alla lotta delle donne a partire dall'inizio del Novecento, alludono a un semplice accesso a certi benefici, condizioni e luoghi, la differenza  un'idea capace di rovesciare l'ordine dato nella mente delle donne e, se agta politicamente, ha la forza di far cambiare l'assetto di una societ.
L'idea della differenza viene messa a fuoco in Italia all'inizio degli anni 70 ed  subito movimento. Che una donna fosse differente da un uomo  un'idea antica quanto il mondo, che  servita a marcare, nella storia della nostra cultura, una grande distanza tra i sessi e a formulare e asserire l'inferiorit femminile. Ma cosa succede se l'idea della differenza viene rivendicata da una donna? Quella donna guarder con occhi nuovi al suo corpo, alla storia che l'ha preceduta e alla cultura nella quale si trova.  una vera rivoluzione, come  stata quella copernicana, capace di cambiare il senso alla vita stessa.
Il movimento delle donne in Italia  stato profondamente antistituzionale, lontano dalla politica, lontano dai partiti politici, tanto che possiamo parlare tra gli anni 70 e 90 di una sorta di sospensione della cittadinanza. In questa distanza, le donne si garantivano l'estrema libert di poter cercare un senso per se stesse a partire dalla loro propria esperienza. Rivolgendo a se stesse le domande: Cosa  una donna? Cosa vuole una donna?, hanno fatto tabula rasa di quell'ordine costituito che prescriveva loro non solo comportamenti, luoghi e compiti, ma anche pensieri, fantasie e desideri. Per rispondere a queste domande la riflessione delle donne ha affrontato i luoghi oscuri del cuore, le verit indicibili, il non amore di s, le paure profonde, la paura della solitudine, ma anche la forza, la tenacia, la capacit di amare, le aspettative, le speranze, i desideri. Le donne hanno cominciato a raccontare a se stesse e alle altre ci che non avevano mai raccontato, consapevoli che solo una pratica estrema di verit avrebbe garantito le risposte cercate. Non  stato un passo di danza.  stato un lavoro anche doloroso, anche spaventoso. Si lasciavano luoghi certi, si abbandonavano porti, ripari, si perdevano giustificazioni e innocenze. C'era una grande allegria ma anche chi sentiva lo strappo nel cuore dell'abbandonare.
Uno dei temi centrali di questa ricerca  stata la figura della madre, figura amata e odiata, fonte insieme di desiderio e di delusione profonda, colei che ci ha fatto nascere ma che non ci ha messo al mondo. Si  lavorato alla ricerca di un perdono reciproco, di una riappacificazione, avendo ben chiaro che per raggiungere il profondo s all'essere donna era necessario affrontare questo corpo a corpo. Dolore e gioia, come sempre succede nelle nascite: in questo modo le donne hanno messo al mondo se stesse. Si  trattato di fare di una figura antica, plasmata sostanzialmente per servire in tutti i sensi possibili, un soggetto nuovo, autentico, cosciente di s, polo di relazioni. Se fino ad allora una donna era stata schiava delle proprie virt, adesso vuole diventarne padrona. Tutto questo era uscire da un senso per trovarne un altro. In questo processo le donne si accorgono che devono smettere di cercare per s un posto nel mondo, perch il mondo  gi il loro posto per il semplice fatto di esserci nate, e che devono disfarsi di quella terribile sensazione di essere ospiti gradite e sgradite allo stesso tempo, e che, infine, devono smettere di essere riconoscenti per il solo fatto di essere accolte in un gruppo o in un partito e perfino in famiglia. Ciascuna prende coscienza che mettersi alla ricerca della propria felicit  un nuovo compito che le spetta, certamente per se stessa, ma anche per essere una buona cittadina, una buona madre, una buona amica, una buona compagna. Oggi ogni donna del mondo occidentale, che sia stata femminista o no, istruita o no, capo di stato o casalinga, si sente autorizzata alla ricerca della propria felicit. Questa autorizzazione  il guadagno enorme che lascia in campo il neofemminismo, il primo frutto di questa grande rivoluzione. Gli altri frutti dovranno seguire e saranno nell'ordine non di favorire un soggetto, ma di costruire un mondo diverso, pi complesso ma pi equilibrato. Un mondo di uomini e di donne, infatti, non pu essere governato da soli uomini. Le donne si devono far carico della responsabilit di governare. Solo governando, la presenza delle donne potr essere registrata a tutti i livelli e in tutti gli ambiti della societ. Viviamo ancora in un mondo progettato a misura di uomo, organizzato da criteri ed esigenze maschili. Le donne che vogliono andare avanti si trovano di fronte a resistenze grandissime, a ostacoli immensi, a tentativi di controriforme di ogni genere. Per questo i tempi di tale rivoluzione sono lentissimi. A volte si pu avere l'impressione che il processo si sia arrestato, ma un processo che  stato capace di generare un nuovo soggetto politico non si arresta, lo dice la storia.

Alessandra Bocchetti, esponente storica del femminismo romano, ha presieduto il Virginia Woolf. Fra i suoi scritti: Che cosa vuole una donna.

Rosa
di Eugenia Roccella
Il rosa, si sa,  il colore assegnato alle donne fin dalla nascita, e vietato ai maschi.  un colore troppo sfacciatamente legato alla differenza sessuale per essere neutrale o ambiguo; se definisce un genere letterario, non pu che circoscrivere un territorio dell'immaginario da cui il maschile  escluso. L'esclusione  per mascherata dal disprezzo sociale che circonda il povero romanzo rosa, considerato uno status symbol degradante e dequalificato. Piuttosto che ammettere che si tratta di un prodotto inaccessibile ai maschi, perch costruito su un patto di forte complicit ed empatia tra autrice e lettrice, si  preferito screditarlo: una narrativa scadente e impresentabile, a cui gli uomini non possono abbassarsi. Anche quando, tra gli anni 60 e 70, nasce una nuova attenzione critica nei confronti della cosiddetta letteratura di massa (fumetti, gialli, fantascienza e cos via), il rosa ne esce sempre malconcio, senza speranza di redenzione: oppio per adolescenti romantiche, mogli deluse e casalinghe disperate, che rinunciano alla ribellione per rifugiarsi nel sogno consolatorio.
Sar il fronte della lettura femminile e femminista ad aprirsi al dubbio, incrinando certezze critiche compattamente negative, e seguendo un percorso esplorativo pi attento alle duplicit del romanzo rosa, spazio imbarazzante che custodisce deliranti fantasie e suggestive ambizioni in cui trova asilo tutto ci che  nascosto, taciuto, stranamente ignorato (Francesca Lazzarato, Valeria Moretti, La fiaba rosa).
Ma qual  il tesoro celato nelle pagine della narrativa sentimentale, il segreto che solo le lettrici riescono a decifrare?  la presenza, ingombrante e finalmente legittimata, del desiderio femminile, di una sessualit negata che faticosamente cerca canali attraverso cui esprimersi.
Il desiderio maschile  sempre stato ammesso e accettato, nella societ come nella letteratura. Quello femminile  pi segreto, perch rimosso e represso dalle donne stesse  ha avuto bisogno di fermentare, di produrre fantasmi e travestimenti, per mostrarsi senza farsi troppo facilmente riconoscere.
Qualche venatura color confetto serpeggia in molta narrativa moderna, ma il vero e proprio romanzo rosa (altrimenti detto per signorine) nasce tra il 1920 e il 1930, in contrasto, pi che in continuit, con la letteratura sentimentale ottocentesca, spesso segnata da una vocazione femminile al vittimismo e alla sconfitta. Nel rosa, invece, la donna  protagonista assoluta, e trionfa attraverso la rivincita del mondo privato contro il mondo del sociale e della storia, dominato dall'uomo. L'attenzione delle autrici (tutte donne, tranne rarissime eccezioni)  sempre focalizzata sul loveworld, il mondo d'amore, costruito come uno scrigno narrativo che esclude ogni avvenimento esterno per concentrarsi sui piccoli eventi che riguardano la coppia. Il potere femminile  legato alla capacit di attirare il maschio nel cerchio di un'intimit a due, e di serrarlo dentro una tensione amorosa continua, da cui non pu distrarsi, e che non deve mai acquisire connotazioni domestiche o casalinghe. Al centro dell'intreccio dunque c' solo la coppia e il suo conflitto interno, fino al sospirato lieto fine.
Ma perch in un romanzo d'amore  cos necessario che i due innamorati siano impegnati in un duello spesso privo di reali motivi, quando  evidente fin dal primo incontro che sono destinati l'uno all'altra? Le ragioni sono molte. Prima di tutto perch ripicche, litigi, incomprensioni, rivalit, collera, funzionano come metafora sessuale. In Erotismo e buona creanza in Georgette Heyer (in Aa.Vv., Maestre d'amore), Daria Galateria sostiene che l'ira nel romanzo rosa serve perch tra tutti i sentimenti e i modelli di comportamento,  la forma pi vicina all'aggressione sessuale senza esserlo, anzi ritardandola. Il conflitto crea tra i protagonisti un'estrema vicinanza, una complicit privilegiata con cui si mette in scena, sia pure en travesti, la tensione erotica. Resistere all'uomo che la corteggia ha, per la donna, una funzione decolpevolizzante, grazie a cui pu accettare di fare emergere il proprio desiderio. Ma soprattutto, il gioco degli equivoci e dei rifiuti consente di far convivere le aspettative di sicurezza e durata, cio l'amore eterno e il lieto fine matrimoniale, con il piacere dell'instabilit, del rischio, di un'emozione continuamente rinnovata.
Il romanzo rosa novecentesco, sempre in bilico tra conservazione e trasgressione, ha accompagnato il cammino delle donne verso una maggiore consapevolezza di s. L'elenco delle autrici italiane  ricco di firme significative, da Liala, vera inventrice del genere nel nostro paese, capace di un successo intramontabile, a Brunella Gasperini, scrittrice amatissima dalle ragazze degli anni 60. Oggi il romanzo rosa ha perso smalto e interesse, perch le lettrici, molto pi coscienti dei propri desideri, non chiedono pi camuffamenti e maschere, e nel testo non cercano le zone d'ombra, gli spazi del non detto attraverso cui affiorano i materiali fantastici pericolosi. Tutto  esplicito, e pu essere raccontato con la leggerezza della chick lit, o con l'ironia delle protagoniste di Sex and the City. Forse il bisogno di rosa c' ancora, ma ha preso altre forme e altre strade.

Eugenia Roccella, sottosegretario al ministero della Salute,  editorialista dell'Avvenire e ha collaborato con Il Foglio, Il Giornale e con la rivista di cultura politica Ideazione. Tra i suoi libri: La leadership di Berlusconi e Dopo il femminismo. Con Lucetta Scaraffia ha curato il dizionario biografico Italiane. Dall'Unit d'Italia alla prima guerra mondiale.

Ruolo
di Mariella Gramaglia
E vissero felici e contenti. I ruoli, quelli agiti, vissuti in modo pratico nella societ, cominciano proprio qui. Dove finisce la fiaba.
Talcott Parsons, il sociologo pi in voga nell'America degli anni 50 e 60 li aveva sistemati con due parole spesse e significative. Ruolo funzionale, attribuito al padre, al bread winner, a colui che va e sta nel mondo. Ruolo espressivo, attribuito alla madre, possibilmente casalinga e comunque dedita alla cura. Ciascuno a suo modo avrebbe contribuito allo sviluppo della personalit dei figli e alla riproduzione del sistema sociale. Il tutto in un famiglia nucleare. Possibilmente alloggiata in singole unit abitative con giardino e cancelletto.
Nel 1963 Betty Friedan si accorge che il modello non funziona. La mistica della femminilit si paga cara, in psicofarmaci e disistima di se stesse. Qualcosa soffoca. Ed  cos radicale che Simone de Beauvoir lo chiamer immanenza. Il ruolo ti piega, ti consegna al corpo e ai suoi ritmi, alla riproduzione e alla sua animalit, alla maternit come destino, all'amore come dipendenza. E soprattutto ti sottrae alla storia. Al pensiero. Alla creativit. Solo agli uomini tocca il cielo della trascendenza.
Dopo Il secondo sesso niente  pi stato come prima. Alcune hanno odiato quel testo perch le strappava crudelmente da s, perch non consentiva conciliazioni. Altre l'hanno amato per la potenza della sfida e della provocazione, che arrivava fino a negare la possibilit di diventare madri rimanendo libere. Per tutte il ruolo  stato scartavetrato, come un vecchio mobile nello sconquasso.
Poi  arrivato il femminismo, quello marxista di Juliet Mitchell in particolare, che alla parola ruolo ha sostituito l'oppressione familiare e sociale nei confronti delle donne. Diversa dallo sfruttamento di classe. Sovradeterminata da pi strutture in relazione fra loro: la produzione, la riproduzione, la socializzazione dei figli, la sessualit.
Ma, dagli anni 70 in poi, la famiglia velocemente cambiava. Il s del giorno delle nozze non era pi per la vita. Il tasso di natalit diminuiva e sarebbe diminuito sempre pi. L'istruzione delle ragazze diventava pi alta e meno segregata. L'occupazione femminile aumentava e ancor di pi cresceva il desiderio di ambire al lavoro e, in mancanza di meglio, di dirsi apertamente disoccupate. La sessualit si poteva praticare a minor rischio e, fuori dal matrimonio, non era pi segnata dallo stigma sociale. La vivace scuola delle sociologhe italiane (Laura Balbo, Chiara Saraceno, Bianca Beccalli e molte altre) spiava con attenzione i mutamenti: parlava di doppia presenza, nella societ e nella cura, descriveva le nuove donne come giocoliere dei tempi e degli spazi urbani.
E il ruolo? Che fine aveva fatto nella nuova famiglia percorsa dalla modernit e privata del nutrimento delle sue antiche radici? Occorre decostruire la fiaba, tornare a un tempo anteriore a quel vissero felici e contenti che segna la separazione puntuale fra la ragazza e la donna. La bambina  ci insegn negli anni 70 Elena Gianini Belotti  viene addestrata per tempo a rispondere docile al bacio del principe. Che sia graziosa e non capisca la matematica  parte integrante della sua educazione alla vita. La bambina  ci insegna oggi Loredana Lipperini  pu rispondere al bacio di molti principi e anche di qualche ranocchio, purch impari per tempo che il suo posto  in un'immanenza senza scampo. Quella della bellezza e del corpo addomesticato a sedurre e piacere. Un'immanenza che non ha dalla sua la gratificazione antica di tessere dalla retrovia la trama preziosa della relazione fra le generazioni.
 tutta qui la cosiddetta fine del patriarcato? Alla madre e alla moglie esemplare del duro dovere d'antan si sostituisce il disegno irresistibile della curva di un labbro o di un seno? Troppo facile. Ci che appare non  ci che . Ma se stiamo al ruolo, quello della seduttrice parrebbe il pi resistente alle nostre ribellioni.
La parola ruolo ha una sua cittadinanza consolidata nel linguaggio sociologico. Tuttavia, man mano che la famiglia si rattrappisce e i ruoli scoloriscono, nel femminismo emerge la domanda pi radicale, quella che non pu che far scaturire altri interrogativi: chi sono le donne? qual  il nucleo della loro identit, quale la differenza? Il ruolo, essendo abito sociale, accidente, induce al desiderio (o alla tentazione?) di domandarsi dove risieda la sostanza e la sua conoscibilit.

Mariella Gramaglia, giornalista,  stata direttrice di Noi Donne, parlamentare e assessore alle Politiche per la Semplificazione e le Pari opportunit del Comune di Roma. Nel 2007 ha svolto un lavoro di cooperazione internazionale in India con il Sewa (Self Employed Women Association). Ha scritto Indiana.

Sapere
di Anna Maria Crispino
Sull'onda del movimento femminista degli anni 70, i Women's Studies o studi delle donne  ma la dizione in italiano ha stentato ad affermarsi  nascono dall'esigenza insopprimibile e irrimandabile delle donne di dotarsi di strumenti propri per dire e dirsi.
Il primo corso di Women's Studies si registra negli Stati Uniti: fu inaugurato da un gruppo di docenti e studenti all'Universit di San Diego, California, il 21 maggio 1970 dopo un anno di autocoscienza, manifestazioni, petizioni e incontri non ufficiali. Poche settimane dopo un altro corso fu istituzionalizzato al Richmond College della Cuny (City University of New York). Nel 1972 venne varato il primo master di storia delle donne al Sarah Lawrence College (Bronxville, NY) ma solo alla fine degli anni 70 si struttura un sistema di Women's Studies autonomo da facolt e dipartimenti pre-esistenti. Negli Usa, a fine 2009 erano attivi 652 corsi di Women's Studies di primo livello, 14 phd (dottorati), 20 master (corsi di specializzazione post-laurea) e 34 Centri interdipartimentali (dati della Women's Studies National Association, organizzazione attiva dal 1977).
Il fenomeno si diffonde rapidamente nel resto del mondo (in prima battuta, quello occidentale): in Europa lo sviluppo  a macchia di leopardo. In Gran Bretagna segue le orme degli Usa; in Francia, Germania, Olanda e paesi nordici  meno omogeneo; in Spagna e Portogallo sconta i ritardi dovuti alle rispettive transizioni politiche (dal franchismo e dal salazarismo); nei paesi dell'Est prende piede a partire dagli anni 90, cio dopo la caduta del Muro di Berlino. Oggi gli studi delle donne (o di genere) sono parte integrante della politica culturale dell'Unione Europea e vivono una intensa attivit di collegamento e scambio attraverso la rete telematica Athena.
Anomala per certi versi la situazione in Italia, dove il movimento femminista ha una accentuata connotazione politica. Negli anni 70, un grande e vivace dibattito tra le molte realt esistenti nel paese vede una maggioranza di contrarie alla istituzionalizzazione dei Women's Studies, preferendo attivit di studio e ricerca molto collegate alle realt autonome del femminismo: centri di documentazione, librerie, biblioteche, gruppi di lettura e di elaborazione teorica. In realt, quella che si afferma  la cosiddetta pratica del dentro-fuori, vale a dire produzione di pensiero critico e saperi che si avvalgono della doppia presenza di singole studiose nel campo accademico e nella rete dei luoghi delle donne. Tuttavia, gi dagli anni 80 non sono poche le esperienze di insegnamento e le attivit seminariali nelle universit, magari nell'ambito di corsi e programmi che nominalmente restano legati alle discipline tradizionali. Ma assai consistente, sin dagli anni 70,  il ruolo dell'editoria e delle riviste. Sar poi la spinta dell'Europa a innescare, anche sul piano formale, Azioni volte a promuovere l'attribuzione di poteri e responsabilit alle donne, a riconoscere e garantire libert di scelte e qualit sociale a donne e uomini, come recita la Direttiva del presidente del Consiglio del 7 marzo 1997 cui segue, pochi mesi dopo (luglio 2007), un decreto con cui si istituisce presso il Murst un gruppo di lavoro per affrontare i temi relativi a Culture delle differenze e studi delle donne nella situazione universitaria.
In Italia, come e forse pi che altrove, gli studi delle donne nascono e crescono dunque come un pensiero fortemente legato a una pratica politica, ponendosi sin dagli inizi come interrogazione necessariamente multidisciplinare e dunque trasversale rispetto alla tradizionale suddivisione del sapere in discipline con propri statuti. Vengono cos interrogati e messi in discussione i canoni e gli strumenti disciplinari. Nascono, nel tempo, comunit filosofiche e gruppi di scienziate e psicologhe e artiste, societ di storiche e di letterate, collettivi di lettura e di scrittura: luoghi di elaborazione del sapere che tengono insieme professioniste e appassionate in modo meno rigido rispetto alle societ di matrice anglosassone, fortemente legate all'Accademia.
Si lavora sul doppio versante di scavare nel passato per ritrovare genealogie femminili perdute e figure oscurate o messe ai margini, e sulla decostruzione delle categorie interpretative per riscrivere i confini disciplinari e le mappe cognitive rivendicando una parzialit del punto di vista che dovrebbe/potrebbe costringere alla relativizzazione di ci che  stato proclamato universale o dato come oggettivo. Una mole di lavoro immane  testimoniato da una assai ingente produzione editoriale  che per, segnatamente in Italia, ha incontrato e tuttora incontra forti resistenze nel mondo accademico e in quello politico. Un lavoro che filtra con difficolt nelle istituzioni preposte alla trasmissione diretta, come la scuola, o nei media, che tanta parte hanno della formazione della cultura diffusa e del senso comune. Gli effetti devastanti di questa mancata diffusione sono sotto i nostri occhi nel rigurgito di maschilismo e sessismo che riempie la cronaca quotidiana.
A cavallo tra gli anni 70 e 80, la traduzione in inglese (e in italiano) dei testi di alcune teoriche del femminismo francese (Irigaray, Cixous, Kristeva), ciascuna a suo modo di derivazione post-strutturalista e passate per l'esperienza del collettivo Psy-et-Po (Psicoanalisi e Politica), incidono profondamente sui Women's Studies sia negli Usa sia in Europa aprendo una dialettica, che spesso diventa un aspro confronto, fra la tradizione latamente marxista e il discorso detto della differenza sessuale, che insiste sull'importanza della rappresentazione, il linguaggio e il simbolico nel costituirsi del soggetto, proponendo un percorso di disidentificazione e costituzione discorsiva mobile e policentrica.  una svolta decisiva, che in Italia si manifesta soprattutto a opera della Libreria delle Donne e della comunit filosofica femminile Diotima. Il dibattito tra due paradigmi culturali e teorici porta, negli anni 80, a una profonda revisione della categoria di gender mentre prosegue, specie negli Usa, il processo di sempre maggiore accademizzazione dei Women's Studies a scapito della marcatura politica delle pratiche intellettuali del femminismo. Resta il fatto, tuttavia, come afferma Annarita Taronna, che nello spazio di pi generazioni, i Women's Studies e Gender Studies si con(no)tano per una revisione globale dei grandi saperi che, per esempio, rileggendo polemicamente il canone della letteratura ufficiale, mostra come nei loro testi si manifesti l'ideologia patriarcale. Una revisione che, grazie all'opera di rilettura della critica femminista americana e non, recupera e valorizza una trazione culturale e letteraria al femminile marginalizzata e adombrata dal canone estetico imperante (www.culturalstudies.it).
Ma  l'intera cartografia del sapere che le donne stanno ridisegnando con una tenacia che sembra poter superare, questa volta, quell'andamento carsico di emersione e ritorno sottotraccia che ha cos a lungo caratterizzato la loro ancor breve storia di soggetti.

Anna Maria Crispino, giornalista culturale e saggista, ha fondato e tuttora dirige la rivista Leggendaria. Lingue Letture Linguaggi.

Scienza
di Anna Meldolesi
A dispetto del sostantivo, che  femminile, la scienza  ancora prevalentemente un'attivit maschile. Le ragioni della disparit numerica di scienziati e scienziate sono materia di dibattito internazionale a partire dagli anni 90, cos come le possibili misure correttive. Se il problema non gode di grande attenzione in Italia forse  perch, una volta tanto, i dati ci vedono in linea con le stime degli altri paesi occidentali, pur in assenza di qualsivoglia politica nazionale ad hoc. Ma pi probabilmente perch il nostro  un paese indulgente con il maschilismo e poco attento alla scienza, in cui sia le donne sia la comunit scientifica sono impegnate a combattere altre e pi elementari battaglie.
Che poi la ricerca scientifica sia un generatore di monocultura costruito da e per uomini bianchi con la cravatta, come vorrebbe un filone minoritario di critica radicale alla scienza,  tutto un altro discorso, da respingere alla luce delle conquiste offerte dal progresso scientifico e tecnologico all'umanit tutta, e in nome delle donne che nel corso dei secoli hanno dedicato la vita alla scienza, spesso tra mille difficolt. Per quanto suggestiva, resta indimostrata e forse indimostrabile anche l'idea secondo cui la scienza sarebbe profondamente diversa se a farla ci fosse un maggior numero di ricercatrici, che a qualcuno piace immaginare come tante Barbara McClintock. Il riferimento  a uno dei nomi pi importanti della biologia del secolo scorso, che ha scoperto gli elementi mobili del genoma (trasposoni) grazie a doti che sono considerate tipicamente femminili, come la capacit di coltivare una speciale sintonia con l'organismo oggetto dei suoi studi (il mais). McClintock  stata premiata con il Nobel ma non sono mancati i casi eclatanti di scienziate meritevoli che non l'hanno avuto, come le astronome Jocelyn Bell-Burnell e Annie Jump Cannon, le fisiche Chien-Shiung Wu e Lise Meitner, la genetista Nettie Maria Stevens, ricordate in Italia da una mostra di successo. Rosalind Franklin  diventata addirittura un'icona del movimento femminista per aver contribuito alla scoperta della doppia elica del Dna, senza essere premiata e senza vedere i propri meriti adeguatamente riconosciuti dai colleghi insigniti con il pi ambito dei riconoscimenti (Francis Crick, James Watson e Maurice Wilkins). Sebbene a precluderle il Nobel, in realt, sia stata la prematura scomparsa prima ancora che l'innegabile misoginia dell'ambiente scientifico del tempo.
Contare i premi Nobel assegnati alle scienziate  un'abitudine che ogni autunno accompagna l'annuncio dei nuovi vincitori. Il 2009  stato l'anno pi equo che si ricordi, con ben quattro premi conferiti a studiose. Ma la completa assenza delle donne dalla lista dei vincitori dell'anno successivo autorizza a sospettare che sia stato un caso fortunato pi che l'inizio di un nuovo corso. Tra le premiate di fresco ricordiamo Elizabeth Blackburn e la sua allieva Carol Greider, perch il loro campo di indagine  lo studio delle estremit dei cromosomi, i telomeri  presenta una concentrazione anomala di talenti femminili. La spiegazione, probabilmente, sta nell'effetto del fondatore, cio nella mancata discriminazione operata dalla capostipite, Blackburn appunto. Segno che ha ragione chi indica tra le cause dello squilibrio di genere i meccanismi di cooptazione della cosiddetta old boys network. Il primo Nobel femminile, com' noto, l'ha conquistato nel 1903 Marie Curie, poi vincitrice anche di un secondo riconoscimento e madre di un'altra studiosa da Nobel, Irne Joliot-Curie. In 110 anni le donne premiate per la fisica sono state solo 2, per la chimica 4, per la medicina 10, tra cui Rita Levi Montalcini, per l'economia una soltanto (in confronto per la letteratura sono state 12). Lo squilibrio, comunque, salta agli occhi anche scorrendo gli elenchi dei membri delle societ scientifiche pi prestigiose. Ancora pi informativi sono i dati relativi alla presenza femminile nelle facolt scientifiche, dall'iscrizione delle matricole fino alla conquista dei posti da professore ordinario. La metafora ricorrente  quella della conduttura bucata, che durante il tragitto perde gran parte del suo contenuto. Secondo i dati pi recenti nell'Europa a 27 ci sono solo tre paesi in cui la proporzione di donne impegnate nella scienza e nell'ingegneria  uguale o superiore al 50% (Lettonia, Lituania e Polonia), la media  del 32% e noi siamo leggermente davanti a paesi scientificamente forti come Germania e Gran Bretagna. Ci sono discipline come la fisica in cui le donne sono impegnate in una rincorsa impossibile, visto che partono gi in minoranza a livello formativo, e altre discipline come la biologia in cui all'inizio sono numerose ma poi si vedono sorpassare dai maschi nella scalata verso i posti apicali.
In generale il tasso di crescita del numero delle ricercatrici in Europa  superiore a quello dei ricercatori: la situazione dunque  in via di miglioramento, ma i dati fanno ritenere che la forbice non si chiuder miracolosamente da sola e che la disparit non  dovuta solo al ritardo storico con cui le donne si sono affacciate alle professioni scientifiche. Parlare delle differenze cognitive fra i sessi significa entrare in un campo minato, ma la diversa distribuzione statistica delle abilit matematiche ai livelli pi alti fra maschi e femmine sta evolvendo verso una riduzione del gap, una tendenza che indica la preponderanza dei fattori educativi su quelli strettamente biologici. Tra i fattori che potrebbero scoraggiare le ragazze dall'intraprendere una carriera scientifica ci sono la maggiore severit con cui giudicano le proprie abilit rispetto ai maschi, le influenze culturali che sin dall'infanzia le indirizzano verso le materie umanistiche, la scarsit di modelli di riferimento femminili, il timore che conciliare ricerca e famiglia sia troppo difficile.  opportuno in questo quadro diffondere dentro la comunit scientifica la consapevolezza che esistono meccanismi a volte inconsci di discriminazione e intervenire affinch le ragazze siano davvero libere di scegliere se dedicarsi o meno alla scienza e non vengano penalizzate quando intraprendono questa strada.

Anna Meldolesi viene dalle scienze biologiche e lavora per il bimestrale Darwin; collabora con Nature Biotechnology e con Il Riformista. Ha scritto Organismi geneticamente modificati.

Seduzione
di Ginevra Bompiani
La seduzione cambia a seconda che ad agirla sia un uomo o una donna. Dico agirla perch la seduzione richiede molta attivit e molta abnegazione. Io ho sempre ammirato i seduttori e sono stata loro grata degli sforzi umani o sovrumani che facevano per conquistare quello che gli si sarebbe offerto forse subito, per gusto o per riconoscenza. Cedere alla seduzione  un modo di applaudire. Nei romanzi del grande scrittore francese Crbillon fils, si capisce benissimo che la donna si concede con un applauso.  quell'insicuro di Sade che deve invece mortificarla con la crudelt e un leccar di baffi.
Ma bisogna parlare del seduttore e della seduttrice, e non semplicemente di seduzione, perch queste due figure perseguono obiettivi assai diversi.
Il seduttore vuole conquistare la sua preda furtivamente, la seduttrice vuole tenerla a distanza platealmente.
Don Giovanni  un esempio classico di seduttore: come tutti i conquistatori,  in lotta col tempo; come un vero clandestino,  sempre in fuga. Deve correre sotto al balcone e poi correre via per non farsi prendere. La fretta gli fa mancare le prede pi interessanti come Donna Anna e perfino le pi facili come Zerlina. D'altra parte, quel che conta per Don Giovanni, come spiega bene Leporello,  il numero, non la qualit; il territorio, non il paesaggio.
L'esempio classico di seduttrice  Climne, la donna amata dal Misantropo di Molire. Il misantropo e la seduttrice formano una coppia impossibile e ideale: il misantropo ha bisogno delle arti elusive della civetta per potersi innamorare. La seduttrice ha bisogno di tutte le sue arti per tenerlo a bada e non farsi soffocare. Naturalmente non potranno andare a nozze perch non hanno un luogo comune: il misantropo vuole il deserto, che rende vana ogni seduzione, e la civetta vuole il salotto, dove il misantropo muore ogni minuto.
Seduttrice e civetta non sono in verit sinonimi: la civetta  la forma pi fatua e antiquata della seduttrice. Oggi una seduttrice non civetta pi, non usa tecniche da quattro soldi, ci ha pensato il femminismo a spazzarle via. Oggi una seduttrice ricorre a una virt molto pi rara e pi pregiata, la grazia, che  una virt lenta, un po' sorniona: la qualit di Marlne Dietrich e dei suoi personaggi. Climne ne ha da vendere, mentre Lul (Wedekind, Berg), pecca di troppa fretta, ed  un po' maschile in questo. La grazia  una virt dell'intelligenza. Ci sono donne stupide e dotate di grazia e sono quelle di solito chiamate misteriose. Niente infatti  pi misterioso di una grazia stupida, che rimbomba nel vuoto.
Ma perch la seduttrice vuole tenere la sua preda a distanza? Perch si annoia; ha bisogno di sedurre l'interlocutore per renderlo interessante. Poich  intelligente, pigra, annoiata, senza passione,  facile per lei metterlo al laccio. Ma non lo vuole davvero: vuole crearsi intorno quell'aura tiepida che ogni uomo (o donna) avvicinandosi respiri, che lo metta in soggezione e al guinzaglio, un guinzaglio lento, salvo, ogni tanto, un piccolo strattone (come fa il padrone quando il cane annusa troppo la stessa pietra o radice e lo ritarda).
Come entra la seduzione nel nostro tempo? Per vie traverse.
 sempre un'arte, ma come l'arte del nostro tempo,  diventata virtuale.
Il seduttore recita una strana parte: dice la verit in modo da non essere creduto. Il messaggio del seduttore : io non ti amo, ma mi manchi (il francese direbbe je m'ennuie de toi, che si traduce letteralmente mi annoio di te, e significa mi manchi).
Il sedotto (o la sedotta, qui non c' differenza) si crede amato da una che non c', mentre in realt  disamato da una che c', e questo induce in lui (o in lei) un desiderio ardente di afferrare quest'amore come l'asino la sua carota.
E chi  oggi il seduttore? Non il lurido violentatore (la seduzione non usa violenza), non l'inetta ballerina, non il viagramunito, il vecchio in trono, non i ragazzi atoni delle movide, n le abili russe, n le povere nigeriane...
Oggi, i seduttori sono diventati gli oggetti. Essi infatti hanno tutte le qualit necessarie: sono fermi, indolenti, non amano, non vogliono, si annoiano. Per questo ispirano desideri smodati. Oggi noi siamo tutti sedotti dagli oggetti e solo da loro. In loro speriamo, perch ci cambino la vita, ci diano la felicit tanto sognata, ci siano fedeli e leali. Da loro vogliamo tutto.
Proprio da loro, che non possono darci niente, perch non hanno niente, nemmeno la propria voce. Eppure parlano, parlano, cantano e ballano, ridono e convincono. Gli oggetti ci seducono perch non smettono mai di incantarci, con la loro infinita ripetizione, con la loro impersonale intimit. Proprio come i seduttori.

Ginevra Bompiani, scrittrice, ha fondato la casa editrice Nottetempo. Tra i suoi libri: L'Incantato, Lo spazio narrante, L'attesa, L'et dell'argento, Ritratto di Sarah Malcolm.

Sentimento
di Alina Marazzi
C'era una volta un paese vicino al mare del Nord dove la neve ricopriva la terra e le case per la maggior parte dell'anno. Tutto era sempre bianco e solo durante l'estate, quando la neve e i ghiacci si scioglievano, si potevano vedere alcuni colori. Ma anche in quella stagione i colori delle piante e dei fiori, e di tutte le cose, rimanevano stranamente spenti e sbiaditi. Si diceva che fosse stata una strega a rubare i colori, e che li tenesse nascosti nella sua casa nel bosco. Il nome di quella strega era Ragana.
In quel paese viveva una mamma sola con il suo bambino, che si chiamava Milo. Il bambino da piccolo era stato gravemente malato e la mamma, non riuscendolo a curare, aveva chiesto aiuto proprio a quella Ragana che viveva nei boschi vicino a casa loro. La strega aveva acconsentito ad aiutarla, ma a una condizione: avrebbe guarito il bambino con i suoi poteri magici, in cambio per voleva il colore degli occhi della madre, che erano di un verde intenso e profondo. Un verde che la strega non era riuscita a trovare da nessun'altra parte. La donna, pur di salvare il suo bambino, aveva acconsentito e, una volta guarito Milo, diede alla strega il verde dei suoi occhi. Non sapeva per che perdendo il colore degli occhi, avrebbe perso anche la vista. Il bambino crebbe, non si ammal pi, e divent un bellissimo bambino, sano e forte. Ma la donna non poteva goderne perch era diventata cieca da quando i suoi occhi avevano perso colore ed espressione. Non solo i suoi occhi erano senza vita, la sua intera persona era come se si fosse spenta. La donna non rideva o piangeva pi, non sentiva pi niente, n gioia n dolore. Si sentiva come morta. Continuava per a essere una buona madre e accudiva come poteva il suo bambino. Sapeva di volergli bene, ma non riusciva ad amarlo, o meglio, non riusciva a provare quel sentimento, n quello n nessun altro. Milo amava molto la sua mamma, eppure quando la guardava negli occhi per comunicarle il suo amore, ne aveva paura, perch in quei due grigi occhi spenti non vedeva niente, nemmeno quando la mamma gli sorrideva o lo abbracciava. Pi il bambino cresceva, pi soffriva per la madre e per se stesso, di non poter condividere con lei le cose della vita.
Alla fine del lungo inverno la neve cominci a sciogliersi e arriv la primavera con il suo tepore e i suoi profumi. La luce del sole riscaldava ogni cosa e i campi intorno al villaggio si riempirono di fiori, che rimanevano per sbiaditi. I bambini erano felici di poter finalmente giocare per le strade e nei campi e stare fuori fino a tardi. Solo Milo rimaneva in disparte e non seguiva i compagni nelle loro piccole avventure.
Un vecchio che sedeva sotto il grande olmo al centro del paese gli chiese perch se ne stesse sempre da solo. Milo gli rispose che era triste perch la sua mamma era cieca e cos per lui non aveva pi senso fare niente dato che lei non poteva vederlo. Il vecchio allora gli sugger di raccogliere dei fiori profumati e di portarli in dono alla sua mamma. E cos Milo fece. Il campo dietro a casa loro era pieno di lill; Milo ne raccolse un gran mazzo e lo port alla mamma. Il loro profumo era talmente intenso che la donna li riconobbe subito pur senza poterli vedere. Il giorno dopo chiese a Milo di portarle altri fiori e cos ogni giorno il bambino andava nei campi e nel bosco a raccogliere fiori e piante diversi per la sua mamma.
Il profumo dei fiori freschi risvegliava i sensi nella donna, che sembrava lentamente ritornare in vita, tanto che ebbe l'idea di far seccare i fiori e conservarli tra le pagine di un quaderno. La mamma chiese a Milo di scrivere accanto a ogni fiore il nome e la descrizione; se non ne conoscevano il nome, vicino al fiore scrivevano una parola ispirata dal suo profumo. Crearono cos una sorta di erbario. Magicamente, appena sceglievano la parola da associare a un fiore, questo riacquistava il suo antico colore, e risplendeva di luce nella loro casa grigia. Per Milo fu una scoperta: impar a riconoscere i veri colori, cos pi vividi e brillanti di quelli che aveva visto fino a quel momento. Ogni giorno Milo si spingeva sempre pi lontano per raccogliere fiori diversi. Per lui era come un gioco, per la mamma, una cura. Era diventata pi allegra e non stava pi sempre chiusa in casa, ma cominciava a uscire e passeggiare nel giardino, che nel frattempo si era riempito di piante e anche di colori nuovi. Milo era felice di vedere la sua mamma stare bene.
Con il passare del tempo l'erbario si arricchiva sempre pi di descrizioni e parole. A ogni fiore Milo e la sua mamma associavano una parola, e inventarono cos una sorta di linguaggio nuovo e segreto, che utilizzavano solo loro. Per esempio quel primo mazzo di lill per loro divent sinonimo di emozione d'amore. Nel quaderno, accanto alla margherita scrissero innocenza, vicino al gelsomino eleganza, al biancospino speranza, al fiore d'arancio generosit, alla foglia di pioppo coraggio, alla lavanda sfiducia, alla primula giovinezza, alla quercia indipendenza, al garofano dignit, e via dicendo... Grazie a quella nuova lingua che avevano inventato insieme, Milo imparava il significato di parole nuove, e la mamma imparava nuovamente a riconoscere sentimenti ed emozioni. Era come se ritornassero alla sua memoria da un tempo molto lontano.
Per tutta la primavera e l'estate Milo aveva raccolto fiori e piante di ogni tipo e ora gli sembrava che non ci fossero pi piante nuove da portare alla mamma. Nel bosco si sedette all'ombra di una betulla e le sue mani toccarono del muschio. Lo stacc e lo port a casa. La donna accarezz quel manto umido e soffice e lo annus profondamente, poi cominci a piangere, lentamente e silenziosamente, tenendo il muschio vicino al volto. Il bambino la guardava e aspettava che le dicesse quale parola scrivere sul quaderno. Allora lei disse di scrivere: amore materno, poi lo guard e Milo vide che i suoi occhi brillavano ed erano diventati verdi e luminosi, proprio come il muschio che le aveva portato. La mamma era guarita dall'incantesimo della Ragana, grazie all'amore del suo bambino, ai fiori, ai loro profumi e alle parole che insieme avevano inventato e scritto sul loro quaderno.
 cos che fu creato il dizionario del linguaggio e dei sentimenti dei fiori. E da quel giorno le persone che si amano e non riescono a trovare le parole per descrivere i loro sentimenti usano i fiori per comunicare.

Alina Marazzi, autrice e regista di documentari narrativi: Un'ora sola ti vorrei (2002), Per sempre (2005) e Vogliamo anche le rose (2007).

Sessismo
di Chiara Valentini
Se provate a cercarlo su un'enciclopedia o un vocabolario di italiano di una trentina di anni fa,  probabile che non troverete il termine sessismo. La parola per nominare un fenomeno vecchio come il mondo ha infatti un'origine temporale relativamente recente, gli anni 60 del Novecento, e un luogo ben definito, gli Stati Uniti.  l che il femminismo nascente, individuando le analogie fra la condizione delle donne e quella dei neri in lotta contro l'oppressione razziale, aveva coniato il termine sessismo prendendo a modello quello di razzismo. Poi la parola era stata adottata dal Movimento delle donne in Francia e pi tardi in Italia. Se all'inizio le femministe americane avevano messo l'accento sul fatto che sia i neri sia le donne erano svalorizzati e discriminati in base a considerazioni di tipo biologico  il colore della pelle e il sesso , in seguito ci si era resi conto di quanto il sessismo sia pi ambiguo e spesso anche difficile da portare alla luce. Nessun'altra categoria infatti  paragonabile al genere femminile, una delle due componenti inscindibili dell'umanit, che non ha mai avuto un'esistenza separata dal maschile, ma ne  stata storicamente dominata. Ecco allora che l'analisi del sessismo diventa lo strumento per scavare nei meccanismi delle societ patriarcali che si sono autoriprodotte nella storia, avendo come pietra angolare dell'esclusione delle donne la differenza dei ruoli procreativi. L'analisi del sessismo permette di ritrovare nelle parole di Aristotele, il filosofo che forse pi di ogni altro  alle radici della civilt occidentale, la condanna alla minorit del genere femminile: Nelle relazioni del maschio verso la femmina l'uno  per natura superiore, l'altro inferiore. L'uno comanda, l'altra  comandata. Ed  necessario che tutto il consorzio umano sia proprio in questo modo. Infatti lo  stato per un tempo incredibilmente lungo, quasi fino a oggi. Ha osservato il sociologo Pierre Bourdieu, in Il dominio maschile, che la straordinaria autonomia delle strutture sessuali rispetto alle strutture economiche ha consentito al dominio maschile di riprodursi attraverso i secoli malgrado le travolgenti trasformazioni dei modi di produzione e delle stesse organizzazioni sociali.
Nemmeno la rivoluzione femminile, che molti hanno salutato come l'unica rivoluzione non fallita del Novecento,  riuscita a sconfiggere il sessismo, a cancellare nella mentalit e nel linguaggio comune le categorie appioppate da sempre alle donne, la sensibilit contrapposta alla razionalit maschile, la naturalit in antitesi alla cultura. Al contrario il sessismo ha accompagnato passo dopo passo l'ingresso delle donne nella sfera pubblica, nel lavoro come nella politica e nei campi del sapere, inventando anche le nuove e fantasiose discriminazioni con cui ci troviamo a fare i conti. Se oggi, semplificando al massimo, il sessismo  un insieme di stereotipi e rappresentazioni collettive che escludono e marginalizzano le donne (Brigitte Gresy, Breve trattato sul sessismo ordinario), risulta perfino troppo facile individuare il sessismo del mercato del lavoro nella disparit salariale, ritrovarlo nella cosiddetta segregazione orizzontale, che tende a raggruppare le donne in settori allusivi al ruolo familiare, come maestre d'asilo, insegnanti e addette ai vari lavori di cura. Meno immediatamente intuitivo  il meccanismo, analizzato per prime dalle inglesi, per cui raramente le donne riescono ad arrivare ai luoghi di potere, bloccate nella carriera da un ostacolo invisibile, il soffitto di cristallo, che le tiene appunto al disotto di quella soglia. Altre analisi hanno messo a fuoco il delitto di maternit, per cui una donna con figli piccoli ha molte pi difficolt a trovare lavoro e le lavoratrici mamme diventano spesso oggetto di discriminazioni e mobbing.
Siccome per nonostante tutto aumenta l'autonomia femminile e aumentano gli spazi che le donne occupano nella societ, ecco altre forme di sessismo particolarmente aggressive, che si esercitano sull'immagine della donna, sul suo corpo, sulla sua femminilit. A volte sembrano vendette postume, come quando il progressista Le Nouvel Observateur, per ricordare i cent'anni della nascita di Simone de Beauvoir, aveva pubblicato una foto della teorica del secondo sesso ripresa nuda davanti a uno specchio dal suo lato B, un tiro mancino di un'esemplarit rara.
Ma da nessuna parte come in Italia in questi anni il corpo delle donne  diventato oggetto di attenzione morbosa. In particolare in tv si consuma la progressiva umiliazione delle italiane, che pi spogliate e ridicolizzate non potrebbero essere. Ha contribuito a questo clima l'atteggiamento apertamente sessista del premier Silvio Berlusconi, con le frequenti esternazioni e battute sulle donne come oggetti piacevoli, subordinate agli uomini. Come si  osservato da pi parti, tutto questo spinge a marginalizzare le donne e a confermare i peggiori stereotipi del sempreverde sessismo nostrano.

Chiara Valentini  giornalista e saggista, responsabile dei servizi culturali di Panorama, poi inviata speciale dell'Espresso. Tra i suoi libri La fecondazione assistita.

Simbolico
di Chiara Zamboni
Con il femminismo le donne hanno provocato una rivoluzione a partire dal simbolico dato, creando in esso spazi di significato nuovi, altri. Sono partite dalla cultura maschile e l'hanno criticata, ma per aprire spazi imprevisti, che permettessero di rimanere fedeli alla loro esperienza del mondo. Simbolico  una parola usata in modi diversi e incrociati tra loro.
Il concetto di simbolico nasce nell'antropologia culturale e in particolare negli studi di Lvi-Strauss, che ha parlato di scambi simbolici che creano rapporti sociali, vincolandoli. La psicanalisi adotta questa prospettiva e parla di ordine simbolico retto dal significante paterno. In un unico slancio di pensiero le donne hanno da un lato criticato l'ordine simbolico patriarcale, decostruendone i meccanismi, e dall'altro creato figure di scambio simbolico prima di tutto tra la madre e la figlia, e in secondo luogo tra donne. Luce Irigaray ha descritto diverse figure di scambio simbolico, vincolanti sul piano sociale. Per esempio la figura della genealogia femminile in Sessi e genealogie, che crea un legame tra generazioni di donne, marcandone allo stesso tempo la differenza. Si possono chiamare simboliche, in quanto legano, distinguendo e differenziando. Danno una collocazione precisa, permettendo a ognuna di entrare nello scambio con quello che ha da offrire, e prendendo quello che le sembra interessante. Altre figure di scambio simbolico elaborate nel corso degli anni dal movimento politico in particolare in Italia sono state  tra le altre  quella della madre simbolica accanto a quella della figura dell'autorit femminile di matrice materna. Queste e altre sono dunque figure simboliche, cio circolano, ognuna le pu prendere e rilanciare, e hanno la capacit di produrre rapporti sociali. Una caratteristica di queste figure  che creano s posizioni diverse, che permettono la distanza necessaria per lo scambio simbolico, ma senza ansia maschile di distinguere, senza voler superare la contaminazione tra soggettivit femminili.
Rispetto a una tendenza a considerare il simbolico solo come l'ordine del linguaggio, la cultura femminile ha accentuato il simbolico come intreccio di pratiche, di cui quella discorsiva  la pi importante, accompagnata per da pratiche non discorsive, altrettanto importanti: la pratica delle relazioni tra donne, cio il trovare una misura per muoversi politicamente attraverso il riferimento a un'altra donna; la pratica del partire da s, cio il fare conto della propria singolare esperienza come un modo consapevole per comprendere il mondo; la pratica della disparit, cio il fare affidamento al valore di un'altra per scoprire il proprio valore, e cos via. Di queste pratiche ha dato conto Carla Lonzi nel diario Taci, anzi parla e cos anche il testo Non credere di avere dei diritti della Libreria delle donne di Milano. Se dunque trovare le parole giuste, che dicano la verit del reale condiviso,  l'atto pi evidente e visibile della politica del simbolico, altrettanto politico  inventare e avere cura di queste pratiche non discorsive. Una pratica simbolica  un processo di trasformazione, che iniziamo e modifichiamo dall'interno via via che ne sentiamo la necessit.
La cultura femminile, dando a queste pratiche un valore politico trasformativo, ha profondamente modificato l'idea tutta maschile che l'unico atto politico consista nel criticare e resistere ai dispostivi simbolici di potere, che provocano comportamenti sia sul piano discorsivo sia su quello delle tecnologie della produzione del lavoro, della disciplina dei corpi e delle strategie di cura. Ne parla Michel Foucault, in particolare in Sorvegliare e punire. La cultura femminile, senza negare il valore di questa analisi critica, mostra la possibilit di avviare pratiche simboliche nella stessa area regolata da tali dispositivi. Si veda Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa. Le pratiche simboliche vengono cos viste come via sperimentale di forza politica, per creare libert nei dispositivi simbolici di potere.
La discussione attorno al simbolico segnato dalla differenza sessuale ha mostrato come il sapere femminile produca un simbolico aperto e in un divenire infinito, che richiede il gesto sempre rinnovato di parole precise, in circolo con l'esperienza. Alcune pensatrici, guidate da questo orientamento, hanno preso le distanze dall'idea di simbolico di Jacques Lacan, espressa in Ancora. Lacan sostiene che il simbolico maschile, che chiama fallico,  in sintonia con la sessualit maschile. La produzione di discorso  una pratica che provoca un godimento legato al controllo della parola. Le donne, secondo Lacan, sono coinvolte dal simbolico fallico, ma, essendo donne, ci stanno come delle imitatrici, incapaci di creazione simbolica. Le donne per hanno un godimento in pi, che sta nella loro capacit di godere dell'esperienza pura, dell'apertura infinita, che pu prendere il nome di Dio o di essere. Essa resta tuttavia muta, senza parole. L'esempio che porta  quello dell'esperienza mistica femminile. La discussione femminile su tale questione considera che le donne hanno un legame corporeo con l'infinito e che tale esperienza ha un nucleo inesprimibile. Ma, al contrario di Lacan, pensano che tale nucleo ineffabile sia proprio ci che attrae il discorso femminile e che lo porta su una via infinita di produzione del discorso, nella quale parola e piacere dell'esperienza si legano. Non si tratta di un altro simbolico, ma di un diverso modo di stare nello stesso simbolico, dando attenzione alle parole nel loro essere in circolo con la materialit del corpo, dell'esistenza e del suo lato inconscio, con i sogni e le relazioni affettive. Un modo aperto, non riducibile a saperi. Il simbolico  dunque un processo, un continuo riprendere di nuovo il gesto di esprimere, una tessitura mai conclusa, schiusa, che per ci impegna. Quanto pi  aperta, tanto pi richiede esattezza d'espressione.  un processo che si vive dall'interno, in circolo con la realt di cui si partecipa.  per questo che non pu essere oggettivato.  un processo creativo prima che critico, simile al gioco, ma un gioco nel quale ci viene dischiuso il mondo con il suo significato.

Chiara Zamboni partecipa alla comunit filosofica femminile Diotima, nata all'Universit di Verona nel 1984. Nella stessa universit insegna Filosofia del linguaggio. Il suo ultimo libro  Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni.

Sinistra
di Luciana Castellina
Se la domanda fosse relativa al rapporto uomini-sinistra, la risposta sarebbe facile: si tratterebbe di raccontare la storia del movimento operaio in tutte le sue varianti temporali, geografiche, ideologiche e politiche. Si potrebbe dire la stessa cosa per quanto riguarda le donne: anche loro, sia pure in un ruolo pi marginale (o almeno cos considerato) sono parte di questa stessa storia, sia pure vissuta in modi parecchio diversi.
E per, se si accosta la parola sinistra a quella donne si capisce subito che la risposta non  cos semplice. Perch nel dire donne e sinistra  celata un'intenzione: le donne  si induce  sono in un particolare rapporto con la sinistra perch, non solo se e in quanto proletarie, ma indipendentemente dalla loro appartenenza di classe, sono oppresse da millenni da un sistema a dominio maschile. Perci sono interessate a cambiarlo e, come  noto, la principale differenza fra sinistra e destra  che la prima si propone di trasformare lo stato di cose esistenti, la seconda, invece, di conservarlo cos come . Le donne, dunque, dovrebbero essere naturalmente di sinistra.
Cos, per, come sappiamo non . Anzi.
Le donne sono state infatti a lungo considerate, e ancora assai spesso lo sono, decisamente di destra: conservatrici. Quando ebbero finalmente il diritto al voto, nonostante le dichiarazioni ufficiali, gran parte delle forze progressiste non era affatto convinta si trattasse di una buona cosa. In Italia la decisione di battersi perch alle donne fosse riconosciuto tale diritto fu imposta da una leadership del Partito Comunista illuminata a una base pi che riluttante. Le donne  erano convinti i pi  avrebbero votato Democrazia Cristiana: perch pi sottomesse all'autorit ecclesiastica; perch pi ignoranti; perch la loro vita, non solo affettiva ma anche culturale e sociale, era legata all'immutabile microcosmo della riproduzione che nulla avrebbe potuto intaccare. Non a caso i manifesti elettorali della destra sono sempre sull'immagine della donna- madre che hanno puntato per strappare voti. Fino a legittimare l'idea che il cambiamento, e cio la sinistra, fosse solo maschio.
Questa collocazione conservatrice  mutata col tempo. Le statistiche ci dicono che oggi, in Occidente, le donne votano quasi sempre pi a sinistra degli uomini; o, almeno, molto pi di prima. E anche negli altri continenti le donne sono in movimento, spesso alla testa delle rivolte sindacali. Perch  effettivamente la sinistra che ha interpretato i loro nuovi bisogni, emersi dai mutamenti economici e sociali, traducendoli in rivendicazioni concrete e in conquiste.
E cos, naturalmente, il rapporto fra le prime associazioni di donne nate per rivendicare parit di diritti e la sinistra (prima i liberali) sono via via diventati pi stretti.
Fino a una lacerazione grave, a met degli anni 70, intervenuta in forme pi o meno aperte in tutta Europa, ma forse pi vistosamente in Italia.
Accade con l'avvento del pensiero femminista, che comunque resta ignorato e anzi deriso dalla destra e invece preso sul serio, sia pure gradualmente, dalle organizzazioni di sinistra.
Il femminismo ribalta l'ipotesi emancipazionista, rifiutando l'idea che si tratti di dare alle donne gli stessi diritti e poteri e ruoli degli uomini, di ammetterle, alla pari, nel loro sistema. Quel sistema, dicono, non  affatto neutro:  stato storicamente plasmato dai maschi, a misura loro e dei valori che ne sono derivati. Il fatto che abbiano presunto di imporlo a tutte e tutti come il solo possibile costituisce la pi grande impostura della storia. Perch si fonda sull'idea  falsa  che i cittadini siano neutri, quando tutti sanno che bambini asessuati non ne nascono. Un dato occultato dalla cultura e dalle istituzioni. Se questo dato viene diseppellito, tutto  leggi, abitudini, valori  deve essere reinventato per rispecchiare questa differenza.
Il pensiero femminista esplode come una bomba, e come tutti i fenomeni realmente innovatori, con una forte carica estremista, necessaria a smantellare un simbolico maschile che ha penetrato l'intera societ ed  entrato nella pelle delle stesse donne. Lo slogan diventa: basta con i travestimenti cui siamo state costrette per secoli se volevamo avere un qualche ruolo. Poich le istituzioni della sinistra  partiti e sindacati  cos come gli uomini della sinistra individualmente, hanno partecipato all'imbroglio della neutralit, il felice rapporto donne-sinistra si inquina, poi si sfibra, in molti casi si spezza.
Le donne hanno cessato di vedere la loro affermazione come legittimazione all'interno del mondo costruito dai maschi, la loro aspirazione non  pi quella di essere come gli uomini e perci di reprimere la propria differenza, ma invece di darle evidenza e riconoscimento.
Il processo  in atto, contraddittorio, non univoco nelle sue analisi e conclusioni, vissuto e interpretato in modi diversi da ciascuna. Ma inarrestabile. Ha gi prodotto un dato inedito: l'orgoglio femminile e una inedita sicurezza, e non  poco.
E per in questi anni il femminismo ha subito un andamento carsico,  stato certamente meno appariscente di quanto fu alle origini quando divenne anche politicamente dirompente e visibile. In qualche modo un dato scontato: una rivoluzione prende pi tempo di una riforma. E infatti, proprio quando l'emancipazione veniva contestata dal femminismo, questa  paradossalmente avanzata: nonostante le disparit, sono molte di pi le donne entrate nel mercato del lavoro, nelle universit, nella ricerca scientifica, nella produzione artistica. Potremmo dire che si  verificata una rivoluzione passiva come risposta al fenomeno eversivo del femminismo: il sistema neutro-maschile ha accolto e integrato quanto di pi indolore veniva portato dalle donne, ma ha rigettato il resto, la loro critica radicale, evitando cos di dover ripensare l'intero modo di operare della societ per adattarla ai tempi, ai modi, ai valori femminili. (Un solo esempio, emblematico: le donne manager sono aumentate del 30%, ma nella categoria solo un terzo di loro ha figli, a differenza del 95% dei loro colleghi maschi.)
Nonostante l'acquietante gattopardismo del sistema, la partita donne/sinistra non  tuttavia affatto chiusa. La sinistra pi sensibile ha accusato il colpo, i suoi maschi sono essi stessi entrati i crisi perch la loro identit patriarcale  stata scossa, non sanno pi chi sono da quando hanno capito di non poter rappresentare l'universale umano, ma di essere, dell'umanit, solo una parte. Anche per questo reagiscono spesso con la violenza.
I pi avvertiti capiscono che devono ripensare daccapo il loro progetto.
Resta il fatto che sebbene non pi naturalmente di sinistra, le donne sono pi sovversive. Lo sono state sempre, ben prima che la sinistra esistesse: dalle amazzoni alle streghe. Proprio perch alcune avevano capito che il mondo non era stato costruito a loro misura. Per questo sono state bruciate. Non a caso il primo slogan del movimento femminista, pi che alla sinistra  alle eretiche per eccellenza che si  richiamato: Tremate, tremate, le streghe son tornate.

Luciana Castellina, politica e giornalista, dirigente dell'Udi,  stata parlamentare italiana ed europea.  fra i fondatori nel 1969 del gruppo del Manifesto e dell'omonimo quotidiano.

Sirena
di Adriana Cavarero
Figura mitica di femmina incantatrice, alla cui seduzione l'uomo non pu resistere. Maliarda. Fatale,  sostanzialmente letale. Non appartiene alla sfera del quotidiano e al mondo ordinario in cui vivono le donne normali: ovvero madri, figlie, sorelle e spose. E non appartiene neanche al mondo, altrettanto ordinario e regolare, delle prostitute che danno piacere in cambio di denaro. La sirena  una donna extra ordinaria, l'oggetto di un desiderio maschile eccessivo e trasgressivo. Sta nella sfera dell'altrove e dell'irregolare:  inquietante e non addomesticabile, selvaggia, pericolosa,  un mostro.  mezza donna e mezzo animale, in genere, dalla cintola in gi, un pesce.
Nell'Odissea (XII)  che segna l'ingresso delle sirene nell'immaginario occidentale   per mezza donna e mezzo uccello: aggrappata agli scogli di isole lontane, con le sue orribili zampe unghiate, come gran parte dei volatili, canta. Circe avverte Ulisse: nel tuo viaggio per mare, arriverai dalle sirene che tutti gli uomini seducono col loro canto soave e micidiale. La riva intorno pullula di cadaveri e degli scheletri dei marinai. Non si pu sentire la sua voce senza morire, eppure non si pu resistere al desiderio di sentirla. Dotata di una voce sensuale e misteriosa, la sirena  innanzitutto un mostro canoro: la potenza della sua emissione sonora erotica e profonda, radicata nel corpo, nell'ugola, nelle caverne della carne, provoca nell'ascoltatore un godimento supremo che, per il troppo piacere, lo uccide. Eros e thanatos, orgasmo e morte: davvero una vecchia fantasia nell'immaginario maschile dell'Occidente!
Godere da morire  un'espressione che il maschio usa spesso, ma che, ovviamente, non ha nessuna intenzione di prendere alla lettera. Egli non vuole veramente la morte, vuole solo fingere di travalicarne il confine, toccarne il bordo. Anche in questo senso, nell'economia del desiderio maschile, la sirena  una figura bordeline: fra vita e morte, mondo ordinario e mondo straordinario, umanit e animalit, mammifero e pesce, terra e acqua. Dopo il ritratto che ne fa Omero, perde il suo corpo da uccello, si tuffa in mare e mette per sempre una coda lucida e squamosa. Con le gambe invaginate in una fascia argentea diventa lo stereotipo misogino della bestia/femmina, umida e sinuosa, che non pronuncia parole bens usa la gola per vocalizzare il godimento promesso: un corpo a disposizione che mima acusticamente l'acme dell'orgasmo. Nell'Odissea le sirene, a dire il vero, pronunciano parole e hanno un'autentica competenza narrativa. Come Omero, sono cantastorie, anzi, esattamente come lui, raccontano la storia di Troia e degli eroi. Eccellono nel canto epico.
Gi nella Grecia classica, per quanto riguarda la differenza sessuale, l'ordine simbolico patriarcale si specializza in dicotomie rigide e precise: riservando per s la specialit dell'anima razionale, l'uomo confina la donna nella sfera del corpo. Anche il logos  il discorso, la parola  pu cos scindersi nell'ambito tutto razionale e mentale del significato e in quello, invece corporeo e materiale, della voce. Le donne umane, come gi sosteneva Aristotele, non hanno competenza linguistica e quindi dovrebbero stare zitte: quando parlano, ciarlano, non sanno ci che dicono e producono un fastidiosissimo rumore, un cicaleccio insensato. Straordinaria e inumana, la sirena raggiunge invece la perfezione del suo ruolo proprio quando  voce senza parola, pura vocalit erotica senza significato. Gemito e grido. Condensata nell'emissione sonora, inarticolata e pura  al bordo di un'animalit perturbante ma che promette godimenti immensi , l'essenza corporea del femminile si esalta, in questa creatura del desiderio maschile, in modo estremo. Nella vicenda dell'immaginario sulle sirene, fra i molti elementi che concorrono a enfatizzarne l'assetto simbolico, spicca soprattutto il mare. Rappresenta l'acqua primigenia, il liquido amniotico, la madre: indice, come vorrebbe la psicanalisi, di un'attrazione incestuosa e, insieme, di una pulsione di morte. Si capisce cos l'importanza della voce. La madre intrattiene l'infante con i primi vocalizzi, canta la ninna nanna, lo avvolge nella comunicazione essenziale di un piacere acustico.  voce prima della lingua. Se l'uomo fosse capace di riconoscere appieno questo dono, le sirene sarebbero solo figure canore di un tempo perduto, generose e benigne!
L'identificazione, tipica della cultura androcentrica, della madre con la morte impedisce per il riconoscimento. Vocalit inarticolata e morte, situate nella zona dell'eros, finiscono per coincidere. Oggi come in passato, nella fantasia del maschio, ogni donna che attragga spudoratamente l'uomo, che lo attiri verso l'ambito di un eros non quotidiano, anomalo e proibito,  una sirena. Non occorre che abbia una coda di pesce: basta che luccichi e prometta un sesso trasgressivo che lo far godere da morire. Sul piano della performance canora, nessuna donna  per pi vicina alla figura della sirena che la cantante d'opera, la soprano. In lei il marchio vocalico del genere femminile si esprime in grado sublime e ipnotizza l'uditore. La voce della donna erotizzante, nella sua originaria potenza sirenica,  appunto voce del canto. Lo sanno i grandi musicisti del teatro d'opera che  come fa Mozart nel Flauto magico attraverso la prestazione impossibile chiesta alla Regina della Notte, oppure Verdi mediante la Violetta della Traviata  spingono la voce femminile a imporsi sulle parole del libretto, a disarticolare il significato del testo e a vincerlo. E lo sanno, forse ancor pi maliziosamente, i patiti del melodramma quando si compiacciono che, dopo la sublime ultima prova canora, il personaggio della sirena di turno muoia in scena. Non c' scampo, la sirena deve morire e togliersi di mezzo.
Questo  il suo ruolo: cantare, offrirsi, donare un brivido al maschio e sparire. Figura di un piacere eccezionale ma temporaneo, la sirena fa godere il maschio ma non se ne prende cura, non accudisce n lui n la casa n la prole.  sciolta dai doveri domestici: dissoluta. Non  utile all'uomo, anzi, rispetto all'ambito familiare dei (di lui) bisogni,  dannosa, controproducente. In tal senso, la sirena non  affatto in competizione reale con le donne umane. E neanche le supplisce sul piano di una prestazione erotica pi spinta. Funziona piuttosto come una risorsa eccezionale, una dose allucinogena che, per quanto potenzialmente rischiosa, non produce dipendenza. Il che non lascia tuttavia il maschio del tutto tranquillo e capace di controllare la situazione. Teme infatti, talvolta, l'erede di Ulisse, che la sirena canti per s e non per lui, ossia goda da sola per il piacere di sentirsi cantare. La libera sirena, indifferente ai suoi effetti letali,  il vero e inconfessato incubo del maschio.

Adriana Cavarero insegna Filosofia politica all'Universit di Verona.  tra le fondatrici della Comunit filosofica femminile Diotima e della Libreria delle Donne di Milano. Fra i suoi libri: A pi voci. Filosofia dell'espressione vocale e Orrorismo. Ovvero della violenza sull'inerme.

Solidariet
di Franca Bimbi
Dalla met degli anni 60 l'espressione femminista sisterhood is powerful pu essere considerata come la definizione originaria pi pertinente del concetto di solidariet tra donne. Essa si definisce in base alla comune esperienza dell'oppressione, si propone come riconoscimento tra pari di esperienze comuni, quasi tutte collegate al corpo e al lavoro di cura dei corpi altrui, da ricodificare in un'etica nuova. La nuova etica della solidariet richiede il riconoscimento reciproco delle forme differenti della libert femminile, l'affermazione di legami orizzontali, prevede la politica come costruzione di reti dal basso, la pretende orientata ad azioni concrete tra donne vicinissime tra di loro (quasi solo bianche all'inizio e strette nelle pratiche dei loro piccoli gruppi) o lontanissime. Le donne delle minoranze che abitano accanto a noi, e vivono ancora per qualche anno dietro i muri simbolici delle loro comunit anch'esse male dominated, le donne di tutti i mondi possibili con le quali cominciamo a scambiarci messaggi in bottiglia, da allora entrano nella nostra solidariet prevalentemente attraverso catene di nomi e cognomi concreti. Il viaggio, la militanza e la memoria fanno scoprire diverse isole di sorelle e di madri di tutte noi, rappresentanti di gruppi e culture diverse, del presente ma anche del passato recente o remoto. La scoperta che si trovano donne oppresse in tutte le minoranze sfruttate, in tutte le classi sociali, in tutti i movimenti radicali, che sui problemi della posizione femminile, anche gli amici sono nemici (Mitchell 1966) ribalta il concetto di solidariet tipico di tre tradizioni occidentali: quella cristiana della parabola del Buon Samaritano, quella liberale del welfare compassionevole verso i poveri meritevoli e quella marxista del legame di classe espresso correttamente solo attraverso l'egemonia del partito rivoluzionario. Nella versione femminista la sofferenza del Samaritano  illuminata anche dall'odio verso l'oppressore (abbiamo negato la solidariet complementare e subalterna verso l'altro genere), le tre ghinee si vogliono distribuire anche alle donne cattive (madri sole, prostitute ed eretiche saranno intese sia come figure positive della donnit che come destinatarie di diritti), il partito delle donne si riconosce in piccole isole di persone che si connettono l'una all'altra dando per scontato che l'esperienza comune possa produrre un cambiamento autonomo, pi strutturale dell'adesione eteronoma alla linea corretta. La solidariet femminista, dunque, si fonda sulla critica a tre approcci razionalisti dell'universalismo occidentale e propone un punto di vista parziale, lo stand point dell'esperienza delle donne. Lo stand point  ovvero lo sguardo delle donne sul mondo  pretende per di farsi voce nell'opinione pubblica e nei luoghi delle decisioni: perci si tratta di una solidariet che tende a produrre un modello di comunicazione riconoscibile e autorevole, in base alla differenza di genere affermata anche attraverso la soggettivit. Infatti il personale  politico  l'altra espressione della nuova solidariet che innova la teoria della democrazia, includendo la vita privata nel significato dei rapporti pubblici e introducendo il diritto alla vita emotiva nei contenuti della cittadinanza. Solidariet significa riconoscimento del mondo comune delle donne, non solo attraverso l'esperienza comune del vivere la propria libert pur dentro i confini del patriarcato, ma anche attraverso alcune esperienze comuni, legate al corpo e rivendicate attraverso la trasgressione delle regole.
Oggi le esperienze delle donne sono cos diverse e frammentate tra loro che possiamo pensare: come sia venuto meno il significato stesso di una solidariet tra loro politicamente fondata? Forse non  cos, anche se la frammentazione della politica femminista e la pluralizzazione delle esperienze paiono irreversibili e rendono difficile ricominciare a pensare a (pi) mondi comuni delle donne capaci di produrre voices femministe autorevoli nei dibattiti pubblici. Emerge tutto il contrario. Pare, per esempio, che le donne europee accettino senza protestare la divisione tra chi fa pochi o nessun figlio (e non si sposa) e coloro che ne fanno troppi e continuano a sposarsi. Cosa  diventato pi difficile e cosa dobbiamo ricordare? Dovremmo ricordare che il femminismo non ha presupposto n la solidariet in base al sesso biologico (bens in base ai riconoscimenti di genere) n la solidariet con tutte le donne. Ieri come oggi, lo sforzo per liberarsi dal dominio maschile sul mondo comune di tutti noi, richiede l'assunzione di stili faticosi: una costante sorveglianza dei confini (chi ci tira indietro assume molte facce), un'attenzione alle pratiche di empowerment (piuttosto che alle difese offerte dalla legge penale), una distinzione tra alleanza momentanee e sorellanze. Se in Italia siamo solo oggi nelle condizioni di scoprire le difficolt della sorellanza con donne di culture che si rivendicano come altre,  anche perch abbiamo ignorato le transizioni del patriarcato occidentale: gli stereotipi femminili ci sembrano facilmente riconoscibili nei veli altrui, meno nei nostri mercati del corpo; i nostri diritti ci sembrano il minimo dell'universalismo, tanto che il lavoro servile delle straniere da cui ci facciamo sostituire non ci pare una violenza. Proviamo a pensare se potremmo sopportare una campagna per il 25 novembre  la giornata contro la violenza sulle donne  rappresentata da un'immagine di donna, non europea, quasi-europea o neo-europea, che si china amorevole su uno dei nostri vecchietti mentre pensa ai suoi figli. Aggiungiamo nello sfondo una coppia italiana, di ceto medio, asimmetrica nella divisione dei tempi della cura familiare, della doppia presenza. Un'immagine simile  di due donne e di due famiglie gerarchicamente complementari  quale agenzia la produrrebbe, quale istituzione la pubblicizzerebbe, quale gruppo di donne la rivendicherebbe? Questa rappresentazione dei limiti della solidariet tra donne diventa indicibile forse anche perch  un'immagine della costruzione mancata della cittadinanza europea. Uscire da questa contraddizione richiede nuovi pensieri e voci diverse, per il cambiamento.

Franca Bimbi insegna di Sociologia all'Universit di Padova ed  responsabile del curriculum Genere, cittadinanza e pluralismo delle identit per la Scuola di dottorato in Scienze Sociali. Dal 2001 al 2008  stata parlamentare. Fra i suoi scritti: Dietro il velo del corpo; Madri sole e nuove famiglie.

Sorella
di Lucetta Scaraffia
Laudato s tu mi Signore per sora nostra morte corporale. In queste parole, che concludono il Cantico delle creature di san Francesco d'Assisi, troviamo il termine sorella utilizzato nel pi ampio senso spirituale cristiano: tutti gli esseri umani sono figli di Dio, tutte le creature  anzi, ogni forma di creato, anche la morte  si possono considerare sorelle perch sono state create da Dio.
Ma vette cos elevate non sono certo da tutti e, nella cultura cristiana, il termine sorella  che poi diventa suora  viene destinato alle donne che scelgono la vita religiosa e che cos facendo rifiutano tutti gli altri titoli mondani, per assumere quello pi evangelico, cio sorelle in Dio del loro prossimo.  il nome sorella, che allude a una vita di castit dedita al prossimo o attraverso la preghiera, o attraverso opere di assistenza, che distingue le religiose dalle laiche. Accanto a questa accezione simbolica del termine, c' sempre stata naturalmente quella familiare: nella lingua italiana sorella  solo la sorella di sangue, mentre la moglie del fratello o la sorella del marito, che si potrebbero considerare sorelle acquisite, sono designate con un nome molto diverso, cognata. Niente a che vedere con il belle-soeur dei francesi, quasi a sottolineare una estraneit che diventa spesso ostile competizione.
In ogni caso, sia in senso religioso o in senso laico, il termine sorella significa, nei confronti degli uomini, che quella donna non  sessualmente disponibile, che avere un rapporto sessuale con lei significa trasgredire un tab.
Per le donne, sorella non ha significato sempre e solo un legame solidale: competizioni e tensioni hanno caratterizzato spesso anche il rapporto fra le sorelle di sangue: basti pensare al modo ironico ma realistico di raffigurare queste conflittualit di Jane Austen, che di sorelle si intendeva, fino ai romanzi familiari di Isabella Bossi Fedrigotti. A sottolineare come la solidariet femminile sia venuta sempre a mancare, pure all'interno dei rapporti familiari stretti. Perch le donne sono state considerate sempre come in competizione per l'amore del maschio, sia esso padre, figlio o marito, amante o fratello:  attraverso questo amore, questo privilegio, che le donne potevano avere accesso al denaro e al potere, e anche a qualche libert. Tutto poteva avvenire solo per interposta persona, e questo certo non favoriva la creazione di solidariet femminili. Anche se poi alleanze femminili si creavano, di fatto, nei momenti critici della vita della donna, come il parto, o nella resistenza a una seduzione non voluta, momenti in cui le donne potevano trovare aiuto solo in altre donne, che offrivano una solidariet sororale. Un legame quindi molto forte, evidente e concreto, ma anche carico di ambiguit.
Le prime femministe, come Mary Wollstonecraft, non si preoccupano del rapporto di sorellanza fra le donne. Ben consapevoli che l'emancipazione era accessibile solo a una minoranza di donne colte e borghesi, non avevano nessuna speranza di coinvolgere donne delle classi oppresse. Per di pi, interessate all'emancipazione erano solo donne eccezionali, capaci di sfidare le convenzioni sociali, un po' delle eroine, insomma. Del resto, nel femminismo liberale l'emancipazione della donna avviene all'interno di una complessiva valorizzazione della libert individuale, tipica della prima modernizzazione.  solo con la nascita di un femminismo socialista che si rompe il limite della militanza individuale e, inserendosi nella pi generale lotta del proletariato, cominciano a comparire delle forme di solidariet politica fra le donne. Ma compagne non  sinonimo di sorelle: la solidariet si limita a un'alleanza contro il comune oppressore.
Sar solo con il femminismo del secondo dopoguerra, che nasce quando le donne hanno ottenuto quasi tutti i diritti degli uomini nella vita politica e professionale ma non vedono ancora realizzarsi la sospirata eguaglianza, che essere sorelle diventa un fatto politico. Al centro del nuovo femminismo, quello che si propone la liberazione delle donne, c' la sfera della sessualit e della riproduzione, cio il privato, la causa profonda della differenza dei ruoli sociali e familiari. Il nuovo movimento si organizza in piccoli gruppi di autocoscienza, dove le donne, rigorosamente separate dagli uomini, si trovano per confrontare la loro vita privata e leggere al suo interno i legami della subordinazione, per collocare la donna come soggetto invece che come oggetto nella vita quotidiana. In queste riunioni, in cui si vogliono spezzare definitivamente i legami di complicit che legano ogni donna con gli uomini con cui intrattiene rapporti affettivi, nasce  o almeno cos si spera  uno spontaneo legame di sorellanza. In una prima fase prevale l'empatia, ma poi la singolarit di ognuna si radica nella pratica di relazione piuttosto che nella categoria di somiglianza. Si cerca quindi di ovviare alla realt delle diversit e delle conflittualit che dividono la sorellanza delle donne con la costruzione di relazioni di affidamento e di disparit che recuperano, nell'ordine del simbolico, la figura materna.
Ci non ha impedito, per, che anche la sorellanza femminista venisse archiviata fra le grandi utopie fallite del Novecento, e oggi nessun movimento politico si sente di riproporla. Siamo cos tornati alle origini: oltre alle sorelle di sangue, chiamiamo sorelle quelle in spirito, le religiose, mentre le femministe sono diventate delle militanti politiche di un partito, rompendo ogni ipotesi di sorellanza vera e a lungo termine.

Lucetta Scaraffia, storica e giornalista, insegna Storia contemporanea all'Universit La Sapienza di Roma. Collabora con i quotidiani Il Riformista, Avvenire, Il Foglio, Corriere della Sera e l'Osservatore Romano.  autrice con Margherita Pelaja di Due in una carne. Chiesa e sessualit nella storia. Con Eugenia Roccella ha curato il dizionario biografico Italiane. Dall'Unit d'Italia alla prima guerra mondiale.

Speranza
di Liliana Cavani
Dove nasce la Speranza, dove si forma, dove si trova se si esaurisce la carica? Si compra dai pusher? Si vorrebbe comprarne tanta, averne sempre una grande scorta. Si pu afferrarla nel corso di un'analisi? Meglio la psicanalisi pura o lo psicoterapeuta? Ho riflettuto e il mio parere  che la speranza nasce con noi, come compagna di viaggio. Di certo c' chi la tiene ben stretta e chi la perde e questo  un guaio.
La speranza  compresa tra le virt teologali (Fede, Speranza, Carit) che cio attengono alla Teologia. Penso che per se hai Fede non puoi non avere insieme Speranza (perch la vita ha un senso che travalica gli accadimenti terrestri) e Carit, cio l'amore per tutte le creature. Per non essendo una teologa non varcher la soglia della Teologia.
In sostanza la Fede mi sembrerebbe la virt basilare. Ma ci sono tante persone che non hanno fede eppure sono ugualmente ricche di Speranza (forse tutti ne conosciamo qualcuna). Penso quindi che la Speranza possa essere una virt non necessariamente teologale. Ma virt (parola un po' in decadenza) che cosa ? Non  una domanda da poco se Platone scrive apposta un dialogo, il Menone. Menone era un giovane pieno di interessi culturali che and da Socrate e gli chiese cosa fosse la virt. Socrate sorpreso confess di non sapere che cosa fosse la virt per cui non sapeva neanche se fosse insegnabile. Menone un'idea ce l'aveva: la virt consiste nel desiderare cose belle e avere il potere di procurarsele. Socrate ne convenne purch le cose belle siano anche buone. Ma poich intendersi su quali siano le cose belle e anche buone  difficilissimo Socrate concluse che a suo parere la virt  frutto di una divina sorte. Era davvero una saggia risposta. Ne possiamo dedurre che la speranza  un dono che si riceve alla nascita, che non  il risultato cio il premio di un percorso morale. Per Socrate dice divina sorte e allora uno si domanda: c' chi nasce con questo dono divino e chi no? Per il Creatore, se c',  giusto e imparziale. Se ne dovrebbe dedurre allora che la Speranza  un dono di Dio che tutti ricevono nel nascere. Ma poich c' chi gode della Speranza, cio chi ne trae sempre un sollievo e l'energia per affrontare gli ostacoli, e chi viceversa sembra che non ne goda mai se ne deve dedurre che c' chi sa accogliere questo dono divino e chi non lo sa fare. Immaginiamo che in noi stessi quando si nasce ci sia una piccolissima fiammella che crescendo occorre sentire e attivare perch diventi un fuoco che fa luce e calore e grazie a questo si riesce a capire e a vedere quante possibilit di bellezza abbia la vita. Sant'Agostino pensava che le virt umane fossero false e pagane, vizi d'orgoglio, e che l'unica vera virt fosse la Carit. Allora capisco perch le persone comuni non abbiano mai capito i labirinti della teologia e che per custodire la fiammella della Speranza si siano piuttosto affidati alla naturalezza delle loro esistenze. Mia madre donna meravigliosamente comune aveva il dono della Speranza. Lo aveva accolto e sviluppato e mi aiut a sviluppare quello stesso dono che avevo ricevuto anche io nascendo come tutti. Ho scoperto tutto questo quando mia madre mor all'improvviso e un cugino mi chiese che cosa scrivere sul cartoncino-ricordo. Gli risposi subito di scrivere: Ha sempre creduto nella Speranza. Fino a quel momento non avevo mai riflettuto n sulla Speranza n su questa in rapporto a mia madre e neanche sul credere di mia madre, che peraltro era una donna perfettamente laica. Ho avuto questa improvvisa chiarezza e riflettendoci dopo ho compreso che era una dichiarazione esatta e che il destino di mia madre era stato luminoso e preciso come il percorso di una freccia ben mirata che va a segno. E allora ho riflettuto sulla Speranza per capire che cos'. Mi  parso di capire che  una forza che produce il bel tempo nella tua mente anche se hai problemi, un bel cielo azzurro, che  un'energia che ti fa progettare senza i limiti del tempo: tutte le et annullate in un unico vasto presente senza confini e questo ti fa sentire la vita nella sua interezza e allora riesci anche a capire pi cose e pure a perdonare. La speranza ha questo potere. Da allora so anche che conoscere meglio se stessi pu avviarti su un percorso di speranza quasi a dire che chi  privo di Speranza  qualcuno che non ha mai trovato il centro di s stesso e di certo  terribilmente sperduto e infelice. E se poi  credente potrebbe anche aver vissuto dentro un terribile malinteso sul come conquistare le virt e altri ghirigori penitenziali per meritare la salvezza. D'altra parte migliaia di prediche hanno inquinato la purezza originaria delle parole depotenziandole e cos esse hanno perduto la precisione del significato e cio la loro ragion d'essere.

Liliana Cavani, regista, ha diretto, tra l'altro, i film Portiere di notte e Francesco, la biografia del santo di Assisi. Per Rai Fiction ha diretto De Gasperi e Einstein. Nel 2009 ha fatto parte della giuria della 66ma Mostra del cinema di Venezia.

Stereotipo
di Lorella Zanardo
La ragazza ospite  lo stereotipo della soubrette televisiva italiana: giovane, forme prorompenti, riccioli vaporosi, sorridente e sguardo consenziente.
L'uomo  lo stereotipo del giovane giornalista/presentatore televisivo di successo: sorridente, rampante, intrattiene il pubblico e segue pedissequamente e servilmente il suo copione.
L'uomo si affida alla definizione etimologica per interpretare la ragazza: stereotipo, cio immagine che non muta, rigida. In arte gli stereotipi sono rappresentati da personaggi prevedibili.
L'uomo incalza la ragazza: Tu lo sai che c' chi denigra voi ragazze veline? Tu lo sai che ci sono degli intellettuali che vi criticano? Io no! Io vi apprezzo! Io riconosco il vostro ruolo di intrattenitrici!
Il pubblico applaude, la scena pare prevedibile, lei stessa uno stereotipo all'interno di una trasmissione televisiva dove il conduttore maschio usa a suo piacimento una ragazza oggetto.
Stereotipo  per parola che schematizza, che cristallizza una realt.
La ragazza  a disagio. Si guarda intorno smarrita. Pare in un attimo rendersi conto di essere solo uno strumento. La telecamera  fissa sul suo corpo, indugia sui seni, scende tra le cosce. La ragazza ha uno scatto: Tu non mi apprezzi dice rivolta al potente presentatore. Io lo vedo come mi guardi, come mi guardate tutti: io non sono una scema, io capisco. Tu mi disprezzi. Ma io capisco. L'uomo indietreggia, il pubblico ammutolisce.
Incapace di cogliere l'evoluzione che contraddistingue la vita delle persone e dunque anche di chi pare rappresentare un clich, stereotipo  parola limitata e limitante.  la fotografia di un momento, inadatta a seguire i cambiamenti di chi lo stereotipo rappresenta.
Nella sua accezione positiva lo stereotipo dovrebbe essere un pensiero organizzato che viene utilizzato per comprendere la realt sociale di un gruppo: ci dovrebbe aiutare a non perdere le nostre coordinate, a ricondurre elementi nuovi all'interno di categorie note attraverso simboli che gi conosciamo.
Poco adatta quindi la parola stereotipo ad aiutarci a definire la realt liquida attuale, dove nulla  pi fisso, stereos, poich viviamo immersi in una realt fluida e in perenne mutamento.
Gli stereotipi ci ammazzano quindi, impedendoci di progredire e fissandoci in una immobilit perenne che aiuta chi ci guarda a inserirci in rassicuranti e sadici modelli. I suoi modelli, che spesso non sono i nostri.
Gli stereotipi di genere sono i pi pervicaci e superano barriere temporali e geografiche.
Donne dal cervello fine, chine sui libri da anni, studiose raffinate, liquidate come leggere e inaffidabili a causa di un tacchetto a spillo, per colpa di una scollatura audace. La fatica di anni cancellata da una scarpa. O meglio dallo stereotipo che dalla scarpa si produce.
Quando pi stereotipi si sommano, uscirne diventa impresa complicata.
A 45 anni i giochi sono ormai decisi: se non hai fatto carriera,  difficile che a quest'et tu possa avere ancora chance.
Obama  un Presidente giovanissimo, ha soli 48 anni.
 necessario rinnovare un partito che vede nelle sue fila dirigenti di oltre 50 anni, ormai prossimi alla pensione.
A 63 anni Michele Placido diventa pap! Confermando la sua vitalit creativa, presenta al mondo la sua giovane moglie di 23 anni!
Cosa cerca Riccardo Scamarcio nella storia con Valeria Golino? Certo una figura materna.
Demi Moore e il suo toy boy: il giovane marito di ben 14 anni pi giovane.
La sua  una buona idea,  vero. Ma lei  cos giovane, si faccia prima le ossa.
La sua  una buona idea,  vero. Ma lei, mi perdoni, ha gi una certa et, non vorrei che non sapesse interpretare le esigenze del mercato.
Stai bene vestita cos, certo che i pantaloni cos stretti alla tua et...
Definizioni dure che impediscono il cambiamento. Che proprio perch fluido rappresenta la vita contro lo stereotipo rigido e mortifero.
Molti stereotipi vivono per mortificare l'espressione del corpo, e del corpo delle donne in particolare. In mutande, accovacciata all'interno di un tavolo di plexiglass, la bella e malinconica Flavia Vento rester nel nostro immaginario come lo stereotipo della ragazza televisiva di questi anni: un corpo giovane e provocante. In gabbia. Immobilizzato e quindi controllabile, manovrabile. Privato di una vita propria.
Stereotipi: propongo di liberarcene. O di balzare allegramente da uno stereotipo all'altro, incuranti dello sconcerto che potremmo provocare tra gli aguzzini dello stereotipo.

Lorella Zanardo  stata attrice e fa parte del Comitato di Win (Women International Networking), organizzazione internazionale con sede a Oslo che promuove lo scambio proficuo di esperienze lavorative tra donne.  autrice del libro Il corpo delle donne, di cui ha prodotto anche il documentario omonimo.

Streghe
di Melissa P.
Sono gli unici esemplari umani capaci di correre con i lupi. Non solo filtri e tarocchi, non solo consultazioni del cielo. In tempi antichi, persino chi non possedeva sapienza di erbe medicamentose o stelle poteva essere incolpata di stregoneria: saggezza e coraggio costituivano prove perfette per l'accusa. Ma bruciandole non hanno fatto i conti con una magia che solo le streghe possono conoscere e adoperare: dal fuoco si rinasce sempre. E infatti, molti anni dopo, son tornate sconvolgendo ancora il mondo.
La nuova generazione di streghe ha trovato una societ impreparata ad accogliere l'onda selvaggia: non pi roghi, ma sciocche tribune televisive, uomini aggressivi, politica incapace di gestire rivendicazioni e diritti tutti nuovi. Hanno fatto passare del tempo, a parte qualche sporadica e timida eccezione, e sono di nuovo esplose con tutta la loro meraviglia.  il lavoro di ogni strega, dopotutto, dare nuova forma e nuova sostanza alle cose. Seguendo formule alchemiche e di cuore, una buona strega non lascia mai un lavoro incompiuto: ci sar un'altra, dopo di lei, a raccogliere informazioni e ricette, un'altra ancora pronta a sperimentare, a sfidare il mondo intero, a riempirlo di saggezza e magia, di vita. Far tacere per sempre una strega innesca un processo di rinascita per tutte coloro che per cultura o per et non hanno avuto modo di liberare la magia presente in loro.
Certe cose ci vengono tramandate dalla pelle e dal sangue, indifferentemente dal luogo in cui nasciamo, dalle madri che ci partoriscono, dalle nonne che ci educano. La prima magia riguarda il nostro corpo, potente mezzo fatto di carne fra l'aldiqu e l'aldil. Il nostro sangue, lacrime rosse di Luna,  in relazione con l'universo; basta che due o pi donne condividano il tempo, lo spazio e l'amore, perch il sangue fluisca negli stessi giorni, nastro rosso che unisce. L'altra magia, la pi grande, risiede nel ventre: l comincia ci che prima non c'era, si costruisce in materia, poi si incarna. Perch le streghe fanno ancora cos paura? Perch, erette Bastet alle porte della conoscenza, distribuiscono sapienza, danzando in punta di piedi: il mondo, costretto in un moto perpetuo e costante, non riesce a far caso a loro finch esse non rivelano la propria presenza, fra canti e carmi. Nel tempo si sono evolute, di madre in figlia, di sorella in sorella, le streghe hanno affinato la tecnica e le armi. Oggi si incontrano nei loro appartamenti bevendo tisane depurative e antiossidanti, si confortano con del buon cibo, chiedono aiuto alle carte, poi al cielo. Lontane da mariti, fidanzati, fratelli e padri che preferiscono non sapere piuttosto che mettersi in viaggio. Perch le streghe viaggiano, ed  questa la fonte primaria del loro sapere. Le streghe ascoltano, accumulano e tacciono finch non sentono la coscienza piena e tonda.
 nella capacit d'accogliere che si distinguono streghe e fattucchiere: mentre le prime aprono le braccia distribuendo cibo agli affamati, le seconde ricercano avidamente spazi e vittime, incapaci di comprendere che  nello scambio la forma pi alta di magia. Non  alla ricerca della libert, la vera strega. La strega nasce libera. E per tutta la vita cerca di rimanere tale.  un grave errore pensare che il lavoro della strega moderna finisca quando i tarocchi vengono riposti dentro il fazzoletto, o quando la candela in onore a Venere si  consumata: la strega moderna non smette mai di diffondere incantesimi. Guardate le vostre ostetriche, guardate le maestre dei vostri figli, gli occhi delle vostre amiche sorelle, quelli delle vostre madri, delle vostre mogli, delle vostre nonne e delle vostre amanti: ditemi se non trovate, almeno per sbaglio, almeno per poco, un attimo di magia.

Melissa P., scrittrice, ha esordito nel 2003 con il romanzo erotico autobiografico 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire, cui hanno fatto seguito L'odore del tuo respiro; In nome dell'amore e Tre.

Stupro
di Elisabetta Rasy
Nelle prime righe di La marchesa di O..., che Heinrich von Kleist scrisse all'inizio del XIX secolo, si racconta di una giovane vedova che, trovandosi incinta senza sapere come e perch, pubblica sul giornale un invito al padre della creatura misteriosamente concepita a farsi conoscere, dichiarandosi disposta a sposarlo. Dopo questo incipit a sorpresa   in effetti una mossa spiazzante questo pubblico annuncio con cui la nobile signora sfida il senso del pudore guadagnandosi un posto durevole nella storia letteraria e nell'immaginario dei suoi lettori e lettrici  la vicenda si dipana tra altri colpi di scena. La dama  stata s minacciata di violenza da una schiera di assatanati soldati durante un assedio, ma  stata salvata dall'intervento provvidenziale di un conte russo prima di perdere i sensi dal terrore. Il conte in seguito vuole a tutti i costi sposarla, ma la dama lo respinge perch aspetta che si faccia avanti chi l'ha sedotta. Il conte insiste senza spiegare perch insiste e propone l'ostinazione del suo amore al posto di ogni possibile dialogo con l'amata. Si scoprir infine che, dopo averla salvata dalla violenza dei soldati,  stato proprio il conte ad abusare di lei mentre era svenuta. Ma il matrimonio potr avere luogo quando lui, al posto del silenzio in cui ha perpetrato il crimine e in cui ha avvolto poi la sua richiesta di matrimonio, convocher la propria responsabilit: cio la parola, la soggettivit che si fa discorso e non pi soltanto la romantica e colpevole foga del proprio proposito riparatore.
Tra i tanti stupri che arredano fin dall'antichit i testi fondatori della letteratura, quello, elegante e non cruento, che regge l'intrigo dello scrittore tedesco mi sembra particolarmente adatto a raccontarci che cos' nella sostanza uno stupro: non  un incidente nel cammino in cui si incrociano il maschile e il femminile, un atto irrazionale, una deviazione del desiderio, l'espressione illogica di un arcaismo, ma una precisa modalit di negazione. In essa l'essenziale non  solo la violenza ma la mancanza di parola condivisa, la mancanza cio di un discorso che introduca l'atto sessuale in un ordine simbolico umano. La mancanza di un patto, sia pure solo stipulato in nome del desiderio.
Lo stupro toglie la parola e prospera dove non c' parola, o dove le parole delle donne non hanno riconoscimento. L'obiettivo non  il sesso, ma il disconoscimento o l'annientamento dell'alterit dell'altro  cio dell'altra  e dunque della ragione e delle ragioni dell'altro  cio dell'altra  attraverso l'annichilimento della sua voce.
In Italia la battaglia per trasformare lo stupro da delitto contro la moralit pubblica e il buoncostume, come recitava il Codice Rocco, a crimine contro la persona  cominciata negli anni 70 (per concludersi dopo un ventennio solo nel 1996) con una precisa lotta per la presa di parola. In quell'autentico campo di battaglia che fu nel 1975 il processo del Circeo contro coloro che avevano stuprato e massacrato Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, tutto si gioc in definitiva sulla possibilit di parlare che ebbe quest'ultima, miracolosamente scampata alla morte. Le parole di Donatella furono tutelate e dunque rese possibili da quelle di un'altra donna, l'avvocato Tina Lagostena Bassi, consapevole dell'assoluta necessit di opporre al discorso legale maschile un altro ordine discorsivo basato su altre ragioni. Una fin l inaudita presa di parola celebrata poi, nel 1979, nel documentario Processo per stupro, dove la stessa Lagostena Bassi, avvocato di parte civile di una ragazza stuprata che aveva accusato il suo aggressore, fu costretta a un serrato conflitto verbale per disarmare le parole violente degli avvocati che difendevano lo stupratore e sostituire alla logica del loro discorso, strutturata e potenziata da secoli di misoginia, una diversa e alternativa logica: il che significa altri termini, altre parole, una diversa ratio.
Nelle guerre private come in quelle pubbliche lo stupro ha sempre l'effetto di ammutolire qualcuno  qualcuna  considerato un avversario  che a volte  la parte per il tutto, come succede nelle razzie di guerra, dall'antichit ai nostri giorni  e, togliendogli la parola, annientare in lui la sua stessa essenza umana. Ammutolirlo o semplicemente non ascoltarlo: chi stupra si sottrae alla pi umana delle posture, quella dell'ascolto. Lo stupro non ha a che vedere con il desiderio erotico:  un atto di disconoscimento, di sfigurazione dell'umano. Gli antichi lo sapevano e ce l'hanno raccontato. Nelle Metamorfosi di Ovidio, che si ispirano a un immemoriale patrimonio mitico,  l'intenzione stupratoria di Apollo che insegue Dafne a togliere per sempre la parola alla vergine ninfa: incalzata dalla voglia violenta del dio, Dafne si pietrifica. Il suo tramutarsi in vegetale  una metamorfosi nel silenzio, una coatta rinuncia definitiva al discorso delle sue ragioni che l'uomo che la insegue non vuole o non sa prendere in considerazione.

Elisabetta Rasy, scrittrice, ha collaborato per diverse testate giornalistiche tra cui L'Espresso, La Stampa e il Corriere della Sera. Attualmente scrive su Il Sole 24 Ore. Tra i suoi ultimi libri: L'estranea e Memorie di una lettrice notturna.

Uomini
di Marina Terragni
... un giorno, tirando il bordo scucito della sottoveste che teneva ben piegata sul tavolinetto, mi disse che gli uomini erano dei bambini, poveri uomini... E non riesco a spiegarmi che mi successe, perch finii con l'odiarla. Potenza della poesia! Leggo questa cosa folgorante in Via delle Camelie della catalana Merc Rodoreda e mi dico che meglio di cos non si pu dire. Sulla questione  gli uomini e noi  puoi scrivere manifesti, saggi, pamphlet. Puoi discutere per intere serate con le amiche. Ma l'essenza della cosa  qui, poeticamente detta. Tra rabbia e compassione, tra tenerezza e sete di vendetta. Le nostre storie con gli uomini, se nella vita abbiamo avuto occasione di amarne qualcuno, le nostre vere storie stanno tutte tra questi due poli. Con vere intendo le storie tenute all'essenziale del rapporto tra due differenze irriducibili, non costrette dai marchingegni dell'ideologia, della convenienza, della political correctness, dei deliri paritari. Le storie con amanti e mariti, figli e padri, fratelli e colleghi, maestri, preti, psicanalisti... Poveri uomini. Pensate la fatica che gli  toccata e gli tocca ogni giorno: dover dare continuamente prova di non essere donne.
A noi non tocca dare prova di non essere uomini: forse giusto a qualche emancipata che si  spinta troppo in l. Tante volte, vedendo in azione certi tombeur compulsivi, mi sono domandata se quello che li attraeva erano le donne in tutte le loro fogge, o non piuttosto l'essere donna in s, il poterlo essere loro. Tentazione di lasciarsi finalmente andare a quella pace degli inizi, di poter fare a ritroso il cammino della differenziazione per tornare a quell'umano fondamentale che  femmina, come lo  ogni embrione ai primi stadi del suo sviluppo. Poveri uomini, dicevamo. Sento tutta la fatica di liberarsi dall'onnipotenza materna, da quella dipendenza assoluta e spaventosa che  il primo ambiente in cui veniamo al mondo, noi e loro. La vedo, quella fatica  ontogenesi che ricapitola la filogenesi  nelle peripezie di ogni singolo piccolo maschio. Sui 4-5 anni, se non sbaglio, quando cominciano a tenersi alla larga dalle femmine e ormai svezzati accedono al patto tra uomini e al sistema del dominio, lasciando per sempre il seno e tutto il resto del corpo materno.
Una volta Adriano Sofri mi ha detto una cosa impressionante: che per un uomo il corpo della sua donna  il suo stesso corpo; solo possedendo il corpo di una donna un uomo pu avere un corpo per s. Per questo ne hanno tanto bisogno, e in modo cos fisico. Per questo di fronte al tradimento e all'abbandono rischiano la follia. A proposito di parit e di simmetria: vi  mai passata per la mente una cosa del genere? conoscete un pensiero femminile che possa fare il paio con questo? Ma c' anche la rabbia e l'odio per quello che ci hanno combinato. Per esorcizzare la loro paura, ce ne hanno fatta provare tanta. Ci hanno cancellato, disprezzato, oppresso, imprigionato, ucciso. Be', non  poco. Anche se a noi non  toccato, o solo di striscio, se  toccato alle nostre madri e alle nostre nonne, la memoria di tutto quel male  ancora l, vivida e intatta. Una volta Luisa Muraro ha detto che al pensiero di quelle centinaia di migliaia di donne mandate al rogo lei prova ancora una grande rabbia. Sono passati pi di sei secoli, ma quel sentimento zampilla ancora, vivo. A cominciare dalla vicenda di quelle due povere innocenti, Sibilla Zanni e Pierina Bugatis, bruciate dagli Inquisitori nel 1390, e di cui lei racconta nel suo bel libro La Signora del Gioco. Fu l'episodio di avvio della caccia alle streghe. Le fecero fuori non lontano da dove lei abita, in piazza Sant'Eustorgio, a Milano. Se si affaccia dalla finestra di casa, il luogo del sacrificio lo vede. Un'altra volta l'ho sentita discutere con un uomo autocosciente, uno di quelli che si interrogano e vanno in cerca di un altro modo di essere uomini, che fanno esplicito atto di rinuncia al dominio (accidenti,  come sfilarsi la spina dorsale...) e con ci pensano di risparmiarsi la fatica del conflitto. A quest'uomo Muraro ha detto che non doveva contare su un immediato e incondizionato perdono da parte delle donne. Quando mi imbatto in uno di questi uomini nuovi, magari in uno di quei giovani che si trovano tanto bene con le donne mature  non solo a letto, quello  solo il volgare epifenomeno:  un ottimo mnage a tutto campo, anche sul lavoro, ad esempio , la domanda che vorrei fargli : cosa ne  del conflitto con le donne? dove si sposta il cortocircuito? Credo ci sia un equivoco da chiarire. Fine del patriarcato non vuole dire fine del conflitto. Il conflitto tra donne e uomini  ineliminabile, ed  anche la condizione del desiderio. Imparare a essere grati alla madre non  un'operazione a costo zero. Si piange parecchio, in questi sereni pascoli post-patriarcali. Mi preoccupa questo miraggio dell'armonia definitiva e assoluta, che abbaglia le giovani coppie e le distrugge. I luoghi del sacrificio sono ancora l: basta affacciarsi alla finestra. Ma se agli uomini tocca disimparare il dominio, io sento di voler imparare la compassione. Reimpararla, anzi: le nostre nonne l'hanno sempre pazientemente praticata nei confronti dei loro amati aguzzini. Ho capito che  giusto cos, nella vita, andare insieme, la polvere di stelle che siamo con tutta quanta l'altra polvere di stelle, in un unico flusso d'amore. Si pu pensare di tenerne fuori gli uomini, come fanno oggi tante giovani donne? Le capisco bene, intendiamoci. Quante volte detesto i maschi e ne ho paura. Ancora! Quel loro attaccamento al potere, quei loro giochi scellerati, la gara continua, tutto quel tempo e quelle energie sprecati nella lotta... Sono programmati cos, a quanto pare. Quello che qui ho cercato di dire con fatica, Merc Rodoreda l'ha detto in quattro parole nette, precise e lievi come i passi in cerchio della sua sardana, l'antico ballo della Catalogna. E allora torno l, dove ho cominciato la mia danza ben pi goffa: Sono dei bambini, poveri uomini... E non riesco a spiegarmi che mi successe, perch finii con l'odiarla.

Marina Terragni,  editorialista per Io donna-Corriere della Sera, Il Foglio, Via Dogana (periodico della Libreria delle donne di Milano). Tra i suoi libri: Vergine e piena di grazia, un saggio sulla condizione delle donne nella Chiesa, e La scomparsa delle donne.

Velo
di Paola Caridi
Per le italiane il velo  quello che copre il capo della Madonna in tutta l'iconografia, dai primi secoli del cristianesimo a oggi.  la veletta che si metteva sulla testa quando si andava a messa. Era il foulard annodato sotto al collo col quale, almeno sino a tutta la met del Novecento, si usciva di casa, quando non era sostituito da un cappellino alla moda indossato da chi era pi benestante. Addirittura ricca. Il velo  quello col quale si andava nei campi, per proteggersi dal sole o dal vento. E con quello in testa si stava nella cucina di casa, per evitare che qualcosa di estraneo andasse in pentola o in pasta. Come oggi lo si deve per legge indossare se si lavora in una cucina, in un forno, in una mensa.
Potrebbe sembrare una descrizione agiografica del pi controverso copricapo dei primi dieci anni del Terzo Millennio, ma le rozze pennellate sul rapporto (anche contemporaneo) delle italiane col velo sono strumentali per ricordare a tutte che il velo non  un oggetto estraneo alla nostra identit n  un oggetto di importazione recente. Il velo , e soprattutto  stato, italiano: un oggetto che ha segnato anche la sottomissione della donna e contro il quale vi  stata una battaglia tanto sotterranea quanto determinante per liberarsi dal perbenismo che voleva la donna col capo velato in chiesa e altrettanto in strada.
Del velo, insomma, ci si era dimenticate con facilit, e anche  se si vuole  con la naturalezza di chi, come le donne italiane, se lo  tolto senza grandi drammi. Quando l'emancipazione ha fatto s che fosse naturale cos come accorciarsi la gonna. La conferma viene, neanche tanto paradossalmente, non dalla testa scoperta, dunque libera. Semmai dal capo coperto di cappelli, bandane, acconciature e, nei mitici anni 60, parrucche. Coprirsi la testa, insomma,  un gesto estetico. Ed  anche un gesto religioso accettato, quando sono le suore cattoliche a indossarlo.
Il velo dunque, pur essendo stato parte integrante del nostro codice sociale (e della nostra identit storica)  diventato un problema quando altre, anche italiane, lo hanno indossato. Per motivi religiosi anche loro. Solo che la religione, in questo caso, non era quella alla quale aderisce la maggioranza delle italiane. Velarsi, insomma, diventa un problema se sono le musulmane a adottare una visione ortodossa della fede, seconda la quale la testa della donna deve essere coperta. Neanche le ebree ortodosse, che pure si velano il capo in maniera molto simile alle musulmane, suscitano tanto scandalo, scalpore, persino odio.
Cosa sia successo  ormai chiaro da anni. Il velo (musulmano) ha perso il suo valore intrinseco, ed  diventato solo metafora. Non solo e non tanto di sottomissione di genere, di abuso delle donne, di una visione ortodossa e formalistica della fede, di adesione a tradizioni e interpretazioni popolari del credo religioso. Il velo  divenuto metonimia dell'islam, laddove l'islam  divenuto sinonimo di nemico, pericolo, dominatore. Il dibattito sul velo, in Francia in maniera palese, dovunque in Europa in modo pi subdolo, ha abbandonato le donne e si  trasformato talvolta in dibattito sull'immigrazione e il multiculturalismo, talvolta in mera propaganda di posizioni razziste.
E le donne? Le donne, da questo quadro, sono state espulse. Persino il catalogo dei tanti veli che esistono nel vastissimo mondo musulmano  stato ridotto a un'unica parola  burqa. Quanto di pi localistico e fuorviante vi possa esistere nel catalogo dei veli, visto che il burqa copre  purtroppo  il capo e il corpo delle donne afghane e, in parte, pakistane. Risparmiando, per fortuna, l'altro 99,9% delle donne musulmane. Nessuno spazio rimane per la curiosit sui vari modi (nazionali) in cui il velo viene declinato. Nessuna domanda sullo hijab (il foulard), sul chador (sciita, e non solo iraniano, dunque), sul niqab (quello s integrale, wahhabita, saudita, del Golfo). Nessuna richiesta di chiarimenti sulle differenze (anche estetiche, perch no?) di un velo che si indossa diversamente nei quartieri turchi di Berlino, in quelli arabi di Torino, in quelli maghrebini di Parigi, sulle teste delle donne indiane di religione musulmana, o che non si vede sulle donne musulmane laiche.
E se la curiosit estetica su di un velo che, oltre al carattere religioso, ha sempre di pi una caratura identitaria, non ha pi spazio, ha ancor meno spazio la curiosit su tutto quello che il velo  secondo la lettura semplicistica del post-11 settembre  dovrebbe rappresentare. Il velo  solo sottomissione, e basta toglierlo per risolvere i problemi. Ma i problemi quali sono? Dove sono le domande sulla codificazione legislativa, sulla parit delle donne, sulle questioni ereditarie, nelle leggi di famiglie, nella gestione tribale e tradizionale della loro vita? Su queste domande, davvero, il velo  calato. Ma davanti ai nostri occhi di europee indisposte a comprendere l'Altro. Anche quando l'Altra  una italiana come noi. Con un velo sulla testa.

Paola Caridi, giornalista e storica, vive in Medio Oriente e nel mondo arabo dal 2001, prima al Cairo e poi a Gerusalemme.  fondatrice e corrispondente di Lettera22, agenzia di stampa specializzata in politica estera. Collabora, tra gli altri, con l'Espresso e Il Sole 24 Ore. Ha scritto Hamas e Arabi invisibili.

Verginit
di Camilla Baresani
Verginit, e subito si pensa a una barriera fisica, femminile. L'imene. Una membrana destinata, nella maggior parte dei casi, a venire lacerata. Il termine usuale per definire questo strappo  deflorazione. Con simili premesse, anche lessicali, assassinare il proprio fiore, decapitarlo, strapparlo, ferirlo  cosa che fa riflettere a lungo, prima di prendere una decisione per il s o per il no. Ne varr la pena?  arrivato il momento di perdere la verginit? Il dilemma si presenta in veste di pensiero molesto a tutte le ragazze, anche a quelle pi libere. Nella mentalit comune, senza un amore serio e costruttivo, darsi per la prima volta a un uomo irrilevante, di passaggio, equivale a una sorta di ingresso fraudolento nel mondo degli adulti. Cosicch la perdita della verginit viene vissuta come un peccato, o quantomeno come un pericolo. Sempre a livello lessicale, il termine sverginata risulta sgradevole, sia nel suono sia nelle immagini corrive che richiama.
Per i maschi, invece, la stessa barriera, pi simbolica che fisica, ha ancora oggi una diversa connotazione. Anzich:  il momento di perdere la verginit?, la domanda si pone cos: Non mi dire che non hai ancora scopato/fatto l'amore? In questo caso l'iniziazione, per quanto precoce e mercenaria o casuale,  un vanto e un sollievo, sia per i ragazzi sia per le loro famiglie (sempre che avvenga con qualcuno di sesso femminile).
Malgrado ci, arrivati a una certa et, oltre i vent'anni, per gran parte della societ contemporanea occidentale essere vergini diviene motivo d'imbarazzo. Per i maschi anzitutto, ma anche per le femmine. Di un maschio si pensa che sia un impotente, un depresso, o un gay che non ha il coraggio di ammetterlo nemmeno a se stesso. Di una ragazza si pensa che sia una bruttona complessata, una destinata a un futuro suoresco e irrisolto. Se una donna o un uomo sono ancora vergini dopo la fine dell'universit, il loro stato, anzich apparire come la normale condizione di un individuo in crescita, che assaggia il mondo pacatamente, viene vissuto come manifestazione di un problema pi psicologico che fisico.
Da adulti, in pratica, il possesso della verginit si ammanta di valenze metaforiche, psicologiche, sensoriali che hanno un'accezione solitamente negativa. Che adulto sei se non hai fatto sesso, quando tre quarti delle opere cinematografiche, letterarie, artistiche, e buona parte delle notizie di cronaca non ti riguardano perch sei vergine di quell'esperienza? Oltretutto, marketing e pubblicit, per vendere i loro prodotti, dai gelati alle auto, si rivolgono a consumatori pronti a eccitarsi per corpi nudi e allusioni erotiche. Cosa puoi capire del mondo che ti circonda, se non hai mai soddisfatto le tue pulsioni sessuali, o addirittura, peggio ancora, non ne provi? In una societ in cui ormai la prima cosa che viene da pensare dopo la parola prete  abusi sessuali, chi si rifiuti di entrare nell'agone della soddisfazione erotica  un bizzarro marziano oppure un ingenuo menomato.
E tuttavia nel mondo degli adulti, essere vergini in qualche campo non erotico, pu rappresentare un pregio. Se sai gi tutto, se hai provato tutto, se non c' informazione o emozione che non padroneggi con scaltrezza navigata, se il cinismo ammanta ogni tua azione, finisci per venire a noia. Quando il tuo gusto si  a tal punto raffinato che non ti piace pi nulla, nel sesso, nel cibo, nel vino, nell'arte, nella letteratura, nella politica... be', ogni curiosit si spegne e ti rinchiudi in te stesso oppure, per non restare solo, ti costringi a mettere in scena i tuoi disgusti per pater le bourgeois.
Crollato il mito della verginit sessuale, restiamo cultori della verginit emozionale e intellettuale e apprezziamo chi ancora prova stupori, passioni, disillusioni.

Camilla Baresani, scrittrice, collabora con l'inserto culturale Domenica, con il magazine Ventiquattro de Il Sole 24 Ore e con il settimanale Panorama. Il suo ultimo romanzo  Un'estate fa.

Violenza
di Anna Bravo
Nei miti di fondazione e nelle cosmogonie a volte  implicito lo stupro: il ratto della Sabine, il rapimento di Persefone da parte di Plutone. Non compare invece la violenza antifemminile in altre forme: l'immagine che ancora oggi ne  il simbolo, un uomo che alza la mano su una donna, non si presta a rappresentare uno Stato o un mondo. Esprime piuttosto una sottocultura punitiva, che pu attirarsi tanto complicit quanto riprovazione: accanirsi contro chi  pi debole non  cosa da vero uomo.
Ma esistono molti altri modi di uccidere simbolicamente (e materialmente) una donna. Modi diversi fra loro, visibili, invisibili, esibiti, mascherati, agiti da singoli, gruppi, Stati, dalla segregazione alle sterilizzazioni e aborti forzati alle mutilazioni sessuali, dallo scherno all'uso del corpo femminile all'esaltazione di immagini svilenti alla sottrazione dei figli. All'assassinio. E alle aggressioni apertamente politiche, come, negli Stati Uniti degli anni 70, gli agguati contro infermiere e ginecologhe delle cliniche dove si praticavano aborti. E infatti il concetto di violenza di genere messo a punto in varie dichiarazioni dell'Onu, comprende qualsiasi atto [...] che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico: una formula elastica, cos da poter includere altri comportamenti. Giustamente.
Viviamo in un periodo di contrasti radicali, in cui la sola tendenza trasversale sembra il logoramento di due pilastri della mascolinit, la padronanza del futuro e il potere sulle donne. Gli uomini occidentali, e orientali, asiatici, africani, vivono una crisi, sia pure in forme diverse, e reagiscono con armi vecchie e nuove.
C' il padre pakistano che uccide la figlia che rifiuta un matrimonio combinato, c' l'italiano, o il francese, o il russo, che organizza per via telematica un complotto contro la donna che lo ha lasciato, e in alternativa le spara; in India esistono ancora famiglie che forzano una vedova ad autoimmolarsi. E c' il ragazzino che minaccia una coetanea di mettere sue foto os sul web, e, anche se usa i social network, assomiglia da vicino ai suoi progenitori. La violenza di genere attraversa le culture, le classi, le generazioni, i continenti; ha sempre come bersaglio la libert e la voglia di libert di una donna; non si dissolve con la modernizzazione; convive con le ideologie progressiste e rivoluzionarie: Ci sono i compagni che menano, scriveva nel 1978 una ragazza al giornale Lotta continua.
In Italia, e non solo, i quotidiani ospitano periodicamente discussioni accese, specie se lo spunto  un delitto, e se  avvenuto in un paese o in un ambiente islamico. Ma anche al di l delle intenzioni, i discorsi sono spesso variazioni dei giudizi che circolano nel gruppo di appartenenza: il posto delle donne nella societ e nell'immaginario  una cos buona carta per lo scontro politico che spinge a fare coro, e a disertare il dovere di pesare le parole una per una. C' chi usa la violenza per criminalizzare in blocco l'Islam, chi la riconduce a un'universale maschilit predatoria. Chi pi o meno inconsapevolmente la relativizza in nome della differenza culturale. Vecchia storia. Negli anni 70 uno striscione del Mouvement de libration des femmes recitava: Viol de gauche, viol de droite, mme combat, perch gli uomini della cosiddetta nuova sinistra scoraggiavano le militanti dal denunciare gli stupri se commessi da immigrati. Per chi si  impegnato a rispettare l'altro da s, spesso  difficile ammettere che esistono culture e religioni (o loro fasi e componenti) in cui la violenza  almeno ufficialmente stigmatizzata, e culture e religioni (o loro fasi e componenti) in cui essa trova pi facilmente legittimazione.
Sono invece gi cambiate alcune, molte donne e un certo numero di uomini. Dagli anni 60/70, su pressione femminile/femminista si sono riconosciuti nuovi reati, si sono messi in piedi Centri antiviolenza e Case per donne maltrattate. Le denunce aumentano. La paura di esporsi sembra diminuita.
Non solo: le donne hanno nuove idee. Nello stato indiano dell'Huttar Pradesh, Sampat Pal, appartenente a una sottocasta di intoccabili, si  ribellata sia alla tradizione che prescrive di obbedire agli uomini e di sopportarne le violenze, sia alla cattiva modernit disseminata di funzionari corrotti, negozianti che truffano, poliziotti e giudici che tollerano le ingiustizie. Non potendo (e non volendo) farcela da sola, Sampat ha fondato la Gulabi Gang, la Gang del sari rosa, un folto gruppo di donne che tentano ogni strada per affermare le loro ragioni, dal dialogo al ricorso ai tribunali. Se non basta, irrompono nei villaggi  Gulabi Gang! Gulabi Gang!  brandendo il tradizionale bastone dei contadini indiani e svergognando i colpevoli. Spesso sono picchiate e arrestate. In risposta si appellano alle autorit di grado superiore, ai media, ai politici. E picchiano. Quante volte, racconta Sampat Pal, la Gang ha portato in piazza un uomo che aveva percosso e buttato fuori di casa la moglie, e l'ha bastonato fin quando ha chiesto perdono e giurato di non negare mai pi i diritti di lei.
Leggendo Con il sari rosa, ci si ritrova a sorridere, perch la Gang  un buon modo per uscire dalla condizione di vittima.
Di un'altra bella storia ho saputo quasi per caso, grazie a un'amica giovane con cui si stava parlando di denunce anti-violenza. Un ragazzo della sua cerchia aveva preso a schiaffi la compagna. Rimproveri, promesse e ricadute. Dopo aver discusso se denunciarlo o no (Gli roviniamo la vita!), il gruppo, compresi i coinquilini del ragazzo, ha preferito una strada diversa: non parlargli n dargli ascolto, trattarlo da invisibile, cos da fargli capire che con quegli schiaffi si era giocato il diritto di cittadinanza nel loro spazio comune, e che doveva riguadagnarselo.  successo a Torino, poco tempo fa.
 un esempio su cui riflettere. Quella scelta conferma che la legge  s una risorsa, ma non l'unica, e che agendo con un gruppo solidale si pu sfuggire allo stigma della vittima. Mostra anche che qualche volta la fiducia nella propria capacit di indurre il cambiamento  ben riposta.

Anna Bravo, storica e docente universitaria, si occupa di storia delle donne, di deportazione e genocidio, resistenza armata e resistenza civile. Il suo ultimo lavoro  A colpi di cuore.

Vita
di Claudia Mancina
La vita non  solo un oggetto delle scienze biologiche o fisiche.  un crocevia di saperi e intuizioni diverse che ne hanno fatto nel tempo, ma soprattutto nel mondo nostro contemporaneo, il luogo di aspri conflitti, teorici e pratici. Come molte delle idee oggi pi diffuse, l'idea di vita acquista centralit nel Romanticismo, che la evoca in opposizione al meccanicismo della societ moderna. Per i Romantici la vita consiste nell'incontro tra finito e infinito. E certamente anche nei dibattiti di oggi, non meno che nel senso comune, vive l'intuizione che la vita  ci che fa del singolo individuo la manifestazione di qualcosa di pi grande che lo trascende, qualcosa che connette tutti noi in una trama cosmica.
Ma oggi al centro dell'attenzione sono i progressi tumultuosi delle scienze biologiche, che, dalla scoperta del Dna alla mappatura del genoma umano, hanno rivoluzionato le conoscenze dei processi vitali, accreditando una seconda e diversa accezione della vita e aprendo il varco a molti dilemmi etici. Quando promette di metterci in grado di sconfiggere le malattie che si trasmettono geneticamente, la genetica solleva l'interrogativo su quali condizioni debbano essere effettivamente considerate quali malattie. Procedendo su questa strada, si pu pensare (o temere) che diventi possibile non solo prevenire malattie, ma sviluppare questa o quella capacit, manipolando i geni dei futuri esseri umani: una prospettiva che solleverebbe ulteriori e pi gravi interrogativi, su quali esseri umani sia desiderabile creare, e pi alla radice se sia lecito o se sia coerente con l'umanit programmare secondo un progetto gli esseri umani. Su questa frontiera si svolge il dibattito sull'etica della vita, o bioetica, nel quale le religioni  da sempre testimoni e guardiane dei riti e delle regole che nella storia delle diverse societ umane hanno presieduto alla vita e alla morte  hanno una grande parte.
Facciamo ora un passo indietro. Negli anni 60 e 70 tutto il mondo occidentale si  dovuto misurare con la questione dell'aborto. Ci che veniva in luce non era infatti una richiesta di impunit delle donne che sceglievano di interrompere la gravidanza. No, la richiesta era tutt'altra: era una richiesta di visibilit, di riconoscimento pubblico. Si voleva che l'aborto uscisse dall'oscurit delle stanze delle donne per diventare un fatto socialmente rilevante e accettato. Questa richiesta ha ispirato e animato il femminismo della seconda met del secolo, cos come la richiesta del voto aveva fatto con quello della prima met. La legalizzazione dell'aborto si  dunque presentata come un elemento essenziale dell'accesso delle donne a uno status pieno di soggetti morali e quindi di cittadine. Il movimento femminista ha vissuto questa vicenda in modo militante e combattivo, e ha spesso argomentato la richiesta di aborto nei termini di una sovranit esclusiva e solitaria delle donne sul proprio corpo, rifiutando il discorso sulla vita, che intanto cresceva contro di loro nei movimenti pro-life o per la vita.
Di conseguenza la riflessione delle donne si  trovata in parte spiazzata dall'emergere della bioetica come insieme di problemi intorno al nodo della vita. Esemplare il caso delle tecnologie riproduttive, sulle quali il pensiero femminista non ha prodotto un suo approccio originale, mostrando invece un certo disagio di fronte alla dimensione tecnica e giuridica della procreazione assistita. Si  cos messo in evidenza che non si pu argomentare sulla soggettivit morale femminile e sulla procreazione senza affrontare il tema della vita e del suo valore.
Il confronto oggi  tra chi sostiene l'indisponibilit assoluta della vita e chi invece sostiene la sua disponibilit per gli individui che ne sono i soggetti. Da una parte c' l'oggettivismo etico  l'idea che si possa definire il valore della vita in un modo oggettivo, valido per tutti  dall'altra la libert di scelta dell'individuo sulla propria vita. La contrapposizione non  tra chi crede che la vita sia un dono di Dio e chi crede che sia una propriet individuale. Ancor meno tra chi difende il valore della vita e chi invece ne fa un uso strumentale.  invece tra chi d valore al carattere biologico (di origine divina o naturale) della vita e chi d valore al suo carattere umano. La vita come biologia o la vita come biografia, come continuit delle scelte e delle emozioni di una singola persona, irripetibile nella sua singolarit.
Consideriamo l'embrione, oggetto di discussione sia nella questione dell'aborto sia in quella della procreazione assistita. L'embrione non  certamente una cosa o un materiale biologico privo di valore morale. Ha un valore come forma iniziale della vita umana: ma questo valore non  un attributo biologico n ontologico, esso dipende da quella che Habermas chiama l'autocomprensione etica della specie umana, e si esprime anzitutto nell'accoglienza che una donna (o una coppia) si dispone a dargli. Questo valore impone che l'embrione non venga ridotto a oggetto: il che non significa vietare qualunque forma di intervento su di esso, ma significa che ogni intervento deve essere giustificato da buone ragioni morali.  una buona ragione morale, nel caso dell'aborto, l'impossibilit, materiale o affettiva, di una donna ad accogliere questo principio di nuova vita: perch fuori di questa accoglienza la vita non  possibile.  una buona ragione morale, nel caso delle tecnologie riproduttive, l'obiettivo di mettere al mondo una nuova vita, andando incontro al legittimo desiderio di maternit e paternit. Infine,  una buona ragione anche la ricerca scientifica che pu enormemente incrementare la possibilit di rendere migliore la vita di molti individui.
In modo analogo, nella fase finale dell'esistenza umana, pi che a un presunto valore oggettivo della vita biologica e quindi della pura sopravvivenza,  giusto guardare alle scelte etiche dell'individuo, e rispettarle. Perch l'autentica difesa della vita  la difesa di ci che la vita ha significato per ognuno di noi.

Claudia Mancina insegna Etica all'Universit La Sapienza di Roma. Tra le sue pubblicazioni: Oltre il femminismo. Le donne nella societ pluralista; Il bene, in Donna m'apparve, a cura di N. Vassallo; La laicit al tempo della bioetica. Fa parte del Comitato nazionale di Bioetica.

Welfare
di Livia Turco
La promozione del welfare, ossia del benessere di ciascuna persona e di tutta la comunit, fu annunciata per la prima volta come ricetta alla drammatica crisi economica del 1929. L'economista Keynes propose una politica di sostegno ai salari e ai redditi attraverso l'intervento dello Stato come soluzione alla crisi del capitalismo e non solo come strumento per la promozione della giustizia sociale. Fin dall'inizio, quindi, il welfare si manifest con una doppia funzione, quella di rimettere in moto lo sviluppo e quella di promuovere pi elevati standard di vita dei lavoratori e dei ceti medi.
Le diseguaglianze economiche e sociali, infatti, non solo sono delle ingiustizie che ledono la dignit della persona, ma costituiscono anche il freno allo sviluppo e alla crescita economica. E la disuguaglianza sociale, oltre un determinato livello, non solo  moralmente inaccettabile, ma  economicamente sconveniente. Non a caso anche i governi liberisti che hanno ridotto il perimetro pubblico del welfare non sono mai riusciti a smantellarlo e lo hanno riscoperto magari proponendolo entro la cornice dell'economia sociale di mercato.
Le politiche di welfare sono state il frutto del compromesso tra il capitalismo e la democrazia; tra le esigenze del mercato e la crescita della soggettivit dei lavoratori e delle lavoratrici e di tutti i cittadini. Welfare ha significato il diritto a vedere riconosciuta la propria dignit di persona da parte dei soggetti esclusi.
La prima proposta organica di welfare risale al Piano Beveridge, un liberale inglese che ispir la legislazione sociale del governo laburista Attlee. William Beveridge si proponeva di sconfiggere i cinque elementi negativi della societ contemporanea: la povert, la malattia, l'ignoranza, lo squallore, la disoccupazione. I welfare europei si divisero poi tra quelli che scelsero un'impostazione universalistica, puntando fin da subito sulla piena occupazione degli uomini e delle donne, su una rete universalistica di servizi sociali e sanitari e sulla tassazione progressiva dei redditi, e quelli tedesco e mediterraneo di un welfare corporativo legato all'assicurazione dei lavoratori e alla centralit del maschio capofamiglia come titolare delle prestazioni sociali. Il welfare italiano, nonostante la nostra Costituzione, non  mai riuscito a diventare universalistico ma  rimasto sostanzialmente del lavoratore maschio capofamiglia, che utilizza la famiglia come grande ammortizzatore sociale. Per usare una felice espressione dello studioso Maurizio Ferrera, il welfare italiano  quello delle culle vuote, del pi alto tasso di povert minorile in Europa e del pi basso tasso di occupazione femminile.
La promozione e la realizzazione del welfare nel nostro paese sono frutto di una grande mobilitazione sociale che ha visto molti protagonisti: i sindacati, gli studenti, la Chiesa Cattolica, il movimento delle donne, i partiti popolari di sinistra progressista. Le tappe pi importanti sono state la conquista dello Statuto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, la scuola dell'obbligo pubblica e aperta a tutti, la tutela sociale della maternit, la parit salariale, l'istituzione del Servizio sanitario nazionale pubblico universalistico e solidale fino ad arrivare alla legge sui congedi parentali.
Una componente fondamentale della battaglia per la realizzazione del welfare  stato il movimento di emancipazione e liberazione delle donne. La parit salariale, il diritto al lavoro, la tutela sociale della maternit, il superamento delle discriminazioni attraverso il riconoscimento della differenza di genere, i servizi sociali, i consultori, il riconoscimento della doppia presenza delle donne nel lavoro e nella famiglia e la peculiarit dei tempi di vita delle donne, le leggi che riconoscono la dignit del corpo femminile come la Legge 194 e quella contro la violenza sessuale, sono state e restano l'aspetto pi innovativo. Non solo perch offrono un'opportunit inedita alle donne, ma perch ne tracciano un nuovo profilo: un universalismo solidale capace di riconoscere e promuovere la dignit della persona che dice io scelgo su di me, sul mio corpo e sulla mia salute all'interno di una presa in carico della societ e una democrazia della comunit che coinvolge attivamente tutti i soggetti sociali. L'universalismo solidale, la societ che si prende cura, il riconoscimento della persona come soggetto morale sono ben presenti nella Legge 194, sulla tutela sociale della maternit e l'interruzione volontaria della gravidanza, nella legge contro la violenza sessuale, in generale in tutte le leggi che hanno accompagnato l'emancipazione femminile e il riconoscimento della sua differenza, ma sono anche presenti nella Legge 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale pubblico e nella Legge 180 sulla psichiatria. Le donne hanno affermato anche una nuova concezione del lavoro, quella che porta nella sfera lavorativa la persona intera, con il carico di lavoro, di cura e delle relazioni familiari. Il lavoro di produzione e riproduzione, la costruzione di un'alleanza e di una pace tra lavoro, famiglia, cura delle persone, tempo per s.
Al di l e oltre la legge, il contributo delle donne  stato nella pratica e nella sperimentazione di servizi innovativi e di percorsi di cura e di accoglienza delle persone. Penso alle mamme dei ragazzi con grave disabilit intellettiva che hanno inventato i servizi dopo di noi, perch i figli una volta soli di fronte all'invecchiamento e alla perdita dei genitori non siano riportati negli istituti, o alle pratiche per promuovere la salute mentale e quelle, infine, per promuovere la partecipazione delle persone e garantire il rispetto di ciascuna. Le donne hanno inoltre elaborato saperi e pensieri innovativi che possono essere racchiusi in tre parole cruciali: la relazione con l'altro, il rispetto, la promozione della capacit delle persone. L'autonomia individuale si fonda sulla relazione piuttosto che sulla autosufficienza e comporta la consapevolezza della necessit della dipendenza se non altro per essere riconosciuti. La relazione con l'altro, l'elaborazione positiva della dipendenza dall'altro, costituisce un approccio e un punto di vista cruciale anche per dipanare l'intricata matassa dei temi bioetici. In questo contesto l'eguaglianza di rispetto costituisce un principio etico, una battaglia democratica universale, un indirizzo delle politiche di welfare che puntano a rendere le persone protagoniste della propria emancipazione evitando di cadere nella trappola dell'assistenza e facendo leva sulle proprie capacit.
La societ ha tre modi per modellare un carattere portando l'individuo a meritare rispetto: la crescita personale, la cura di s, la capacit di dare agli altri. L'orizzonte nuovo del welfare in questa societ globale dove le diseguaglianze sono cresciute,  il rispetto di ciascuna persona. Questo cambiamento corre lungo lo snodo di tre G: generi, genti, generazioni. Costruire un nuovo patto tra uomini e donne, tra giovani e anziani e tra popoli e culture diverse. Il welfare delle tre G deve essere inoltre animato dall'energia del fattore D, che  l'energia oggi troppo compressa e svilita delle donne. Piena occupazione femminile, giovanile, conciliazione tra la vita lavorativa e la vita familiare, rete integrata dei servizi sociali, sostegno alle famiglie per avere i figli che desiderano, riconoscimento delle competenze delle persone straniere e loro coinvolgimento in un percorso di cittadinanza: sono questi i passaggi obbligati per una societ migliore, umana, pi giusta e solidale.

Livia Turco, politica,  stata ministro della Solidariet sociale e ministro della Salute. Con Paola Tavella ha pubblicato I nuovi italiani. L'immigrazione, i pregiudizi, la convivenza. Oggi  senatrice del Partito Democratico.

Zitella
di Cinzia Leone
Le parole invecchiano, cambiano strada, si perdono e hanno bisogno di compagne e sostitute. Zitella  una di queste. Coniugabile anche al maschile, zitella/o, rispetto a celibe/nubile,  una lama pi affilata e tagliente e, almeno fino al 1974,  stata un marchio a fuoco: quasi una condanna. Grazie all'istituzione della legge sul divorzio, la mannaia risale, e la condizione, da definitiva, diventa passeggera, modificabile, e piena di possibilit: nasce la parola single.
Single non vuol dire solitari: solo conviventi con se medesimi. La singletudine non  eterna e ha molte facce. C' il single consociativista che forma famiglie a tempo con altri single. C' il single di ritorno (i separati), il single part-time (un weekend da me, uno da te) e il single pentito, ovvero lo sposato. I single si moltiplicano, assumono un'identit, e diventano un target appetibile per il mercato. Non vogliono fare proseliti. Sanno che l'allungamento della vita media, gli psicanalisti, i social network e la paura rafforzano comunque le loro file. In testa alle statistiche dei consumi culturali, libri, cd, teatro, cinema, musei, sono quelli dei monolocali, delle vacanze di gruppo, delle scuole di ballo.
Vogliono confezioni monoporzione al supermercato e sconti sulle spese condominiali. Con loro l'ascensore fa su e gi almeno la met delle volte, sporcano le scale di meno e sono adorati dalla portiera. Pretendono sconti sulle polizze auto. Incentivano il segmento delle city car e tengono alta la bandiera delle spyder. Nella famiglia tradizionale la stessa automobile passa di pilota in pilota, il single ha un profilo tariffario pi affidabile. Protestano per i prezzi degli alberghi. Aficionados della singola e utilizzatori part-time della doppia, continuano a pagarla poco meno della tariffa piena, e chiedono un correttivo. A Milano sono gi il 50,6% e a Roma pi di mezzo milione. Un partito in crescita, e una lobby.
Trasformate in single, molte donne la parola zitella non la vivono pi come un insulto, e alcune sono orgogliose di precedenti illustri. Grandi scrittrici sono state zitelle: le sorelle Bront, Jane Austen, Louisa May Alcott, Emily Dickinson.
Le parole cambiano e si riempiono di significati e di possibilit, ma sono dure a morire. Se essere single  diventato uno status symbol, cosa ne  della parola zitella? Rimane come dispregiativo. La single recidiva e stabile, rivoluzioni sociali e di mercato a parte, corre il rischio comunque di tornare a essere considerata una zitella. Fatte salve le ereditiere, la loro condizione era socialmente un peso e spesso era la chiesa a farsene carico: o per avviarle al convento o per aiutarle a trovare marito. Confraternite femminili, Figlie di Maria, Pie Unioni, organizzate gerarchicamente con i loro statuti e sottoposte all'autorit ecclesiastica, dal Medioevo fino al dopoguerra, in molti si sono preoccupati di gestire il destino drammatico e socialmente esplosivo delle zitelle. Se con il beneficio di una dote, la strada del matrimonio pi o meno combinato era spianata. Se povere, il requisito fondamentale era rimanere oneste. La zitella ha un unico grande patrimonio che la single sperpera senza rimorsi: la verginit.
A San Paolo di Jesi, ancora oggi si tiene la cavata delle zitelle. All'origine della festa il nobile gesto di un sacerdote, padre Antonio Agabiti, che nel 1702, con la sua eredit, costitu un lascito, che ogni anno elargisce una dote a due ragazze povere e permette loro di sposarsi.
Il matrimonio  un'opportunit, ma anche un impaccio. Agli inizi del secolo scorso il Banco di Napoli assunse del personale femminile, ma con il limite di non poter contrarre matrimonio durante il periodo di servizio. Nei primi mesi del 1921, scoppi la rivolta delle zitelle che rivendicavano il diritto a sposarsi. Lo sciopero non sort gli effetti sperati, il Banco decurt il numero delle impiegate, ma la rivolta delle zitelle lasci il segno.
Napoli alle zitelle, che tutti `e vonno ma nisciuno s'e piglia, ha dedicato un numero della Smorfia: 66, `E ddoje zite. E la tradizione vuole che le zite (o gli ziti) prendano il nome dalle zitelle ormai senza speranza, che la domenica, anzich andare a messa e cercare marito, stavano a casa da sole a spezzare la lunga pasta forata per il rag napoletano, inventando le penne dette anche ziti tagliati. Chi tene la faccia toste se marte, e la fmmena oneste arremane zite, ma rimane nella storia della cucina.
Inventrici di pasta, le zitelle hanno anche dei santi in paradiso. San Pasquale Baylonne, destinatario privilegiato di novene prematrimoniali: Mamma, mamma, ho fatto n'insogno strano. / Finita la novena a San Pasquale / vado a dorm: appena sur guanciale, / vedo du' bei regazzi in der vano. / Tutt'e du' s'accosteno senza moral. / Ad un tratto me pijeno li piedi / ch vonno famme sbatt er core, vedi. / Tireno co forza ma dormo incora. / Sento un foco novo che m'arde in petto/ ed er mi' corpo  come un aquilone / sballottato a manca a dritta in der letto. / Uno somija a Mario, l'antro a Tito... / quale ho da sceje come marito?
Sant'Antonio da Padova, a cui le donne senza marito, da Procida a Belluno, passando per Siviglia fino a Rio de Janeiro, il 13 giugno inviano ex voto, foto e suppliche, oggi persino affidate al sito www.carosantantonio.it. Sant'Antonio, ti prego, aiutami a trovare marito, o Sant'Antonio regalami l'amore della mia vita, e ancora: Caro sant'Antonio, ho avuto tante delusioni, fammi trovare un marito onesto, che mi voglia bene sul serio, Ti prego, aiutami a trovare un uomo che mi ami e mi capisca. Nel museo antoniano sono conservati bouquet, guanti da sposa e fedi a testimonianza della grazia ricevuta. Se sant'Antonio  duro d'orecchio, la zitella pu sempre ricorrere al rito della statuetta. Una piccola immagine di sant'Antonio  racchiusa in un cilindretto da immergere a testa in gi nell'acqua santa e poi portarlo sempre con s. Aiuta a trovare marito.
Se sant'Antonio non rientra nel suo scenario, o la zitella non vive in una metropoli occidentale, la situazione si complica.
La giornalista egiziana Yomna Mojthar ha fondato il gruppo Zitelle per il cambiamento contro i pregiudizi nei confronti delle donne nubili. In una societ conservatrice e patriarcale come quella egiziana, dove la religione  onnipresente, sposarsi  pi che un obbligo, sia per i musulmani sia per i cristiani, ed esistono persino associazioni islamiche che organizzano regolarmente nozze collettive, con l'obiettivo di evitare comportamenti deviati, vale a dire relazioni sessuali fuori dal matrimonio o l'omosessualit. Decisamente migliore, forse troppo, la condizione della zitella greca. Soprattutto quelle figlie di dipendenti pubblici che in quanto zitelle ricevono una pensione ereditaria di mille euro. Un ottimo incentivo per amori passeggeri o convivenze illegali e part-time.
Zitella o single, cittadina del primo mondo o di un paese sottosviluppato, la donna sola  una minaccia all'ordine prestabilito. Secondo le statistiche pi di quattro milioni in Italia, nonne e giovanissime comprese, un milione tra i trenta e i sessant'anni. Una rivoluzione che  iniziata con il diritto di voto ed  proseguita con l'inserimento nel mondo del lavoro e con una maternit scelta consapevolmente, qualche volta anche senza il partner. Una famiglia su quattro in Europa ormai  mononucleare.
Principi azzurri e principesse rosa si scelgono, si amano, ma non mettono su famiglia. Meglio principesse o regine?

Cinzia Leone, giornalista e autrice di fumetti,  opinionista e art director del mensile del Riformista. Insegna Tecniche di racconto, dal fumetto allo storyboard pubblicitario all'Istituto europeo di design.  direttore della collana di diari Diario Minimo della casa editrice Memori.
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